giovedì 23 maggio 2019

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Mons.Raspanti: «Una società è sana se crea cultura e lavoro»

Sugnu sicilianu

Alcamese d'origine, il vescovo di Acireale è impegnato nel sociale ed un raffinato intellettuale, seguace dei dettami di Papa Francesco in merito al rapporto fra fede e ragione. Tra i suoi impegni lo stimolo alla popolazione acese a creare piccole imprese nel campo agricolo e turistico: «Abbiamo bisogno di un approccio multidisciplinare che leghi dimensione umanistica, sapere scientifico e tecnologico»


di Salvo Fallica

«L'impegno sociale come aiuto solidale verso i deboli ma anche come creazione di opportunità di lavoro per i giovani ed i meno giovani. La formazione culturale è una base essenziale per dare delle possibilità alle persone di migliorare la loro vita nel mondo sociale». Il vescovo di Acireale, filosofo e teologo, Antonino Raspanti, 57 anni, spiega così l'importanza della dimensione sociale della cultura ed aggiunge: «La religione è una dimensione alta di spiritualità ed è nel contempo impegno nella società, è confronto ed apertura verso il prossimo. Per capire il mondo odierno abbiamo bisogno sempre più di strumenti culturali sofisticati, la filosofia come pensiero critico ci aiuta ad interpretare la realtà. Abbiamo bisogno di una visione culturale ampia, di un approccio multidisciplinare che leghi dimensione umanistica, sapere scientifico e tecnologico. Bisogna capire il mondo che cambia, le grandi trasformazioni economiche, finanziarie e sociali, così come l'impatto dell'informazione sul nostro modo di vivere. Senza il confronto con queste dimensioni si rischia di restare indietro nella conoscenza e nella comprensione di quello che ci circonda e dei processi che avvengono».

Mons. Antonino Raspanti

Antonino Raspanti è un vescovo impegnato nel sociale ed un raffinato intellettuale, è stato professore e preside della Facoltà Teologica di Palermo, è un esponente di spicco del Cortile di Gentili, uno dei pensatoi culturali più importanti del cattolicesimo nel mondo, non a caso è guidato dal cardinal Gianfranco Ravasi. Raspanti coniuga teoria e concretezza che «non sono affatto dimensioni distanti ma correlate, la vita e la cultura non sono mondi che si contrappongono». Fra le sue opere vi sono studi di notevole valore storico e filologico su Pico della Mirandola, analisi filosofiche su Tommaso d'Aquino ed Emanuele Severino. Fra i suoi saggi più acuti, ne è stato pubblicato uno di recente in un bel testo della Libreria Vaticana Editrice sul rapporto fra ragione e fede, scienza e carità. Rapporto tra ragione e fede letto non secondo la vulgata delle anacronistiche contrapposizioni ma di una interazione profonda e nuova, in linea con il pensiero di papa Francesco.

Raspanti ha anche ricostruito la sua vita in una autobiografia intellettuale nella forma di intervista, “L'Infinito nel cuore”, edito dalla Di Lorenzo, che parte dalla sua gioventù. Era uno studente di un Liceo di Alcamo. Come ha scoperto la sua vocazione?
«La preghiera ed il silenzio, delle dimensioni alle quali mi sono avvicinato tramite una recita teatrale. In special modo ricordo i ritiri dai Salesiani ed il loro ruolo di guida nella preghiera. Sicuramente queste occasioni hanno avuto un effetto perché vi era dentro di me una inquietudine, nel senso di ricerca personale, che spaziava dalla sfera spirituale agli interessi sociali».

Si occupava anche di politica?
«Politica meno, mi interessavo di più al sociale, facevo molto volontariato. E praticavo anche lo sport. Seguivo la politica ed all'inizio avevo qualche piccola simpatia per la federazione giovanile comunista perché vi erano dei miei amici, ma quella esperienza è stata deludente e mi sono ritratto. Cercavo una dimensione più profonda, autentica. E l'ho trovata nella religione, nella filosofia, nella cultura».

