mercoledì 16 gennaio 2019

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Piero Messina: «A Venezia L'attesa
di due donne unite dall'amore»

Visioni

Il primo lungometraggio del regista calatino il 5 settembre al Festival del cinema. Nel cast due generazioni di attrici francesi a confronto, Juliette Binoche e Lou De Laâge, mamma e fidanzata di una persona che non ritorna. Girato nel Ragusano, il Calatino e l'Etna, il film mostra una Sicilia inedita: «Attraverso una luce crepuscolare ho rappresentato la mia terra»


di Andrea Di Falco

L’esordio nel cinema d’arte è vicino. Piero Messina, regista trentaquattrenne di Caltagirone, è pronto. Il prossimo 5 settembre, L’attesa, il suo primo lungometraggio, viene presentato in concorso alla 72ª Mostra del cinema di Venezia, e, dopo, al Toronto Film Festival. Il film racconta la storia di Anna (Juliette Binoche), reduce da un lutto improvviso, che trascorre le giornate in solitudine, tra i grandi saloni di un’antica villa della campagna siciliana. All’improvviso, arriva Jeanne (Lou De Laâge), una giovane che dice di essere la ragazza di Giuseppe, il figlio di Anna. Dopo alcuni giorni, le due donne provano a conoscersi e decidono di attendere insieme il giorno di Pasqua, quando è previsto il ritorno a casa di Giuseppe. «Voglio mettere in scena – sostiene Messina – la forza della condivisione. Mostro due donne che decidono di credere, di avere fede. Sono partecipi di un desiderio, di un amore. E, quell’amore, diventa reale».

Il lungometraggio, nelle sale dal 17 settembre, è interpretato dal premio Oscar Juliette Binoche e da Lou De Laâge, Giorgio Colangeli, Domenico Diele, Antonio Folletto e Giovanni Anzaldo (Giuseppe). Il soggetto è liberamente ispirato al testo teatrale La vita che ti diedi di Luigi Pirandello. Il copione è firmato dal regista insieme a Giacomo Bendotti, Ilaria Macchia e Andrea Paolo Massara. Il film è prodotto da Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori, per la Indigo Film e distribuito da Medusa. È stato girato in gran parte nel Ragusano, a Villa Fegotto (Chiaramonte Gulfi) e alla Diga Santa Rosalia. Ma anche a tra i Carruggi di Caltagirone, nel Bosco di Santo Pietro e sui Crateri Silvestri, alle pendici dell’Etna.

Lou De Laâge e Juliette Binoche

La biografia di Piero Messina è un romanzo di formazione in cui la figura del mentore assume un ruolo centrale. E di punti di riferimento, il giovane autore ne ha avuti parecchi, tutti cineasti di altissimo profilo, da Vito Zagarrio a Giuliano Montaldo a Marco Bellocchio fino a Paolo Sorrentino. In ciascuno di loro, ha colto un insegnamento, una visione, un mondo narrativo. Anche se, per il regista siciliano, l’esempio di rigore formale è costituito da Aleksandr Sokurov. Messina racconta anche delle quindici stesure del copione del film, delle idee di cinema, del proprio universo letterario che va da Pirandello a Bufalino, del rapporto viscerale che lo lega alla Sicilia e alle sue feste e processioni tradizionali.

Piero Messina

Il dato curioso e appassionante è che a Venezia cercherà di strappare il Leone d’oro proprio ai suoi maestri, Bellocchio e Sokurov. Ma c’è di più. Infatti, per Messina, il regista dell’Arca russa rappresenta «una scoperta di sconvolgente bellezza. Ho visto tutti i suoi film. E ho avuto la fortuna di conoscerlo. Il suo cinema è stato di fondamentale importanza. La sua forza risiede nell’aspetto pittorico dell’immagine. Vedere una sua opera è un’esperienza straordinaria. E, al di là delle storie che racconto, anch’io provo a lavorare su un cinema che manifesti la propria potenza visiva e sonora».

