Libri e Fumetti In "La regola dell'ortica. Le indagini della grafologa Bea Navarra" (Feltrinelli), l'autrice e giornalista catanese sceglie di raccontare un caso freddo - la morte di Norma Speranza - attraverso ciò che resta su carta: una frase scritta in fretta, un biglietto sospetto, un gesto grafico che sembra negare la versione ufficiale. La forza del romanzo sta nella sua dimensione intima, protagonista è Bea Navarra, grafologa forense come l'autrice. Il 22 gennaio la presentazione a Sant'Agata li Battiati
“La regola dell’ortica. Le indagini della grafologa Bea Navarra” è un giallo delicato ma affilato, costruito su un equilibrio riuscito tra indagine, memoria e dinamiche familiari. Protagonista è Bea Navarra, grafologa forense, una professionista che indaga attraverso i segni più piccoli e apparentemente insignificanti: curve, inclinazioni, pressioni della penna. È proprio questa prospettiva particolare a rendere il romanzo diverso dagli usuali thriller investigativi. A pubblicarlo per Feltrinelli è Nunzia Scalzo, autrice e giornalista etnea, che oltre all’arte della scrittura per tutti coloro che vogliono rilassarsi con un’ottima lettura, è anch’essa grafologa, e l’ispirazione forse è emersa proprio dal suo lavoro. Nunzia Scalzo sceglie di raccontare un caso freddo — la morte di Norma Speranza, avvenuta molti anni prima — attraverso ciò che resta su carta: una frase scritta in fretta, un biglietto sospetto, un gesto grafico che sembra negare la versione ufficiale. La forza del romanzo sta nella sua dimensione intima. L’indagine non procede solo attraverso deduzioni logiche, ma attraverso una lenta immersione nei silenzi familiari, nelle omissioni e nelle verità mai dette.
Nel ricostruire la storia di Norma, Bea finisce per interrogare anche se stessa, i propri limiti e le proprie cicatrici. Questo rende il personaggio credibile, umano, mai sovraccarico di caratteristiche da “eroina infallibile”. Scalzo scrive con uno stile pulito, chiaro, che dosa bene ritmo e atmosfera e seppur il genere è diverso dai precedenti due libri – “Cunti di Sicilia” (Kimerik, 2013) e “Vite storte” (A&B Editrice, 2019) -, mantiene alta l’eccellenza della scrittura.

Tornando al nuovo pubblicato, l’ambientazione — tra una Catania che profuma di passato e un presente più disteso ma ancora segnato da vecchie ombre — è tratteggiata senza pesantezza, lasciando spazio a ciò che davvero muove il romanzo: la relazione tra ciò che viene scritto e ciò che si tenta di nascondere. Pur non cercando colpi di scena eclatanti, il libro mantiene una tensione costante, costruita attraverso piccole rivelazioni e dettagli che via via cambiano la prospettiva del lettore. Il tema centrale, ben sintetizzato dalla metafora dell’ortica — il dolore che avverti solo quando smetti di stringere — emerge come riflessione sul passato, sulla resistenza delle bugie e sulle ferite che continuano a pungere anche dopo molti anni. In definitiva, “La regola dell’ortica” è un giallo raffinato, più psicologico che sensazionalistico, capace di unire un’indagine originale con un ritratto umano profondo. Perfetto per chi ama le storie investigative che scavano dentro le persone almeno quanto dentro i fatti. Ma non stiamo nella pelle e data l’accoglienza innanzi a un tè e dei buonissimi biscottini, la Nostra si presta all’intervista.
Buon pomeriggio Nunzia, grazie per averci accolto. Le chiedo subito da dove nasce l’idea di costruire un giallo attorno a un caso freddo e a un biglietto sospetto?
«Mi interessa sempre il gioco di specchi tra ciò che appare e ciò che è, ma in questo caso l’idea non ha avuto bisogno di essere a lungo meditata: la storia c’era già ed era un delitto non risolto. Che ci fosse addirittura un biglietto nel posto dove fu trovata una donna agonizzante, poi morta, mi offriva l’opportunità perfetta per parlare della mia professione di grafologa forense. L’ho colta come una combinazione perfetta».

