martedì 13 novembre 2018

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Salamone, tesoro umano: «Quello del cantastorie non è mestiere, è arte»

Musica

Il 73enne musicista di Sutera da fine settembre è stato iscritto dalla Regione siciliana nel Registro delle Eredità Immateriali: «E’ la piazza lo spazio a noi più congeniale, soprattutto le fiere paesane, dove troviamo un rapporto diretto con vecchi e giovani, com’è nell’antica tradizione dei menestrelli medievali». Il 27 ottobre riceverà a Catania il Garofano d'argento


di Roberto Mistretta

«E’ la piazza lo spazio più congeniale al cantastorie, soprattutto le fiere paesane, dove trova un rapporto diretto con vecchi e giovani, com’è nell’antica tradizione dei menestrelli medievali». Parola di Onofrio “Nonò” Salamone, uno degli ultimi cantastorie siciliani, da pochi giorni diventato un autentico tesoro vivente, iscritto dalla Regione Siciliana nel Registro delle Eredità Immateriali (REI). “Esaminata la documentazione inviata e considerata la rilevanza culturale della figura del cantastorie nella storia della cultura collettiva siciliana, di cui Nonò Salamone risulta essere uno dei più rinomati e meritevoli rappresentanti, la Commissione ha ammesso per Chiara Fama, l’iscrizione nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia - Libro dei Tesori umani viventi - del Bene-Cantastorie Nonò Salamone”. Così ha messo nero su bianco nella seduta del 26 settembre scorso la Commissione Eredità Immateriali, nominata con Decreto assessoriale n. 1627 del 12 aprile 2017, accogliendo la richiesta di iscrizione presentata a suo tempo dalla Soprintendenza.

Nonò Salamone

Il 73enne cantastorie, da tempo ritiratosi nella natia Sutera, con semplicità commenta: «Sono stato informato proprio oggi di questa bella novità e certo si tratta di quelle notizie che fanno piacere». Amante dei cani che alleva come figli suoi, Nonò Salamone continua ad essere impegnato sui palchi di tutta la Sicilia, basti dire che il 19 ottobre ha tenuto un concerto a Villa Niscemi a Palermo, quindi si esibirà a Villarosa e il 27 ottobre, alle 18.30, sarà premiato col Garofano d’argento a Catania, insieme a Catena Fiorello, nel Palazzo della cultura etneo.

La notifica della Regione siciliana

Una vita all’insegna della musica, la sua, cominciata da giovanissimo quando suonava nel mitico gruppo di Mussomeli: I cherubini. «Era un complesso di paese formato da giovani bellocci che riscuotevano molto successo con le ragazze. Io, al contrario, non ero un Adone, ma me la cavavo bene a suonare e mi inclusero nel gruppo».

Nonò conobbe la notorietà a Torino, dove s’era trasferito per lavoro dopo esperienze in Germania e in Lombardia. Partecipò e vinse il concorso per voci nuove bandito dalla Rai: lui, siciliano, ironia della sorte, fu selezionato a rappresentare il Piemonte. Fu quella la sua prima apparizione televisiva e da allora non si è più fermato, prendendo parte a tantissime trasmissioni e raccogliendo, nella sua cinquantennale carriera, una sfilza di premi e riconoscimenti. Si è esibito e continua ad esibirsi nei palchi di mezzo mondo proponendo le sue struggenti note a supporto di testi ora semplici ora impegnati, ma sempre alimentate da quella forza vitale che viene dal rappresentare la Sicilia col suo colorito dialetto e renderla viva e palpitante con la musica, come solo i cantastorie sanno fare, questi menestrelli dell'anima capaci di tessere, con ironia e fantasia, i fili della nostra cultura siciliana, fatta di paradossi, passioni, eroismi, ipocrisie e molto altro ancora.

