Recensioni La 60a stagione di rappresentazioni classiche dell'Inda al teatro greco si affida al complesso intreccio delle relazioni familiari nel pensiero di Sofocle. Il regista palermitano Roberto Andò accentra su “Elettra” il divenire della tragedia e per questo ha chiamato Sonia Bergamasco a dar voce e nervi alla protagonista. “Edipo a Colono” del regista canadese Robert Carsen è un raffinatissimo sequel di "Edipo re" di 3 anni fa, con la rinnovata centralità di Giuseppe Sartori, corpo e spirito da palcoscenico
Nel nome del padre, della figlia e dello spirito sacrilego della vendetta. Ecco Elettra, colei che incarna il terreno dramma dell’odio: unico obiettivo della sua vita è rivedere il fratello Oreste e vedere morti la madre Clitennestra ed il suo nuovo compagno di talamo Egisto che uccisero suo padre Agamennone, re di Micene e capo degli Achei, reo di aver sacrificato alla dea Artemide la figlia Ifigenia, sua sorella, solo per poter permettere alle navi di salpare verso la decennale guerra di Troia.

Sonia Bergamasco è “Elettra” in scena al Teatro greco di Siracusa per la stagione classica dell’Inda, foto Franca Centaro
Nel nome del padre, delle figlie, e dello spirito sacro della morte. Ecco Edipo, colui che trasfigura l’umano verso il divino: ormai cieco e sorretto da un bastone e dall’amore filiale di Antigone, prima, e di Ismene, dopo, l’ex re di Tebe vuole solo trovare la giusta fine terrena dopo una vita maledetta dal volere divino che, a sua insaputa, gli fa uccidere il padre Laio e lo fa unire carnalmente con la madre Giocasta che diventa sua sposa. Una fine “sacra” trovata nel bosco devoto alle Eumenidi di Colono dopo aver maledetto a sua volta i figli maschi Polinice ed Eteocle “condannati” a uccidersi reciprocamente nel vano tentativo di avere il comando della città.

Giuseppe Sartori (Edipo) e Fotinì Peluso (Antigone), foto Michele Pantano
Tra sacro e profano, la 60a stagione di rappresentazioni classiche dell’Istituto nazionale del dramma antico al teatro greco di Siracusa si affida al complesso intreccio delle relazioni familiari nel pensiero di Sofocle, colui che eleva l’umanità dei suoi personaggi, eroi loro malgrado, equamente divisi fra dannazione e gloria. Ad affrontare la complessa tematica due giganti della scena, Roberto Andò e Robert Carsen.
Il regista palermitano Roberto Andò, già negli anni scorsi direttore artistico dell’Inda, per il suo debutto al Teatro Greco siracusano come regista, accentra su “Elettra” tutto il divenire della tragedia, e per dar voce (e nervi) al fiume in piena di emozioni della figlia doppiamente orfana – fisicamente del padre Agamennone ucciso dalla madre, e moralmente della madre Clitennestra fino a che la vendetta per mano del fratello Oreste non venga compiuta – ha chiamato l’attrice milanese Sonia Bergamasco: e che l’odio sia con voi…

Sonia Bergamasco (Elettra), foto Centaro
Il regista canadese Robert Carsen, tornato a Siracusa dopo il trionfo di “Edipo re” del 2022, fa di “Edipo a Colono” una sorta di sequel – c’è la stessa scalinata di tre anni fa che lo scenografo Radu Boruzescu tinge da bianco a verde bosco impreziosita dai cipressi in odor di Aldilà – con la rinnovata centralità di Giuseppe Sartori il quale dà corpo e anima all’ex uomo forte e tracotante divenuto fragile che ha scelto da sé l’esilio e che impone un percorso, la fusione con la natura, come metamorfosi verso un modello di terrena santità. Anche la sofferenza fa cose buone…

