lunedì 19 agosto 2019

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«Nella faustiana San Cono l'eterno femminino salverà Margherita»

Libri e fumetti

Lo scrittore calatino ha pubblicato con A&B "Il bandito e Margherita", in cui ripercorre, tra riscatto morale e una Sicilia quasi medievale, l'incontro, nei primi Anni 50, nel paesino ultimo lembo etneo prima del Nisseno, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il giornalista Giacomo Etna, attirati da alcune cronache delittuose: «Adoro la narrazione dettagliata di luoghi e persone»


di Laura Cavallaro

È una scrittura ricca e forbita quella usata da Pasquale Almirante nel suo ultimo libro “Il bandito e Margherita” (2019, A&B Editrice), in cui si racconta del fortuito incontro avvenuto al Bivio Gigliotto fra il giornalista Giacomo Etna e lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nel piccolo paesino di San Cono sono morti due uomini affiliati alla banda di Vincenzo Lemuro di Riesi, spietato fuorilegge, e mentre l’inviato speciale de «La Sicilia» si trova lì per fare delle ricerche, il nobile attirato dalla vicenda ha colto l’occasione per scoprire i segreti di questo luogo dalle forti tinte “palazzeschiane”. Una parola che entra nel dettaglio, quella di Almirante, e restituisce come una fotografia il paesaggio sanconese, descrivendo con minuzia le specificità di ciascun personaggio senza risultare mai troppo enfatico.

Le campagne di San Cono

Classe 1951, Pasquale Almirante oltre che professore in Lingue e letterature straniere è anche giornalista e scrittore, lo abbiamo incontrato per farci raccontare com’è nata l’idea di questo romanzo che profuma di tempi andati: «Ci penso da circa dieci anni – spiega l’autore –, e in particolare da quando ho saputo che Leonardo Sciascia nel 1962 venne a San Cono affascinato dall’idea che questo paesino fosse il luogo natio di padre Pirrone, uno dei personaggi de “Il Gattopardo”. Anche a me incuriosiva che l’autore palermitano avesse scelto proprio questo posto per dare i natali al gesuita ed effettivamente leggendo il quinto capitolo del libro vi si trovano molti dettagli. Per lo scrittore racalmutese la scelta era ricaduta su quel paese piccolo piccolo in quanto considerato centro di magia, pensiamo alla figura di Don Pietrino l’erbuario. A me invece sin da subito questa tesi parve strana, così cominciai a fare delle ricerche e scoprii che la stesura del romanzo era avvenuta a Capo d’Orlando a un tiro di schioppo da Naso, dove nacque quel Santo Cono da cui prende nome il paese. Inoltre, mi ricordai che fra il 1944 e il 1953 in quella zona furono compiuti fatti tanto efferati da essere riportati sui principali giornali nazionali, un avvenimento che di certo non sfuggì a Tomasi di Lampedusa e che probabilmente lo spinse a scegliere questo luogo per dare i natali al suo personaggio».

Pasquale Almirante

Tanto caro è ad Almirante quel paese sui monti Erei a cui ha dedicato ben tre dei suoi libri: “Immagini San Cono” (CUECM), “Omaggio a San Cono” (Brancato editore) e “Il bandito e Margherita”. «Per me è il punto di riferimento, il luogo dell’infanzia – sottolinea – le radici da dove tutto è nato e dove tutto si concluderà». Gli antenati del giornalista erano attori girovaghi e si ritrovarono a San Cono dopo lo scioglimento della compagnia. A metà Ottocento, infatti, questi teatranti insegnavano al popolo cosa fosse l’Unità d’Italia sviluppando nel pubblico un sentimento di nazione. Nelle lettere che Antonio Teodosio Almirante indirizza a Lionardo Vigo Calanna di Acireale – prosegue – narra delle sue avventure teatrali nei vari paesini, del rapporto con il pubblico e delle difficoltà pratiche di mandare avanti un’attività artistica. In un passo, scrivendo all’amico marchese, Antonio Teodosio racconta di come i figli all’arrivo a Marsala di Garibaldi avessero deciso di unirsi a lui per portare avanti la causa, salvo poi scoprire qualche mese più tardi che erano stati giocati e che quell’ideale non era altro che una finzione. L’uomo fece il possibile affinché il figlio Pietro, padre di mio nonno, si congedasse dall’esercito, ma quest’ultimo fu accomiatato solo alla fine, per anzianità, quando al ritorno dalla Crimea ottenne la croce di guerra. Pietro, allora, si ritrovò a Niscemi dove mise radici, la moglie divenne maestra e il loro figlioletto, mio nonno, studiò violino e in seguito si trasferì a San Cono dove fondò il corpo musicale».

Nel saggio “Da Pasquale a Giorgio Almirante. Storia di una famiglia d’arte”, edito da Marsilio nel 2016, si parla proprio delle origini di questa casata di artisti: «Oltre al teatro, la mia famiglia – spiega – ha avuto un ruolo basilare anche nel cinema dei primi del Novecento. Il padre di Giorgio Almirante, Mario, non solo fu uno dei più grandi registi di cinema muto ma anche un eccellente direttore del doppiaggio in film come “Dumbo” di Walt Disney e ”Otello” di Orson Welles. Il fratello Luigi, oltre che grande amico di Pirandello, il quale scrisse per lui la commedia “Bellavita”, fu il primo interprete dei “Sei personaggi in cerca d’autore” mentre la cugina, Italia Almirante-Manzini, vestì i panni di Sofonisba nel kolossal cinematografico “Cabiria” di Giovanni Pastrone». Anche il cronista Vincenzo Musco, che appartiene al ramo paterno della famiglia Almirante, aveva scelto per rispetto all’attore Angelo Musco di usare un nome de plume unendo a Giacomo, in omaggio a Leopardi, il cognome Etna, per il legame che sentiva con il vulcano. Fu uno dei maggiori intellettuali catanesi, aderì al movimento futurista e in seguito anche al fascismo; autore di molti romanzi diresse il «Giornale di Sicilia» e in seguito «L’Arena» di Verona. Nel testo emerge come figura vincente, uomo dall’animo incorruttibile disposto a rinunciare a uno scoop da prima pagina pur di salvare la vita di una giovane in pericolo.

