mercoledì 24 aprile 2019

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Nanni Moretti e quella storia umana che diventa gesto politico

Visioni

Dall'alto di Belvedere di Siracusa si vede la Sea Watch 3 col suo carico di disperati ostaggio di un'Europa indifferente. Al cine Aurora di Belvedere, intanto, il regista presenta "Santiago, Italia", il docu-film su quella "bella Italia" che accolse i cileni orfani di Allende, fuggiti dalle torture di Pinochet. Moretti, però, ci ricorda che "L’Italia di ora assomiglia al Cile di allora, del golpe"


di Daniela Sessa

Nanni Moretti sceglie la sala cinematografica indipendente più antica di Sicilia, la giovane centenaria “Cinema Aurora” di Nino Motta, a Belvedere di Siracusa per la prima presentazione siciliana, sabato scorso, del docufilm “Santiago, Italia”. Detto così, è una notizia, interessante per il pubblico presente – tantissimo, così da dover replicare la proiezione nello stesso pomeriggio con il regista sempre presente - e per chi non c’era. Solo una notizia. Ma per chi si intestardisce ad avere uno sguardo un po’ più ampio, e nemmeno pirandellianamente tanto strabico, capisce che in quella sala cinematografica è avvenuta una reazione alchemica. Il cinema “Aurora” sta in una frazione di Siracusa che si affaccia dal Castello di Eurialo (da lì Archimede sapeva quali navi respingere) fino a un terrazzo panoramico su un vasto tratto di mare di fronte contrada Targia. A metà dell’orizzonte di quel mare si vede una nave. Sopra ci stanno, ammassati e infreddoliti, quarantasette esseri umani che aspettano un sì da un’Europa bislacca e indifferente.

Nino Motta e Nanni Moretti al cine Aurora di Belvedere

Un sì per trovare una terra sotto i piedi, per smettere di ondeggiare e di vomitare (col mare grosso, capita) e di tremare per il freddo e le ondate addosso (col mare grosso, capita). Si accontenterebbero di un sì dalle coste di fronte a loro, quelle italiane. Perché salvare vite umane, prima che un atto politico dovrebbe essere un atto umano. Come avvenne in un’Italia diversa, quella di 45 anni fa, ai cileni che si rifugiarono in Italia dopo il golpe di Pinochet. E così un regista, che non ha mai temuto di filmare scene di realtà e di idee, sale sullo stesso palco con il proprietario di un cinema che tiene alto a Siracusa il senso del cinema (con pellicole e rassegne mai banali) e con il sindaco della città, Francesco Italia, che non ha dubitato un attimo a prendere posizione: scrivere a tutti quelli che possono dargli il permesso di far attraccare a Siracusa la Sea Watch 3 (eccetto al ministro dell’Interno: d’altronde, non ha competenza sui porti), per predisporre l’accoglienza insieme alle associazioni umanitarie e alla Curia. Tutti e tre raccontano il dovere di essere umani. Ognuno a suo modo, correndo il rischio di essere accusato di retorica o di buonismo.

La Sea Watch 3 al largo di Siracusa

La scena iniziale di Santiago, Italia

L’alchimia sta in questo pomeriggio a Siracusa in cui, almeno col cuore e con la ragione, tra i quarantasette esseri umani seduti sulla tolda di una nave e gli altri esseri umani seduti sulle poltroncine blu del cinema si è avuta conferma che esiste la possibilità di una narrazione diversa. Nanni Moretti, prima dell’inizio della proiezione, ha detto che il suo documentario «è una bella storia italiana. Una volta tanto abbiamo fatto davvero una bella figura. Questa storia racconta che le singole persone possono fare la differenza”. Ricorda che l’11 settembre del 1973 l’ambasciatore italiano in Cile venne a sapere del golpe, mentre era casualmente in Italia. Due diplomatici italiani in Cile, Piero De Masi e Roberto Toscano, dovettero decidere immediatamente come comportarsi con le persone che scavalcavano il muro e chiedevano asilo nella nostra ambasciata e presero la decisione giusta. E continua «Mi fa piacere che il film, che è un film sull’accoglienza, sia uscito ora, quando un pezzo della società italiana sta andando purtroppo in direzione opposta ai valori dell’accoglienza e della solidarietà. Volevo raccontare con semplicità una storia umana. Però, viviamo in tempi talmente strani che raccontare con semplicità una storia umana, diventa automaticamente un grande gesto politico».

