martedì 18 settembre 2018

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Maurizio Molinari: «L'identità nazionale in Sicilia è granitica come lo sguardo di Mattarella»

Libri e fumetti

Per il direttore de La Stampa, autore del saggio Il ritorno delle tribù, sulla frammentazione dei gruppi di potere nel mondo islamico e in Occidente, l'Isola, strategica già militarmente ed ora commercialmente, deve alla componente antimafiosa del suo popolo il dna dello Stato: «L'esperienza nella lotta alla mafia è servita anche nella difesa contro il terrorismo islamico»


di Salvo Fallica

«Bisogna riscoprire e comprendere appieno i significati profondi della centralità della Sicilia nel Mediterraneo, non solo per gli eventi legati all'immigrazione ma per la fondamentale rilevanza strategica dell'isola». Il giornalista e scrittore Maurizio Molinari, direttore de La Stampa ed uno dei più raffinati esperti ed interpreti degli scenari internazionali, interviene così su un tema che spesso viene dimenticato oppure affrontato con slogan retorici. Molinari invece lo analizza in maniera razionale e concreta, specificando i vari aspetti della questione. La riflessione si amplia dunque al ruolo dell'Italia nel Mediterraneo, alla ritrovata centralità internazionale del Mediterraneo nel nuovo secolo. Il dialogo tocca anche altri temi vitali degli scenari internazionali. Molinari è fra i pochi giornalisti al mondo ad aver intervistato molti dei più grandi leader della scena globale. Fra i suoi libri ricordiamo: Italiani di New York (Laterza), Jihad (Rizzoli), Il califfato del terrore (Rizzoli), ed il testo più recente Il ritorno delle tribù, pubblicato da Rizzoli. In questo ultimo libro, Molinari approfondisce il nuovo tribalismo che si esprime nel mondo arabo-musulmano con la decomposizione degli Stati nazionali per effetto di rivolte di matrice etnico-religiosa. In Occidente invece ha una genesi economica, frutto dello scontento dilagante per impoverimento e diseguaglianze che ha prodotto Brexit e consentito a Trump di arrivare alla Casa Bianca.

Maurizio Molinari

L'Italia è strategica nel Mediterraneo, in particolare lo è la Sicilia, eppure non sembra che l'opinione pubblica italiana ed europea ne abbiano consapevolezza. Perché?
«E' uno dei misteri. La scarsa consapevolezza che in Italia troppi hanno dell'importanza strategica della Sicilia, dimostra quanto è debole la nostra identità nazionale. La realtà vera è che la Sicilia è strategica per tre motivi, il primo per il fatto di avere delle basi militari e di intelligence nel cuore del Mediterraneo, che hanno difeso l'Occidente durante la guerra fredda e lo difendono adesso nella lotta al terrorismo. Secondo elemento, è strategica sul piano commerciale, perché nel momento nel quale il Mediterraneo torna centrale grazie all'iniziativa cinese, tutti i porti della Sicilia e del Sud tornano ad essere potenzialmente competitivi a livello globale. Un terzo elemento ha a che vedere con la popolazione siciliana. La Sicilia è stata ed è teatro della lotta alla mafia. Vi sono due Sicilie, quell'antimafiosa e quella mafiosa. La Sicilia antimafiosa si riconosce nell'identità nazionale perché ha dentro di sé il dna dello Stato. Se la stagione che noi viviamo è di decomposizione degli stati nazionali, in realtà a fare la differenza sono quelle aree che hanno una forte identità nazionale. In Sicilia vi è questa identità e si coniuga con la lotta alla mafia. Se voi volete vedere negli occhi quanto è granitica l'identità nazionale in Sicilia dovete guardare lo sguardo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella».

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Come legge la situazione politica italiana attuale?
«In Italia abbiamo due versioni del populismo a differenza del resto d'Europa. Il populismo dell'Europa dell'Est e della Francia è di estrema destra, vi sono le eccezioni della Spagna e della Grecia con forze anti-establishment di sinistra. In Italia invece vi sono forze anti-sistema sia di estrema destra che di estrema sinistra che hanno vinto le elezioni ed hanno addirittura formato un governo assieme. Sicuramente l'Italia è il paese con più tribù populiste, che da un lato governano insieme, dall'altro sono in conflitto fra loro. Propongono risposte diverse alle ferite della globalizzazione sul piano economico e sociale, si pensi alle differenze fra reddito di cittadinanza e flat tax. Sono entrambe populiste e sovraniste, perché vogliono entrambe recuperare, quanto più possibile, sovranità italiana dalla globalizzazione».