Potremmo definire “Il bandito e Margherita” un romanzo d’appendice di stampo ottocentesco, ispirato ad autori come Balzac e Hugo: «I romanzi d’oggi vanno all’essenziale – precisa Almirante – mentre io adoro la narrazione dettagliata di luoghi e persone. Nel “Doctor Faustus” di Thomas Mann l’autore si sofferma nella descrizione di un negozio di strumenti musicali per un intero capitolo, un elemento di grande valore letterale nel racconto del patto scellerato fra il musicista e il diavolo». Un riferimento non casuale, dal momento che la Margherita del titolo, amante del bandito Lemuro, rimanda alla figura salvifica di Goethe: «Alla fine del romanzo faccio citare a Tomasi di Lampedusa alcuni versi, è il coro angelico del “Faust”, l’Eterno femminino che trionfa su tutto. Se per Goethe “Faust” si salverà grazie a Margherita, la Margherita del mio romanzo deve il suo riscatto a Tomasi di Lampedusa che la porterà lontano da quel paese».

Faust e Margherita (Il bacio), scultura del 1861 di Antonio Tantardini, Galleria d'arte moderna, Milano

Statua di Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Santa Margherita Belice

San Cono negli Anni 50A emergere dal testo in maniera preponderante è la società e l’economia dei piccoli paesi dell’entroterra siciliano: «Queste realtà si liberarono dal medioevo anni dopo che finì la seconda guerra mondiale, era prassi allora abitare con la bestia in casa o usare il sistema del baratto basato prevalentemente sul frumento. Con l’arrivo dell’energia elettrica molte cose cambiarono e non solo a San Cono». Eppure balza subito agli occhi la mancanza del vernacolo usato con parsimonia e solo per alcune parole, ma come spiega lo stesso Almirante, che a lungo ha insegnato tedesco, non avrebbe potuto scegliere altra lingua se non quella ufficiale: «L’italiano ha una grande capacità di espressione ed è una delle lingue più articolate e più bella che ci sia e di questo era consapevole lo stesso Pirandello. Il dialetto lo riservo ad altre composizioni come i canti carnascialeschi, una forma d’arte che si rintraccia già nel Duecento con Cielo D’Alcamo e poi in Folgore di San Gimignano, Lorenzo il Magnifico facendo presa sul pubblico fino al XIX secolo».

Oltre a Margherita Di Fiore il romanzo presenta altre figure femminili con peculiarità fisiche e caratteriali puntualmente descritte: «Donna Clelia, la moglie del barone Gerolamo Pandolfo di Mazzarino è una donna incompresa. Il marito non si cura di lei, non le perdona la sua sterilità preferendole la serva Santa. La scena in cui Luigi Valleiago, luogotenente del Lemuro, s’intrufola a casa del signorotto l’ho presa dal film “Riflessi in un occhio d’oro” di John Huston con Liz Taylor e Marlon Brando; in realtà il criminale non era andato alla villa per la donna ma per il marito e lei senza pensarci troppo su si concederà a lui presa da un turbine di passione. Santuzza, invece, è l’amante del barone che asseconda in ogni sua perversione sessuale e da cui avrà anche un figlio. Costretta a un matrimonio infelice con il sovrastante Paolo Zagarrio riuscirà con la sua bellezza a sedurre il bandito di Riesi ma alla fine pagherà a duro prezzo il suo sordido doppiogioco». Suspance e colpi di scena continui si mescolano a fatti di cronaca ricostruiti attingendo all’archivio storico de “La Sicilia”: «La figura di Vincenzo Lemuro l’ho costruita su un personaggio realmente esistito al quale ho cambiato nome perché la memoria dei morti va custodita. Il malvivente indossava una maschera rossa di coniglio e pretendeva di essere chiamato Brigadiere, a lui mi sono ispirato per Vincenzo Lemuro. Molti episodi poi come i fatti del feudo nobile o l’uomo che trova dei residuati bellici e crede di avere fra le mani scatolette di carne dei soldati americani sono episodi realmente successi».

Banditi siciliani

Un omaggio alla storia e alla letteratura classica che spazia fra generi e in cui si custodisce il sapore di un passato non troppo lontano; una triste istantanea delle vessazioni a cui erano costretti i lavoratori, del ruolo marginale della donna e di una società rurale in cui s’intravede sul finale un barlume di speranza per un’anima perduta. La florida vena creativa del professore Almirante ha già in serbo per i suoi lettori l’uscita di un nuovo libro: «Si tratta di una raccolta di racconti scritti nel corso degli anni come “Zu Virgulicchiu”, don Gregorio un uomo probo che alla fine muore perché si affida al demente del paese; alcune storie che ho raccolto durante la mia professione di insegnate; una che riguarda la banditessa Carmela Di Dio e un’altra a sfondo psicologico».

La povertà di una famiglia contadina siciliana degli Anni 50


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 03 giugno 2019
Aggiornato il 06 giugno 2019 alle 14:01





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