Il vescovo di Acireale Antonino Raspanti

Vi è stato un momento di illuminazione nella sua vocazione?
«La recita di una opera di Herman Hesse è stata decisiva, ha fatto scaturire dentro di me una serie di domande che mi hanno prospettato l'ipotesi di diventare sacerdote, e che io inizialmente ho accolto come qualcosa di estraneo a me, ma non dissonante. Era una scelta apparentemente estranea, in realtà scaturiva dal profondo della mia anima. La frequentazione con alcuni preti mi ha aiutato in questa scelta decisiva. La vita in seminario è stata molto bella sia sul piano spirituale che sul piano teologico-filosofico, ho avuto dei professori di notevole livello. Mi sono piaciute molto le letture, sia quelle religiose sia quelle cultural-filosofiche. La lettura delle grandi opere dell'antichità è stata affascinante e molto bella. La lettura e la riflessione sono un trait d'union della mia esistenza».

Come è iniziata la carriera accademica?
«Non è nata da me, me lo hanno proposto i vertici della facoltà teologica di Palermo, e poi ufficialmente me lo chiese l'allora cardinale del capoluogo siciliano Pappalardo. Ed ovviamente la questione mi fu posta anche dal vescovo di Trapani (diocesi alla quale appartenevo). Mi chiesero di approfondire le tematiche culturali tramite una serie di dottorati a Roma. Fui orientato verso un sacerdozio nel quale era prevalente l'impegno culturale. In seguito sono divenuto docente ordinario di teologia dogmatica e di spiritualità a 44 anni. Ed anche preside della Facoltà”.

Come è diventato vescovo?
«Sono scelte che non dipendono da noi. La Santa Sede decide, e poi vi è il nunzio apostolico, in questo caso quello in Italia, che chiama la persona e gli dice: 'Il Santo Padre ha deciso e la chiama a questo compito (allora era Benedetto XVI)...'. E mi assegnarono la sede di Acireale».

Le cambiò la vita?
«Ho cambiato mestiere, da professore universitario sono diventato un vescovo. Ho scelto di lasciare la Facoltà Teologica e dedicarmi al nuovo impegno».

Come è nata l'attenzione alla vita sociale?
«La mia attenzione alla vita sociale l'ho sempre avuta, anche da parroco. Dato però il compito intellettuale e di notevole responsabilità al quale mi avevano chiamato alla Facoltà Teologica, mi davano parrocchie molto piccole, quasi sempre luoghi turistici: Scopello, Erice. Pensi a Scopello d'inverno vi erano solo 40 persone, d'estate alcune migliaia. Ma non vi erano rilevanti problemi sociali».

Ad Acireale si è trovato dinanzi ad un nuovo scenario?
«Del tutto nuovo. Divento vescovo di Acireale nel 2011, una diocesi di rilevanza storica. E vengo chiamato al nuovo compito di pastore quando in Sicilia si fanno sentire ancora più duramente gli effetti della grave crisi economico-finanziaria internazionale. In Sicilia si assiste al crollo dell'occupazione, ai progressivi tagli nel settore pubblico, l'economia regionale sprofonda...».

Quale fu la sua riflessione?
«Mi sono trovato dinanzi a questa realtà: da un lato vi sono i poveri che non hanno nulla, e questi sono una piccola parte in una città come Acireale ed il vasto comprensorio. A loro pensa la Caritas ed una rete di solidarietà molto ben sviluppata. Ovviamente gli aiuti non bastano del tutto ma vi è una struttura di assistenza che funziona grazie anche al volontariato. Abbiamo apportato dei miglioramenti ma su una base esistente. Dall'altro lato invece vi è una fascia molto più ampia, quella che prima era la fascia medio bassa, che campava, viveva; invece con la crisi sono crollate economicamente molte persone appartenenti a questa classe sociale. Per non parlare della drammatica crisi dei giovani. Che potevo fare? Non avevo né industrie né capitali, l'unica cosa che potevo fare era pensare di poter dare prospettive. Ed è quello che ho fatto, dialogando con altre realtà economico-sociali, istituzioni, imprenditori, banche. Dovevo lavorare per creare delle condizioni di sviluppo del territorio».