Nunzia Scalzo a microfoni di Studio 90 Italia
C’è stato un episodio reale, una storia ascoltata o un dettaglio quotidiano che ha acceso la scintilla del romanzo?
«Nel romanzo racconto un fatto realmente accaduto a Catania nel 1965, un caso rimasto a metà tra cronaca e storia. Ne avevo sentito parlare, ma non avevo mai approfondito. Poi, mentre facevo una ricerca, la storia mi è capitata tra le mani e a quel punto ho deciso di scriverla».
Il titolo “La regola dell’ortica” è molto evocativo: quando è arrivato rispetto alla stesura, e che cosa rappresenta per lei?
«È arrivato relativamente presto, direi quasi nel momento in cui ho cominciato a scrivere, come una sorta di intuizione che ha preceduto la stessa consapevolezza del romanzo. L’ortica punge, è una pianta che costringe a un contatto vigile, ma allo stesso tempo ha anche proprietà curative. Mi sembrava una metafora perfetta per la storia che stavo raccontando e in generale per la vita: fin quando stringi le foglie non senti il dolore è quando lasci la presa che lo senti, significa che dalle cose bisogna lasciarsi attraversare, perché solo in quel momento diventano liberatorie. La regola è quel patto tacito tra dolore e ricerca della verità».
Ha scelto una protagonista che indaga attraverso la scrittura: in che modo la sua esperienza personale ha influenzato la costruzione di Bea?
«Bea Navarra eredita il mio approccio alla scrittura come strumento d’indagine: osservare, registrare crepe nella realtà e cercare la verità a frammenti. Non è il mio alter ego, però, lei ha autonomia, carattere e storia propri, ma il suo modo di affrontare il mistero nasce dalla mia esperienza e rende possibile il personaggio.»

Nunza Scalzo
Quali aspetti della grafologia forense le sembrava importante mostrare al pubblico?
«C’è una distorsione di fondo che mi disturba molto: grafologo uguale indovino. Non è così. La grafologia forense non è divinazione né suggestione, è scienza, esame, studio, individuazione dell’autore di uno scritto, e la perizia un lavoro tecnico e rigoroso che richiede osservazione attenta, prudenza e rispetto per la scrittura altrui. Non rivela chi è una persona, ma può chiarire autenticità, manipolazioni o modalità di un gesto. È un equilibrio tra metodo e sensibilità, fondamentale per arrivare alla verità nei casi di falso»
Bea è una professionista molto competente ma anche fragile: quali sono stati i tratti più difficili da bilanciare nella sua caratterizzazione?
«Trovare l’equilibrio tra la sua competenza professionale e la sua fragilità. Bea è una donna che sa fare benissimo il suo lavoro, ha metodo, lucidità, un occhio allenato a vedere ciò che agli altri sfugge. Ma al tempo stesso porta in sé, come tutti, dolore e ferite che non ha del tutto metabolizzato, e che in certi momenti rischiano di interferire con ciò su cui sta indagando. La sfida è stata evitare che una delle due dimensioni sovrastasse l’altra. Non volevo che la fragilità diventasse un cliché e neppure che la competenza la rendesse impenetrabile».
Il romanzo intreccia memoria, segreti familiari e indagine. Quale di questi temi sente più vicino alla sua sensibilità?
«Senza dubbio il tema che sento più vicino è la memoria. È un luogo irrequieto che conserva, custodisce e tradisce, e che continua a lavorare dentro di noi anche quando crediamo di averlo lasciato alle spalle. I segreti familiari e l’indagine, in fondo, non sono che due modi diversi di avvicinarsi alla memoria: l’uno la nasconde, l’altra la scava. È lì che tornano sempre le domande che contano davvero.»

A proposito di colpi di scena, memoria e stranezze familiari: nell’antologia “Vite storte” del 2019, la Scalzo ne narra tanti
La storia si muove tra passato e presente: come ha lavorato sul ritmo narrativo per mantenere la tensione senza ricorrere a colpi di scena spettacolari?
«Ho cercato di costruire la tensione attraverso il ritmo stesso della narrazione, giocando con il passaggio tra passato e presente. Mi interessava far sentire al lettore la suspense nei dettagli, nei silenzi, nelle riflessioni dei personaggi. È un lavoro di accumulo, di piccoli accenni che tengono alta l’attenzione senza urla o esplosioni narrative».
“Il dolore arriva quando lasci la presa”: come si riflette questa metafora nel percorso dei personaggi?
«Il dolore non scatta subito, ma quando devono lasciare andare ciò a cui si erano aggrappati, siano ricordi, persone, illusioni. È in quel momento di distacco che emerge la loro sofferenza più autentica, e proprio attraverso quel dolore cominciano a trasformarsi e viene fuori chi sono davvero».

Profilo di Nunzia Scalzo
Che ruolo ha il silenzio — individuale o collettivo — nella vicenda di Norma Speranza?
«È un personaggio a sé nella vicenda di Norma. A volte è individuale, quando i personaggi si chiudono dentro di sé per proteggersi o riflettere; altre volte è collettivo, come un vuoto condiviso che pesa sulla comunità. In entrambi i casi, il silenzio amplifica emozioni, tensioni e non detti, diventando il filo invisibile che guida la storia e rivela ciò che le parole non possono dire».
Norma Speranza è un personaggio assente ma potentissimo. Come si costruisce un personaggio che parla soprattutto attraverso i ricordi degli altri?
«Insieme a Bea è la protagonista. Costruire Norma è stato un lavoro di suggerimenti e assenze. Non serviva farla parlare direttamente: la sua presenza emerge dai ricordi, dalle impressioni e dai racconti degli altri personaggi. Ogni gesto, ogni parola riportata dagli altri la definisce, e così il lettore la percepisce e la immagina senza vederla in scena. È un gioco di vuoti e di presenze, dove ciò che non viene detto è spesso più potente di ciò che viene raccontato».

