domenica 18 novembre 2018

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Nino Costa: «Museo riflesso, il mio sguardo voyeuristico tra l'opera d'arte e lo spettatore»

Fotografia

Resta in esposizione fino al 15 luglio a Catania la mostra del fotografo acese, docente al liceo artistico di Catania, che nei suoi scatti intercetta il "momento sospeso", che fu di Luigi Ghirri, nel museo di una qualunque città, nelle visite a mostre temporanee e a collezioni permanenti: «Con un punto di vista ravvicinato, il tentativo è quello di isolare il rapporto più intimo»


di Vanessa Viscogliosi

Della vanità dell'autoscatto e della violenza dell'immediatezza non vi è traccia nel “Museo riflesso” di Nino Costa, la mostra del sessantenne fotografo e docente acese del Liceo artistico Emilio Greco di Catania, in esposizione fino al 15 luglio da Arionte arte contemporanea, in Via San Michele 32 a Catania. Le fotografie di Costa, figlie di Luigi Ghirri, sorelle di Giorgio Morandi e colleghe della ricerca di Thomas Struth, de-scrivono e circoscrivono con essenzialità e pulizia formale un nuovo spazio, totale e sospeso, quieto eppure in movimento. È lo spazio che rinfrange una personale narrazione di soggetti e oggetti a cui Costa dà una nuova vita in quella “pausa di riflessione nella catena della riproducibilità” che è la fotografia.

Nino Costa, Venezia, Biennale d'arte, 2013

E quel “momento sospeso” tanto caro al maestro emiliano, Costa lo intercetta nel museo di una qualunque città e di una qualunque nazione, nelle visite a mostre temporanee e a collezioni permanenti, sconfinando i confini del perimetro della sala e della realtà. Perché a importare in questo lungo lavoro, iniziato negli anni Novanta e approfondito in maniera ragionata dal 2013, è il rapporto dialettico tra il fruitore e l'opera d'arte nella sua collocazione. Qui a incidere è quello “spazio totale” che lo stesso Costa abita nell'istante in cui decide di fotografare e che si fa sguardo/largo tra passato, presente e futuro riflettendo gli sguardi di altri e poi altri ancora, in un interminabile gioco di specchi, connessioni e relazioni. Tra chi scatta e chi guarda, tra chi guarda e cosa guarda. E l'allestimento della mostra rispetta la casualità di questi rimandi: nessun ordine cronologico, nessuna catalogazione geografica, nessuna divisione per generi. Eppure il “riflesso” degli occhi di Costa agguanta fortunate e giocose coincidenze: pose plastiche, cromie e fantasie dei soggetti ricalcano con una casuale e perfetta armonia quelle delle opere. Sebbene fugace, la fotografia aggiunge. E, a volte, ne basta un riflesso.

Nino Costa, foto di Tony Leone

Guarda la gallery di "Museo riflesso" di Nino Costa

La serie “Museo riflesso” nasce nei primi anni Novanta in concomitanza con gli scatti raccolti dal tedesco Struth nel suo ciclo più noto “Museum Photographs”. Entrambi avete immortalato gli stessi soggetti e gli stessi luoghi. Quali sono le analogie e in che cosa si discostano i due progetti?
«Quando ho iniziato a pensare a questa serie come possibile progetto da portare avanti non conoscevo Museum Photographs di Thomas Struth, invece conoscevo bene il volume “Il Palazzo dell’Arte” di A. C. Quintavalle che raccoglie la ricerca che Ghirri nel corso degli anni ’80 realizza all’interno di spazi museali italiani e stranieri. Con il lavoro di Struth le analogie sono quelle evidenti e cioè fotografare persone all’interno di spazi museali, le differenze sono probabilmente maggiori: le immagini del fotografo tedesco sono di grande formato, esse stesse monumentali, pensate e realizzate per sovrapporsi come una grande lastra alla percezione dei grandi spazi architettonici dei musei creando una nuova dimensione fisica abitata dagli spettatori ritratti e da quelli che osservano le fotografie. Le mie foto inquadrano lo spazio con un punto di vista spesso molto ravvicinato, il tentativo è quello di isolare il rapporto più intimo tra lo spettatore e l’opera d’arte, ammetto anche un certo piacere voyeuristico, quasi uno sguardo dal buco della serratura – un po’ come Degas definiva il suo ritrarre i nudi femminili. Nelle mie foto non ci sono gli ampi e profondi spazi di Struth, al contrario lo spettatore è spesso schiacciato contro l’opera fino a farne quasi parte, fino a reinventarla con la sua presenza. E visto che abbiamo parlato di Ghirri forse per questo lavoro sono state importanti le sue parole “Ho fotografato molte persone di spalle… ho voluto dare della persona un infinito numero di possibili identità…” (Diaframma 11, 1/125, luce naturale – 1979)».