Un'altra scena del film

Non a caso, Sokurov diventa oggetto della tesi di laurea di Messina, premiata con la lode al Dams di Roma Tre, proprio sotto l’egida di Zagarrio. «Andavo a trovare Vito a Scicli – ricorda – e nella casa del mare, a Cava D’Aliga, sulla costa iblea, mi ha insegnato persino a pescare. Siamo diventati molto amici, ero affascinato dalle sue lezioni. Mi ha invitato a tenere un incontro con i suoi studenti ma non sono ancora riuscito ad onorare il mio impegno, perché non mi fermo da più di un anno. In ogni caso, il periodo del Dams costituisce la mia fase cinefila. Nella quale ho visto migliaia di film».

Juliette Binoche e Lou De Laâge

Dopodiché, Messina ha frequentato il corso di regia del Centro sperimentale di cinematografia di Roma. «Alla Scuola nazionale di cinema – sottolinea – l’approccio è stato esclusivamente pratico. Sono stato seguito costantemente, non ho fatto altro che scrivere e girare cortometraggi. I miei docenti sono stati due icone del cinema italiano nel mondo: Giuliano Montaldo e Marco Bellocchio».

Eppure, Messina la malia del cinema la vive sin dall’infanzia. «C’è un film – rammenta – che ho visto da piccolo e che mi ha entusiasmato subito: Le avventure del barone di Münchausen di Terry Gilliam. È una commedia fantastica, un film visionario girato nel 1988. Da allora, non l’ho più rivisto. Voglio preservare quel ricordo magico. Non voglio corrompere il mio sguardo di bambino con la nuova consapevolezza dell’adulto».

Antonio Folletto, Domenico Diele e Lou De Laâge

Il regista comincia a cimentarsi presto dietro la macchina da presa, usando dapprima le telecamere vhs. «Ho iniziato a girare a sedici anni – rimarca –. Ma il successo, del tutto inaspettato, arriva nel 2004 con Stidda ca curri, un cortometraggio di diciotto minuti, che ha vinto la sezione “I corti siciliani” del 50° Taormina Film Festival. Sono stato premiato da una giuria della quale faceva parte anche Paolo Sorrentino». Messina si aggiudica i 5mila euro in palio, vince una cinquantina di festival e inizia a collaborare con il regista premio Oscar, lavorando come assistente alla regia nei film This must be the place e La grande bellezza.

Piero Messina e il suo staff durante le riprese

Frattanto, nel 2005, con in soldi del premio realizza Pirrera, un documentario di cinquanta minuti, che vince il Premio Libero Bizzarri. Nel 2009, il corto La porta viene ammesso alla selezione del Festival di Rotterdam. Nel 2011, il film breve Terra viene presentato in concorso al 65° Festival di Cannes. L’anno successivo, con il corto La prima legge di Newton, ottiene la menzione speciale al Festival del Film di Roma e viene candidato ai Nastri d’argento e al Globo d'oro. Firma anche una serie di documentari per la Rai e per Sky Arte. Nel gennaio 2014, dirige Films of City Frames, il corto pilota del progetto di Giorgio Armani rivolto agli studenti di alcune fra le più importanti scuole di cinema del mondo.

Piero Messina al Festival di Roma nel 2012

«Una prima idea del film L’attesa – osserva Messina – nasce nove anni fa, quando incontro a Parigi un amico direttore d’orchestra. Mi racconta una realtà dolorosa, che non riesce ad accettare. Ha perso il figlio e, dopo il funerale, ha iniziato a negarne la morte. Il fatto incredibile è che i suoi cari hanno cercato di assecondarlo. Un’altra suggestione deriva dallo stupore che mi ha sempre procurato la domenica di Pasqua a Caltagirone. Quando i fedeli animano ‘a Giunta - la tradizionale rappresentazione del ricongiungimento tra la Madonna, il Cristo Risorto e San Pietro -, Maria non crede che il figlio sia morto. Il mio è il ricordo di un bambino che vede migliaia di volti trasfigurati, diecimila persone che vivono un’estasi assoluta di fronte ad una statua di legno. Piangono, ma decidono che quel pezzo di legno sia risorto. Anche le due protagoniste del mio film vivono uno stato di fede totale nei confronti di un uomo, Giuseppe, figlio e amante».