Nunzia Scalzo

La prima esperienza letteraria di Nunzia Scalzo con Renzo Baldelli
Crede che le famiglie tendano ancora oggi a proteggere le proprie verità a costo di distorcerle?
«Sì, penso che molte famiglie continuino a proteggere le proprie verità, spesso a costo di modificarle o nasconderle. Lo fanno per protezione, per pudore o per paura del giudizio, ma così il passato si trasforma, si distorce, e quei silenzi lasciano segni profondi sui figli e sullegenerazioni successive».
Quanto è stata importante l’ambientazione siciliana nella definizione del clima emotivo del romanzo?
«È stata fondamentale: non è solo sfondo, ma è lo pecchio delle emozioni dei personaggi. Il calore dei paesaggi, la durezza della terra, il colore dei vicoli e il ritmo della vita quotidiana contribuiscono a costruire un clima emotivo intenso, fatto di passioni vissute e trattenute, memorie e tensioni sottili che attraversano tutta la storia.»
Catania diventa quasi un personaggio: che cosa voleva trasmettere della città oltre la semplice cornice narrativa?
«Volevo che Catania non fosse solo uno sfondo ma un corpo vivo nella narrazione. Attraverso i suoi contrasti, i mercati, il mare, l’Etna e i contrasti tra bellezza e degrado, ho cercato di trasmettere la complessità della città: la sua forza, le sue contraddizioni, la memoria che pesa sulle persone. Catania riflette i sentimenti dei personaggi e diventa testimone silenzioso delle loro vite».

Nunzia Scalzo
Come cambia la sua scrittura quando passa dal lavoro di analisi grafologica alla narrazione fiction?
«Quando passo dalla grafologia alla narrativa cambia il ritmo e la libertà della scrittura. L’analisi grafotecnica richiede precisione, osservazione attenta e rigore, oltre a una serie di regole codificate da rispettare, mentre la narrazione mi permette di giocare con le emozioni, i tempi, i punti di vista. Però l’esperienza dell’analisi rimane: mi aiuta a capire profondamente i personaggi, a entrare nella loro psicologia e a rendere credibili i loro gesti e pensieri».
C’è una fase della scrittura del romanzo che considera la più stimolante? E quella più difficile?
«La fase più stimolante è quella in cui i personaggi cominciano a vivere da soli sulla pagina: quando le loro voci, i ricordi e le emozioni trovano ritmo e autenticità. La parte più difficile, invece, è gestire i silenzi e le assenze: decidere cosa non raccontare, cosa lasciare intuire, per mantenere la tensione senza forzare la narrazione.»
Quali autori o autrici l’hanno influenzata nella costruzione dei suoi gialli?
«Le mie fonti d’ispirazione sono molteplici e trasversali, e non strettamente legate al genere giallo. Se dovessi rintracciare degli autori che mi hanno influenzato sicuramente Leonardo Sciascia, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Stephen King.»

L’autrice, al centro, tra la speaker Paola Di Quattro e il cantautore Umberto Balsamo, qualche anno fa a Studio 90 Italia
Che cosa spera resti ai lettori una volta chiusa l’ultima pagina?
«La sensazione che ogni persona custodisca segreti e ferite invisibili, e che anche il dolore e i silenzi possono raccontare molto. Vorrei che sentissero la forza dei legami, la complessità delle emozioni e la memoria dei luoghi, e che queste tracce restassero con loro anche dopo aver chiuso l’ultima pagina».

La presentazione alla Feltrinelli di Catania a luglio 2025
Ha ricevuto feedback o interpretazioni del romanzo che l’hanno sorpresa?
«Sì, moltissimi, spesso i lettori mi hanno raccontato di aver percepito emozioni o dettagli che io non avevo messo in primo piano: a volte una frase o un gesto dei personaggi ha suscitato riflessioni completamente diverse da quelle che avevo immaginato. È sorprendente e bello vedere come la storia continui a vivere nella mente dei lettori in modi del tutto inattesi.»
Possiamo aspettarci nuove indagini di Bea Navarra? Sta già lavorando a qualcos’altro?
«Bea Navarra ha ancora molto da raccontare, quindi è possibile che torni con nuove indagini…».
L’incontro
Nunzia Scalzo presenterà “La regola dell’orchidea” giovedì 22 gennaio, alle 18, al Polo culturale di Sant’Agata li Battiati. L’autrice dialogherà con Marco Pitrella.




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