Nonò Salomone ha collaborato con Ciccio Busacca e Rosa Balistreri, ha messo in versi un romanzo dello scrittore siciliano Melo Freni, ha raccolto l’elogio del Maestro Andrea Camilleri e risale a pochi anni addietro l’ultima sua lunga tournee in Sudamerica: Cile, Brasile, Argentina e Paraguay e altri Paesi. Nel 2017 si esibì all'Open di Reggio Calabria e insieme ad altri artisti diede vita all’Unione Cantastorie che mira a riunire i cantastorie dell’Italia del Sud, e a Messina, al teatro Vittorio Emanuele nello spettacolo presentato da Renzo Arbore in omaggio al grande Domenico Modugno. Il noto trombettista Roy Paci, con cui Salamone ha duettato, ha detto: «Nonò è l'ultimo vero e puro cantastorie. Spero di poter imparare almeno un decimo della sua grandissima potenza».

E invero, imbracciando la chitarra e utilizzando unicamente la propria voce, profonda e potente, Nonò Salamone ha sempre incarnato e cantato le pulsioni della Sicilia più autentica, quella impastata di terra e sangue, passione e sentimento. E lo ha fatto anche in posti dove la storia ha mietuto tante vittime innocenti, come Portella della Ginestra, cantando dalla stessa pietra dove Nicola Barbato, presidente dei Fasci, arringava le masse dei lavoratori. Un ricordo che è già storia, quando Nonò Salamone con voce graffiante e intensa, intonò i testi del grande Ignazio Buttitta da lui musicati. Un album capolavoro di antropologia siciliana. Testi e musica. Note struggenti e parole dure come pietre per imprimere a fuoco nella memoria e nella coscienza collettiva, ciò che avvenne il Primo maggio del 1947 passato alla storia come La strage di Portella. Un’autentica carneficina, con centinaia di proiettili che avevano falciato la povera gente, e quando la mitragliatrice aveva messo a tacere il suo rosario di morte, dalla piccola vallata s’erano levati al cielo i lamenti dei feriti e il pianto senza pace di chi era rimasto.


La prima strage dell’Italia repubblicana: si contarono undici morti, tra cui due bambini e una donna incinta, e ventisette feriti. Tutti poveri contadini siciliani, riunitisi come da tradizione per festeggiare il Primo maggio, la festa dei lavoratori. A sparare sulla folla pacifica e ignara, erano stati gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, si disse, ma su quella strage non s’è mai fatta chiarezza. Dalle alture le mitragliatrici s’erano animate “Come fauci ca meti cu lu focu tra li denti” scrive il grande Ignazio Buttitta.

Salamone e la sua chitarra, binomio inscindibile

Nonò Salamone, che emozioni prova ancora oggi quando si parla di Portella della Ginestra?
«Emozioni forti. Si tratta di fatti che rivivo tutte le volte che canto quella canzone. Le parole di Buttitta mi hanno fatto rivivere le scene nella loro cruda drammaticità: la gente che scappa e cade falciata dalla mitragliatrice, la mamma col figlio in braccio che corre disperata, quella che, straziata, piange il figlio appena ucciso».

A distanza di tanti anni da quell’eccidio, si può dimenticare?
«Questi fatti non si possono né si devono dimenticare, ma oltre a commemorarli, bisogna viverli con l’anima e immedesimarsi, perché è importante che non si ripetano queste stragi».

La poesia, come quella pregnante e incisiva di Buttitta, perpetua la memoria?
«La poesia di Buttitta penetra in ogni cosa e scava in profondità. Non per niente tutti i cantastorie sono stati cambiati dalla poesia di Buttitta. Prima si proponevano storie leggere, di folklore popolare, ma dopo l’incontro coi versi di Buttitta, si è passati ad una forma impegnata».

Da sinistra Salamone, Enzo Mancuso, Luigi Di Pino, Alfio Patti, Carlo Barbera e Lorenzo Mancuso

Come è cambiato dunque il cantastorie di ieri con quello di oggi?
«Si ha un orizzonte diverso, con sfondi sociali nuovi, e si cantano storie non solo per guadagnarsi da vivere e fare divertire, ma per qualcosa di più nobile è importante».