Giuseppe Sartori in “Edipo a Colono” in scena al Teatro Greco di Siracusa, foto Michele Pantano
Le note del dolore di Elettra
La fragilità, l’emarginazione, la follia, la malattia mentale che subentra in risposta a un forte dolore al quale non si sa, non si vuole reagire. E’ così l’Elettra di Sofocle secondo Roberto Andò (una co-produzione Inda e Teatro nazionale di Napoli), una donna che odia e si dispera svelando la fragilità della psiche. Sonia Bergamasco, sulla quale è incentrato e insiste tutto lo spettacolo, affida parte dell’interpretazione al suo corpo: magrissimo, smunto, ferito, sporco, pallido. Lo sguardo spento, i capelli corti e azzannati fanno il resto, richiamando alla memoria il più classico tra gli “ospiti” di quei luoghi di dolore che furono i manicomi. Elettra è intrisa di dolore, di dolore e odio. Da quando sua madre Clitennestra vive con il suo amante Egisto nella reggia di Micene, dopo aver assassinato il padre Agamennone, Elettra vive negli anfratti della città, nascosta, reietta, ai margini del palazzo che nella scenografia di Gianni Carluccio viene proposto con la facciata abbattuta, tra resti di macerie e sangue.

Una scena di “Elettra”, foto di Franco Centaro
Elettra è pazza di dolore, l’uccisione del padre Agamennone l’ha disconnessa dal mondo e dalla sua stessa anima che, come il pianoforte impolverato in scena, suona delle note sconnesse e minimali. Tentano di lenire il suo dolore e di farla (invano) ragionare le tre efficaci Corifee (Paola De Crescenzo, Giada Lorusso e Bruna Rossi) proposte con capelli corti – o raccolti- e vestite con eleganti e semplici tuniche: una senape, una blu, una rossa.

Paola De Crescenzo, Giada Lorusso e Bruna Rossi (corifee), foto Franca Centaro
L’Elettra di Sofocle nella proposta di Roberto Andò, in ideale continuità con la Clitennestra che il regista palermitano nel 2023 trasse da La casa dei nomi di Colm Toibin, punta tutto sulla parola (easy la traduzione di Giorgio Ieranò). Anche la musica, seppur affidata ad un big come il violoncellista palermitano Giovanni Sollima, tra barocco rivisitato e minimalismo, resta sempre in secondo piano. La parola, però, non appartiene al coro, che se anche Sofocle lo aveva immaginato muto, in questa messa in scena è anche fin troppo statico, quasi da risultare una inutile presenza riempitiva, tranne in un paio di momenti.
Elettra spera nel ritorno del fratello Oreste perché vuole vendetta e mal tollera la pragmatica felicità della sorella Crisotemi (la brava Silvia Ajelli) che vive e gode degli agi della casa regale.
Tra i momenti più belli dello spettacolo è l’acceso confronto-scontro tra Elettra e la madre Clitennestra, la superlativa ed elegantissima Anna Bonaiuto, vestita con una tunica nera su cui spiccava la lunga chioma bianca, che ancora una volta ci regala un’altissima lezione di teatro. Il confronto tra due donne si trasforma nello scontro tra due dolori: quello dell’orfana Elettra che non si dà pace per l’assassinio brutale e vigliacco del padre, e quello della madre Clitennestra, alla quale lo sposo Agamennone ha sottratto e ucciso la figlia Ifigenia.

Sonia Bergamasco (Elettra) e Anna Bonaiuto (Clitennestra), foto di Franca Centaro
Oreste è tornato di nascosto a Micene e, per prendere tempo, fa annunciare dal suo pedagogo (Danilo Nigrelli) la falsa notizia della sua morte. Qui il mito lascia per un momento spazio al sentimento umano: «Essere madri è una cosa spaventosa – dirà Clitennestra tra le lacrime – anche se ti hanno fatto del male non riesci ad odiarli i tuoi figli». Ma è giusto un momento, perché Clitennestra, caduta nel tranello e sentendosi salva, gioirà per la morte del figlio.
Al contrario Elettra, che apprenderà la notizia da Pilade (Rosario Tedesco), si struggerà oltremodo (degna di nota la prova attoriale di Sonia Bergamasco, in crescendo e a tratti volutamente sopra le righe) stringendo a se l’urna con quelle che crede essere le ceneri dell’amato fratello. Alla visione di cotanto struggente dolore, sarà lo stesso Oreste (il bravissimo Roberto Latini vestito con una tunica con cappuccio, a metà via tra un boxer ed un trapper di periferia) a svelare tra le lacrime all’amata sorella – che lo ha allevato e salvato da morte sicura – la sua vera identità.