Motta, Moretti e Francesco Italia, sindaco di Siracusa

Comincia il film e come spettatore, contemporaneo o meno a quegli anni, senti che ad avere il mare sotto i piedi sei proprio tu, seduto in sala. Perché un intervistato dice "Scappavamo come scappano ora dall’Africa” e un altro “Io sono un rifugiato, sono stato accolto, mi hanno permesso di integrarmi”. “Santiago, Italia” è un documentario non documentario. Ci sono le interviste, ci sono i filmati d’epoca, c’è la presa diretta sui fatti. Ci sono parole incontrovertibili e ci sono volti nello stadio di Santiago, dove vennero portati nelle prime ore del golpe i sospettati di collusione con Salvador Allende (poi, molti furono prigionieri a Villa Grimaldi) incontrovertibili allo stesso modo. C’è la voce di Moretti che invade quel tanto che basta per far parlare i testimoni. Moretti mai ha lesinato di invadere la pellicola con un ventaglio di sguardi perplessi, di mezzi sorrisi ironici, di dita e labbra affogati nella nutella, di teste vestite di cuffie da nuoto e di caschi da moto, di schiene in lambretta e di fianchi in mambo fino a rivendicare il suo posto nell’ultima scena di “Il Caimano”. Qui, come nel documentario “La cosa” sull’inizio dello psicodramma della Sinistra italiana e nei tempi in cui c’era ancora il Pci, Moretti sceglie l’invisibilità e la parzialità. All’ossimoro dà conto in due scene. La prima inquadratura è un piano americano (avrà un senso in un film in cui la denuncia delle responsabilità statunitensi sul golpe sono ripetute più volte?) del regista affacciato su Santiago e dietro un muro basso, metafora didascalia dei muri che ci minacciano, anche di quelli impossibili imposti al mare; metafora denuncia per doverosi muri bassi, valicabili da chiunque, solo perché gli va e soprattutto perché fugge dalla tremenda illibertà. La seconda è quasi alla fine del film in cui Moretti fa la sua dichiarazione di poetica “Io non sono parziale”.

Moretti sul palco del cinema Aurora di Belvedere

Non è mai stato imparziale, Moretti: figuriamoci da documentarista. La storia del suo cinema, il suo impegno civile (quei girotondi tanto derisi che provarono a fare opposizione intellettuale, mentre la Sinistra entrava pian piano in coma, sopraffatta e poi sedotta dalla comunicazione del berlusconismo), le sue profezie in forma di ciak - che hanno scritto la storia italiana dal primo lungometraggio “Io sono autarchico” del 1978 (altra presa di posizione) fino a questo docufilm, che se fosse una profezia sarebbe una gran cosa - raccontano la determinazione di un artista, magari permaloso, un po’ snob, forse un tantino narciso ma assolutamente consapevole del proprio ruolo. Non a caso le prime immagini di repertorio di “Santiago, Italia” mostrano Allende, il giorno della vittoria, chiamare sul palco un poeta, Pablo Neruda. Qui l’alchimia in sala rischia di provocare un cortocircuito, e vabbè. “Io non sono imparziale” dice Moretti a un ex torturatore di Pinochet, ma non è questo il momento drammatico del film. Drammatiche sono le parti in cui l’operaia, il sindacalista, il regista, lo scrittore si commuovono ricordando quella festa immediatamente trasformatosi in coprifuoco, torture, scomparse, fughe. “Con Allende era una festa” dicono Carmen Castillo, Manuel Gittin, Rodrigo Vergara, Patricio Guzman, Arturo Costa, David Munoz, Stefano Rossi, per citare solo alcuni dei testimoni; e Moretti manda in sottofondo, per parte del film, le musiche da banda e di tanto in tanto fraseggia con il pueblo unido degli Inti-Illimani.

Il film è diviso in tre parti. La prima racconta l’ascesa di Allende, la sua idea di socialismo umanitario e democratico fino alla rottura dell’idillio con gran parte del suo popolo. Le responsabilità degli USA nel turbare il mercato cileno, appoggiando la Destra imprenditoriale, e finanziare il giornale El Mercurio per la campagna di stampa antigovernativa sono chiare. Segue il racconto del giorno del golpe. Una testimone ricorda l’avvento del grande silenzio per le strade, il fragore delle bombe sul palazzo presidenziale La Moneda mentre le immagini mandano i roghi dei libri e dei documenti. Un altro intervistato parla del “momento grigio e amaro del tradimento” di Pinochet. L’ultima parte si apre con l’intervista al militare golpista Guillermo Garin, dalla logica eichmanniana, e continua con il racconto, anche divertente, di come molti cileni si misero in salvo scavalcando il muro dell’ambasciata d’Italia, del loro arrivo in Italia, della loro integrazione in una terra che un cileno definisce “L’Italia è stata madre generosa e solidale”, mentre un altro gli fa eco “L’Italia di ora assomiglia al Cile di allora, del golpe”. Due frasi che danno conto di quella virgola che separa nel titolo la città cilena dal nostro Paese. Quella virgola in cui può stare tutto il senso di questa bella e importante opera di Nanni Moretti: loro e noi, il loro prima, il nostro adesso.

La scena finale di Santiago, Italia di Nanni Moretti

Il dopo? La speranza che vi sia l’accenno di cueca e banda con cui termina “Santiago, Italia”. La scena finale è morettiana. Anche così si conciliano gli opposti dell’invisibilità e della parzialità. Poteva non finire così un film di Moretti? Intanto, a Siracusa i quarantasette migranti non sono ancora sbarcati. Cueca e banda, fin quando si può, sono per il momento rimandati.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 28 gennaio 2019
Aggiornato il 07 febbraio 2019 alle 17:04





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