Nino Costa, Venezia, Biennale d'architettura 2016

L'artista Costa è laureato in Estetica con una tesi sulla poetica di Ghirri. In un'intervista degli anni Ottanta proprio Ghirri disse che “la fotografia è l’immagine di un mondo possibile, scelto tra tanti mondi possibili” e che per questo è “più vicina alla fantascienza che ad altri generi letterari o estetici”. Che genere è la fotografia? È fantascienza oggi vivere di arte?
«Questa è una domanda complessa, che richiederebbe una lunghissima e articolata risposta. Proverò ad essere estremamente sintetico: la fotografia è per me la forma espressiva maggiormente prossima alla scrittura. Ho necessità di fotografare perché ho necessità di raccontare. Forse alla definizione di Ghirri, fotografia come fantascienza, preferisco quella di Susan Sontag: la fotografia come surrealtà. Cosa c’è di più surreale nell’avere tra le mani uno strumento così potente che ti permette di ritagliare un pezzo di realtà esattamente come l’hai pre-visualizzato attraverso lo sguardo. Per questo non amo il “fotomontaggio”, come diceva la scrittrice americana, ogni manipolazione delle foto produce un effetto ridondante e toglie forza all’immagine. La seconda risposta è più semplice: sì oggi vivere d’arte è quasi fantascienza soprattutto se vivi in Sicilia, dove gli spazi del mercato sono decisamente asfittici».

Nino Costa, Arles, Les rencontres de la photographie, 2014

È innegabile che ci siano nuovi fruitori e nuovi musei. I nuovi fotografi chi sono invece?
«I nuovi fotografi siamo tutti. Viviamo un tempo in cui la soddisfazione prodotta da un pensiero che richiedeva una lentezza di sublimazione della percezione e della lettura è sostituita dalla bruciante necessità di cupida assimilazione. Il flagrante ha soppiantato il latente. Una tecnologia, praticabile da tutti, sempre più rapida e mutevole ha rafforzato l’esigenza individuale di una continua riformulazione del sé. Esisto perché mi rappresento. La fotografia come ostensione del sé ai propri fedeli. Quindi per continuare ad essere fotografo bisogna, paradossalmente, esserlo meno, recuperare la calma della ricerca, come più volte ho detto (non solo io) la fotografia la trovi perché cerchi quella che hai già dentro. Detto questo so già che la fotografia dei due secoli precedenti ha gli anni contati, la dematerializzazione è inarrestabile, ma per me la foto ancora esiste quando si trasforma in oggetto, quando diventa carta, quando la posso prendere tra le mani, quando ne avverto il minimo peso, quando sta davanti ai miei occhi appesa ad un muro, racchiusa dentro una cornice, quando racconta qualcosa».


Nino Costa, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, 2013

Fotografo e docente di storia dell'arte a Catania: che rapporto hanno gli alunni con le arti visive in genere? L'Italia, invece, che rapporto ha con la storia dell'arte nelle scuole?
«Risposta facile, la scuola italiana vive il suo momento peggiore, le ultime riforme l’hanno svuotata, depotenziata, in favore di una logica modellata sull’idea di azienda e di prodotto paradossalmente avulso dalla realtà, così ci troviamo in un paese che possiede il più grande patrimonio artistico del mondo e che nelle sue scuole ha meno ore di Storia dell’Arte di molti altri paesi, europei e non (controllare per credere). Io insegno Storia dell’arte in un Liceo artistico e per forza di cose il rapporto degli alunni con le arti visive è consueto, quello che cerco di fare in più è stimolare la curiosità e insegnare a guardare, ma è una battaglia dura perché più immagini hanno davanti i loro occhi sui display degli smartphone e meno sono capaci di vedere, se non percepire un flusso ininterrotto e passivo di icone che si depositano nella coscienza senza suscitare emozioni, anche a scuola cerco di far capire l’importanza di recuperare lentezza, di associare immagini alle parole, l’importanza di costruire un proprio “museo interiore”».

Nino Costa, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, 2013

La Sicilia e l'arte di ieri e di oggi. Che futuro attende o ci possiamo auspicare per la nostra isola?
«Per quanto riguardo l’arte contemporanea qualcosa comincia muoversi, spero che un evento come Manifesta a Palermo dia impulso a nuove iniziative e convinca le amministrazioni, soprattutto quelle appena insediate che investire nella cultura e nell’arte alla lunga conviene. Bisogna riconoscere che anche per la fotografia si sono fatti decisi passi avanti con diverse manifestazioni anche di buona qualità che sono diventate un appuntamento fisso come Med Photo Fest, Gazebook, Gibellina PhotoRoad, Ragusa Foto Festival. Quello che auspico per la Sicilia è che i siciliani e insieme a loro lo stato italiano, a cui ancora la Sicilia appartiene, si accorgano della millenaria Storia di questo luogo e della formidabile potenza che può ancora essere sprigionata nei termini di progresso civile ed economico».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 22 giugno 2018
Aggiornato il 30 giugno 2018 alle 22:09





Vanessa Viscogliosi

Mi piacciono le cose vintage: la réclame di Calimero, il b/n delle foto, la carta ingiallita dei libri, il senso civico, la cultura. Sono su Fb, Twitter e Instagram


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