Roberto Latini (Oreste)_foto Centaro
Intessuto l’ordito, sia fatta la volontà degli dei. Così, come avevano previsto gli oracoli, Oreste ucciderà prima la madre, nello stesso luogo in cui trovò la morte il padre, e poi Egisto (Roberto Trifirò) rientrato a Micene non appena appresa la notizia della (finta) morte di Oreste.
Giustizia è stata fatta: ma è stata la giustizia divina – la volontà di Apollo che ha imposto a Oreste il suo piano – ad essere attuata, o è la giustizia terrena di Elettra a prevalere? La giustizia come difesa estrema di una linea patrilineare, difesa cieca delle ataviche leggi del clan familiare, costi quel che costi (vedi anche il sacrificio di Ifigenia).
Elettra, rimasta sola sulla scena, suona al pianoforte la melodia della sua ritrovata serenità, prima di rannicchiarsi in posizione fetale sullo stesso strumento. Musica di una nuova rinascita o di una vera propria nascita della donna senza padre né madre? I pochi applausi a scena aperta sono stati ricompensati da una standing ovation finale del teatro sold out.
Repliche fino al 7 giugno, alternate ad “Edipo a Colono”.

Sonia Bwrgamasco nella scena finale di “Elettra”, foto Franca Centaro
Edipo Superstar, l’uomo che si fece natura
Edipo (Giuseppe Sartori) scende dalle scale del teatro greco di Siracusa e scandisce col bastone il suo cammino di cieco, coadiuvato dal braccio della figlia Antigone (Fotinì Peluso). Edipo è l’uomo del dolore fuggito dalla sua terra (Tebe) per scontare, da non vedente per mano sua, un esilio volontario. Il coro maschile degli abitanti di Colono, nel circondare di vasi di argilla la zona protetta del bosco sacro, parla con una sola voce per capire chi sia lo straniero.
Dall’azione alla contemplazione, a Siracusa in scena la redenzione di Edipo
Arriva anche Ismene (Clara Bortolotti), l’altra figlia di Edipo nata dal rapporto incestuoso con la madre Giocasta. Sono belli i movimenti del coro, a cura di Marco Berriel, e qui la cifra stilistica di Carsen, già apprezzata tre anni fa con “Edipo re”, classicità sinonimo di armonia, si manifesta senza esitazioni. Ed il folto pubblico non perde occasione per farsi sentire.

Clara Bortolotti (Ismene) e Fotinì Peluso (Antigone), foto Michele Pantano
Il confronto con il popolo di Colono, territorio a nord di Atene che ospita il bosco sacro alle Eumenidi, la versione benevola delle furie della vendetta, è aspro all’inizio. Gli uomini di Colono rinfacciano a Edipo il suo tragico passato, di aver diviso il letto con la madre e di aver ucciso il padre: «Sono un puro per la legge, ho agito senza sapere» si difende Edipo. Arriva Teseo, il re di Atene, di bianco vestito, un risoluto Massimo Nicolini, che fa capire subito di non aver nulla contro lo straniero: «Sono stato in esilio anch’io, non posso andare contro uno straniero».
Sartori mette a disposizione il suo corpo per narrare l’evoluzione di un uomo che ha visto stravolto il suo destino: lo ricordiamo tre anni fa quando, acclamato re, arrivò sulla scena in elegante giacca e cravatta da moderno manager. Adesso è un mendicante scalzo, barba lunga e bianca. Estro attoriale e sapiente regia fanno subito prigioniero il pubblico che pende dalle sua labbra: «Questo è il luogo dove trionferò su quelli che mi hanno scacciato» dice Edipo pensando ai figli Eteocle e Polinice in lotta a Tebe per il potere. «E’ Apollo che ti ha portato qui» ribadisce Teseo. E qui scatta un nuovo applauso, segno che la messinscena di Carsen ha colto nel segno ancora una volta. Essenziale il commento sonoro di Cosmin Nicolae: quest’anno sia in “Elettra”, sia in “Edipo a Colono” la musica la fanno le parole.

Massimo Nicolini (Teseo), foto Michele Pantano
Quando arriva il coro femminile delle Eumenidi (le allieve dell’Accademia del dramma antico dell’Inda), di verde vestite come il bosco dove vivono, l’alternanza cromatica della scena è completa. Eleganti nelle loro tuniche, le Eumenidi rispondono ad una sola voce ai versi decantati con personalità dalla corifea Elena Polic Greco. I loro movimenti sono poesia.