Un'altra immagine di Mons. Raspanti

Come ha deciso su cosa puntare?
«Serviva qualcosa che producesse ricchezza per il territorio, con una merce che sia venduta qui e fuori di qui. Sono partito da una riflessione razionale sulla realtà concreta. Il lavoro primario qui è sostanzialmente rappresentato dall'agricoltura, dall'artigianato e dalle piccole industrie di trasformazione. Acireale non ha la realtà industriale di Catania con colossi dell'alta tecnologia, del farmaceutico, imprese importanti dell'alimentare ed altri settori imprenditoriali. Ad Acireale come in tante altre parti della Sicilia e del Sud vi è inoltre una carenza di cultura di impresa. Ho subito pensato che bisognava costruirla. E creare una rete sociale per lanciare i giovani con i senior che fanno da mentori. Ho coinvolto diversi addetti ai lavori a livello locale e nazionale. Sono stati anni di fatica, di delusioni, ma anche di risultati positivi che stanno timidamente arrivando. Ho stimolato anche dei giovani preti che non erano preparati in quest'ottica, adesso lo sono e mi aiutano a fare anche cultura d'impresa, formazione al lavoro».

Può fare degli esempi di dialogo costruttivo con i lavoratori?
«Ho spinto i lavoratori a creare cooperative nell'agricoltura e nel turismo. Dei lavoratori hanno fatto nascere una start up del turismo che sta lavorando in maniera seria. Sia chiaro, a scanso di equivoci, non vi sono io nella start up né il clero, ho solo creato le condizioni culturali e concrete per far partire nuove possibilità di lavoro. La “Città del Fanciullo” di Acireale, una fondazione della quale sono presidente di diritto in quanto vescovo, ha fatto e fa molta formazione, preparando le persone ai lavori manuali. Più in generale, ho cercato di supportare la crescita delle nuove aziende, dando garanzie di carattere morale e culturale, ho fatto da mentor. Sono molto soddisfatto di aver aiutato due giovani a fare diventare la loro capacità di fare le coriandolate (opere artistiche ed artigianali con coriandoli monocromatici posati a terra) una piccola attività creativa. Mi dicono che stanno ricevendo richieste anche dal Messico. E vogliono creare una start up. Vogliono attrezzarsi con le macchine tecnologiche. Loro sanno fare tutto: dall'ideazione del progetto alla realizzazione. Ho creato con la 'Città del Fanciullo' un laboratorio d'arte, e sto lavorando per creare un collegamento con la Regione e l'Unione Europea per dare opportunità ad altri giovani. Lo sviluppo cresce dalla sinergia fra imprenditori, classe dirigente, università, istituzioni a vari livelli. E' un lavoro a lunga scadenza ma vi sono segnali piccoli ma importanti”.

Qual è la sua nuova idea in questo ambito?
«Ho pensato ad una iniziativa, un concorso di idee per i giovani, con grandi testimonial siciliani che si sono affermati nell'Isola od a livello nazionale ed internazionale che possano dare loro stimoli e fiducia. Spingerli a realizzare le loro idee. I progetti vincenti saranno finanziati».

La definiscono un vescovo moderno ed innovativo...
«In realtà ci muoviamo nel solco del cattolicesimo italiano che è sempre stato legato al sociale, il cristianesimo è la religione del Dio incarnato che si è fatto uomo, e da sempre la chiesa cattolica assume su di sé le problematiche del territorio in cui opera. I gesuiti nel Settecento erano un motore economico dell'Isola. Nell'Ottocento e Novecento, la chiesa ha fatto nascere le casse rurali, i sindacati. Si pensi al ruolo propulsivo sul piano culturale, filosofico, economico e sociale di Don Luigi Sturzo. La cultura è vita. Come vede mi muovo nel solco della tradizione ed adopero strumenti cultural-sociali più adeguati ai tempi contemporanei. Oggi non hanno più senso le forme di credito novecentesco, occorre ripensare anche il rapporto fra le banche e le piccole imprese. Creare nuove realtà più efficaci”.

Passa le vacanze a Wall Street per aggiornarsi sul mondo che cambia?
«Vi sono capitato per imparare l'inglese. Ho scelto un quartiere irlandese per evitare di parlare in italiano. Una volta lì mi sono trovato a confronto con le grandi innovazioni ed anche le contraddizioni del mondo contemporaneo. E' stato molto formativo ed ogni anno continuo ad andarci durante le vacanze estive».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 dicembre 2016
Aggiornato il 05 gennaio 2017 alle 20:26





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