Giovanni Anzaldo è Giuseppe

Messina ammette che la storia sia frutto anche di influenze letterarie. «Sono pervaso – confessa – dai libri di due grandissimi scrittori siciliani: Bufalino, un autore che mi ha sempre emozionato; ma ho sempre respirato anche il teatro pirandelliano. Infatti, ho dato ai personaggi del film gli stessi nomi del testo teatrale La vita che ti diedi». Il regista ricorda che il progetto ha avuto una lentissima stratificazione. «Ho scritto, ho letto, ho visto tante persone, ho riveduto e corretto idee diverse che nascono da contesti differenti. Perché, alla fine, voglio esprimere l’incontro di più suggestioni, dalla letteratura alla realtà». Tuttavia, il cineasta siciliano evita di teorizzare sul proprio lavoro. «Non voglio studiarmi – afferma –. La verità è che mi sono liberato delle mie conoscenze. Borges sostiene che si debba disimparare ciò che si è imparato. Come un palazzo da cui togli le impalcature quando la fase della costruzione si è conclusa. Questa condizione è necessaria per ottenere la maturità artistica. Una maturità che io, purtroppo, non ho ancora raggiunto».

Lou De Laâge è Jeanne ne L'attesa

A proposito della fase di scrittura, il regista rivendica la bontà di un metodo. «Ho la necessità – sottolinea –, di operare, insieme ai miei sceneggiatori, una costante riscrittura. Infatti, in cinque anni di lavoro, sono state licenziate quindici stesure del copione. Credo molto nella scrittura. Leggere la mia sceneggiatura deve essere un’esperienza simile alla lettura di un romanzo. Il mio copione deve avere una sua dignità letteraria. Spero, infatti, che, dopo l’uscita del film, la sceneggiatura venga pubblicata. Con i miei collaboratori abbiamo cercato a lungo le parole giuste. Anche se a girare il film sono io, voglio che la lettura del copione esprima perfettamente l’atmosfera del racconto cinematografico. In ogni caso, ho continuato a scrivere anche durante la lavorazione del film. Ma sul set, piuttosto che un confronto con i coautori mi sono concentrato sul rapporto con gli interpreti». Quanto agli attori, il regista ricorda che il film è stato scritto pensando alla Binoche. «La folgorazione – sostiene –, risale al periodo in cui ho visto per la prima volta Film blu di Kieślowski. Sono convinto che Juliette sia un’interprete capace di rendere nel suo sguardo l’idea profonda di un film. Appena ha letto il copione mi ha invitato nella sua casa di Parigi per condividerne le impressioni».

Juliette Binoche ne L'attesa

Messina ricorda che «il film ha avuto bisogno di sei mesi di preparazione. Soprattutto, da un punto di vista scenografico. Infatti, Marco Dentici ha lavorato in tutti gli ambienti della splendida Villa Fegotto, l’ha arredata completamente, dai saloni alle stalle, dal giardino al baglio. L’ha usata come un teatro di posa di Cinecittà: ha ricostruito diversi ambienti».

Villa Fegotto a Chiaramonte Gulfi

Il regista ha girato una scena visivamente molto intensa sull’Etna, lungo i bordi dei Crateri Silvestri. «Ho detto al direttore della fotografia Francesco Di Giacomo di rappresentare l’immagine di una Sicilia inedita. Nella memoria collettiva, infatti, la Sicilia è rappresentata dall’immagine di un paesaggio brullo. L’isola è sempre stata raccontata come una terra dalla luce abbagliante. Io, invece, volevo una Sicilia in cui ci sia la nebbia. Ho cercato le albe e i tramonti, perché rappresentano meglio l’idea della mia Sicilia. Attraverso una luce crepuscolare ho rappresentato la mia terra. Eppure, quella che ho raccontato è una storia assolutamente siciliana, due donne che aspettano il ritorno di un ragazzo che non arriva. Così, le due donne si confrontano, condividono le loro preoccupazioni, decidono di credere, di avere fede. Sono partecipi di un desiderio, di un amore. E, quell’amore, diventa reale».

Antonio Folletto


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 29 agosto 2015
Aggiornato il 24 settembre 2015 alle 14:24





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