Elena Polic Greco (capo coro) e il coro delle Eumenidi, foto Michele Pantano
Irrompe sulla scena Creonte (ancora lui, come tre anni fa, un magnetico Paolo Mazzarelli), sfrontato e sprezzante, quasi un boss spalleggiato da 4 scagnozzi, ovviamente di nero vestito, perché in questa scena manichea tutto il bene sta ad Atene, e tutto il male sta a Tebe. A tutti i costi vuole riportare in patria l’ex re, sperando così di evitare sventure di guerra per la città sfruttando la reputazione di Edipo. «E’ più giusto amare la tua terra» intima Creonte a Edipo che si nega senza esitazioni: «Non mi avrai mai dalla tua parte». «Non toccarlo, non toccarlo, non toccarlo» gli urla dietro il coro di Colono. «Tu piombi in una città che applica la giustizia. Tra le città che sanno onorare gli dei Atene è la prima» ricorda senza esitazioni Teseo.

Il faccia a faccia fra Paolo Mazzarelli (Creonte) e Massimo Nicolini (Teseo), foto Michele Pantano
Rosario Tedesco, nell’Edipo capo coro del popolo di Colono, mentre in “Elettra” è Pilade, si merita il suo applauso personale dopo la lunga e accesa arringa in cui il coro di Colono si tramuta in esercito di lottatori che si addestrano al rallenty sulla scena del teatro greco.

Rosario Tedesco (capo coro) e il coro di Colono, foto Michele Pantano
Ma è l’affascinante coro femminile delle Eumenidi che traccia il destino di Edipo, filosofia dell’opera postuma di Sofocle, scritta dal tragediografo greco alla fine della sua lunga esistenza: «Non nascere è il destino migliore. Ma quando si è nati il meglio è tornare al più presto da dove siamo venuti. E’ folle chi vuole una vita più lunga della misura giusta».

Il coro delle Eumenidi, foto Michele Pantano
Arriva Polinice (Simone Severini), una iniziale voce remissiva per il figlio di Edipo che vuole riportare a casa il padre per poter punire il fratello minore Eteocle che lo ha cacciato da Tebe costringendolo a trovare rifugio ad Argo dove ha trovato alleata la città pronta ad attaccare Tebe. «Le mie figlie sono il mio conforto» ribadisce il vecchio Edipo e caccia il figlio dopo aver lanciato la maledizione che vorrà i suoi due figli incorreggibili – Eteocle e Polinice – ucciddersi l’un l’altro nel tentativo vano di conquistare il potere. Polinice toglie gli abiti civili per indossare la mimetica militare per nulla intenzionato a recedere dal suo obiettivo. «Voi non meritate di essere felici» gli urla dietro il padre.
Sarà il tuono alato di Zeus a dare il segnale che il momento per Edipo è arrivato: «Lasciate che io trovi da me la mia tomba». Edipo risale la verde scalinata del bosco sacro per sparire alle sue spalle. Se ne è andato come nessun uomo mai, ha avuto un privilegio. Anche Teseo piange, l’unico che ha potuto vedere dove il novello amico è morto. Sa che il gesto finale dell’ex re di Tebe sarà una garanzia per la sua città di non essere attaccata dai tebani. Ad Antigone e Ismene in lacrime ricorda: «Non c’è lacrima se la morte è un dono. Tutto è compiuto».

Giuseppe Sartori (Edipo), foto Michele Pantano
Peluso e Bortolotti, nonostante la giovane età, hanno retto il confronto con gli attori più navigati. Va da sé che per l’anno prossimo, quando Carsen chiuderà la trilogia tebana di Sofocle con “Antigone”, avrà bisogno di un’attrice più di peso per il ruolo della protagonista.
Quando Edipo riscende la scalinata nella tunica verde color del bosco, un Jesus Christ Superstar dell’antica Grecia, è ormai un tutt’uno con la madre terra e il suo Aldilà. Il pubblico si scatena in una ovazione che dura diversi minuti. Le repliche fino al 28 giugno, alternata ad Elettra e dal 13 giugno con la commedia “Lisistrata”.

Robert Carsen e tutto il cast de “L’edipo a Colono” raccolgono l’ovazione del pubblico, foto SicilyMag



Commenti