La crisi della middle class europea in una vignetta di Voxeurop.eu

In un editoriale su La Stampa ha sostenuto che i processi in atto negli States, a prescindere dalla figura e dalla politica di Trump, nascono da esigenze profonde – potremmo dire socio-economiche ed antropologiche - della classe media americana. E vanno interpretate come una richiesta di cambiamento prescindendo dalle categorie politiche tradizionali. I democratici americani hanno compreso questo passaggio storico? E gli europei?
«Credo che i democratici americani l'abbiano compreso. Sostanzialmente Trump è il risultato della rivolta del ceto medio contro la globalizzazione, quelli che lui ha chiamato gli uomini dimenticati. E' interessante che l'America - che è una terra di grandi contrasti - stia reagendo sul fronte dei liberal proponendo una rivoluzione diversa rispetto a quella di Trump, cavalcando una nuova dimensione dei diritti civili, partendo dalle battaglie in difesa delle donne che vedono loro medesime come protagoniste e dai diritti dei giovani contro le violenze delle armi da fuoco. Questo contrasto potrebbe essere il nucleo della futura campagna elettorale per le presidenziali. Gli europei invece sono in ritardo sia rispetto a Trump sia rispetto alla nuova linea, più liberal, dei democratici. Tornando sull'aspetto economico e sociale il futuro dell'Occidente si giocherà anche sulle risposte razionali, innovative e concrete che saranno elaborate ed attuate sul piano delle risposte al disagio dei ceti medi».

Nel suo libro Il Califfato del Terrore (edito da Rizzoli), palesò il vero e drammatico volto dell'Isis, un'anatomia dello "Stato" terroristico. L'Occidente dopo una precedente fase di sottovalutazione del fenomeno Isis ha compreso la drammatica pericolosità dell'Isis e gli ha inflitto una sconfitta sul piano militare. Quanto è ancora insidioso l'Isis?
«E' molto pericoloso, è molto insidioso ed ancora non è stato sconfitto. Si è semplicemente trasformato. Di fronte all'offensiva militare dell'America di Trump, più efficace di quella di Obama, e di fronte soprattutto all'offensiva di Putin, forse la più efficace in Siria, i terroristi dell'Isis hanno da una parte combattuto e poi si sono semplicemente dileguati. Non hanno difeso la loro capitale ed i centri principali. Perché così si combatte nel deserto, quando il nemico è soverchiante, si fugge, ci si mischia ai pastori ed ai nomadi, e si sparisce. E' un fiume carsico, alla prima occasione tornerà a manifestarsi. I conflitti nel deserto sono permanenti, non finiscono. E' verosimile che l'Isis dopo la sconfitta sul piano militare e statuale torni alla prima versione quella degli attacchi terroristici feroci. Questi terroristi non sono stati tutti eliminati, migliaia di loro sono ancora in circolazione, e vi è il sospetto che possano riorganizzarsi in qualsiasi momento per tornare a colpire. La realtà vera è che una tipologia di conflitto lunga, così come sono lunghi i conflitti fra tribù nel deserto».

La bandiera nera dell'Isis dopo un'azione di guerra

E' migliorata la sicurezza in Europa?
«Assolutamente sì, anche grazie ai risultati ottenuti nel nostro Paese. L'Italia ha dimostrato di saper difendere il proprio territorio, i propri cittadini, come e meglio di altri Paesi. Io credo soprattutto grazie all'esperienza che l'Italia ha nella lotta alla mafia. Vi sono caratteristiche dell'antiterrorismo italiano che si distinguono, come la capacità di un coordinamento h 24 fra tutte le agenzie di sicurezza, attraverso un organismo creato nel 2004, una positiva eccezione italiana sul modello degli States. Ma al di là della struttura, ciò che ha fatto la differenza è di avere forze dell'ordine capaci di lottare contro le mafie. Le nostre forze dell'ordine hanno sviluppato un'alta capacità investigativa, esplicata con vari metodi d'indagine, anche con intercettazioni tecnologiche. L'Isis si muove come un clan con cellule a base familiare, sul modello delle cellule della 'ndrangheta. L'organizzazione tribale dell'Isis richiama quella clanica mafiosa. Aver avuto questa esperienza ha aiutato l'Italia. Se lei mi chiede se vi è il rischio di attacchi, le rispondo sì. Perché l'ideologia jiadista è viva e vegeta ed il conflitto contro il terrorismo è di lunga durata».

Scritta sul boss Messina Denaro apparsa a Partanna un paio di anni fa, fonte lastampa.it



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Pubblicato il 03 settembre 2018





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