Cosa direbbe ad un giovane che oggi volesse fare il cantastorie?
«E’ un’avventura molto difficile e non è facile vivere facendo questo lavoro. La gente applaude e si commuove, ma alla fine finisce lì, è forse è anche giusto così, ma per il cantastorie non è così. Io ho girato l'Europa e sono di casa anche in Sudamerica dove ho cantato per i nostri emigranti, che appunto perché lontani dalle loro radici vivono con profonda emozione i miei spettacoli, ma il nostro non è un mestiere, è arte».

E proprio per la sua indiscussa arte, lo scorso febbraio Nonò Salamone è stato protagonista del Mandorlo in fiore, dove ha fatto rivivere la leggenda di Fillide e Acamante, aprendo la manifestazione con una doppia esibizione, al Palacultura di Agrigento e davanti al Tempio della Concordia. «Per l’occasione - ricorda il cantastorie, voluto a tale manifestazione dal direttore dell’Ente Parco di Agrigento - ho scritto l’Inno del Mandorlo del fiore e La storia d’amore di Fillide e Acamante, personaggi mitologici all’origine della nascita del mandorlo. Entrambi li ho presentati in anteprima assoluta a quest’ultima edizione del Mandorlo in fiore. Secondo il mito, il mandorlo nacque da un amore mai consumato, in piena sintonia con le tragedie greche di cui le meravigliose vestigia dei nostri templi sono piena testimonianza. Acamante era un eroe greco, figlio di Fedra e Teseo. Mentre si trovava in viaggio verso Troia, sostò in Tracia, dove conobbe la principessa Fillide. Fu amore a prima vista, ma Acamante dovette combattere nella guerra di Troia e la principessa attese l’innamorato per dieci anni, ma quando seppe che Troia era caduta, pensò che l’amato fosse morto e si lasciò morire di dolore. La dea Atena, impietosita, tramutò Fillide in un mandorlo e quando ad Acamante giunse la notizia, corse ad abbracciare l’albero/Fillide che ricambiò quell’abbraccio facendo spuntare sui rami piccoli fiori bianchi. Da qui la fioritura primaverile, ovvero il mandorlo in fiore, che suggella l’amore eterno dei due giovani».

Inserito nelle raccolte della Curcio e della Fabbri editori assieme a big come Domenico Modugno e Roberto Murolo, Nonò Salamone è stato protagonista di film, ha lavorato in teatro ed ha inciso decine di dischi. E’ anche autore di diverse canzoni. Le più note sono: E vaiu a lassari, Lu celu è ‘na coperta arraccamata, Storia di Rosa, Sutera, dedicata alla sua amata rocca. Nelle vesti di se stesso compare anche nel romanzo Il diadema di pietra, con protagonista il maresciallo Saverio Bonanno, (tradotto in tedesco, e già edito da Cairo, tornerà in libreria nel 2019 per i tipi della Frilli Editori).


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 25 ottobre 2018
Aggiornato il 29 ottobre 2018 alle 21:18





Roberto Mistretta

Roberto Mistretta è giornalista e scrittore, scrive noir durissimi alternati a delicate fiabe e romanzi per ragazzi. Vive in Sicilia, a Mussomeli (Caltanissetta), la Villabosco dei suoi romanzi. Laureato in Giornalismo, scrive per il quotidiano "La Sicilia" e riviste culturali. Lettore onnivoro dall’asilo, adora Robin Wood, in particolare le serie che hanno per protagonisti Dago e Nippur di Lagash. Colleziona film, francobolli e gli albi di Diabolik e Zagor (ha grande simpatia per Cico), e ama gli altri eroi di casa Bonelli. Quando il lavoro, i libri e la famiglia non lo assorbono del tutto, si dedica alla terra e produce frutta e ortaggi biologici. Negli scampoli di tempo, si dedica anche all’insegnamento degli studenti nell’ambito di progetti culturali scolastici. Ama Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Giorgio Gaber e i cantautori italiani anni ’70 e ‘80, che alterna a Mozart, Beethoven, Ciaikovskij. Si riconosce nell’ingenua testardaggine di Forrest Gump e spera un giorno vivere in un Paese normale, coi politicanti di professione che sbraitano e si accapigliano, confinati nell’isola dei noiosi.


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