lunedì 25 marzo 2019

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Marilù Terrasi, la signora del couscous con l'animo dell'artista

In cucina

Su una terrazza che si affaccia sul mare limpido di Macari, a pochi chilometri da San Vito Lo Capo, ha trovato casa l'incocciatrice palermitana, per 27 in forze al Folkstudio, che nel suo il Pocho, luogo di ritrovo per artisti, scrittori e chef, coniuga la sua passione per la cucina "che nutre la mente" con quella per le tradizioni popolari


di Giusy Messina

Ci sono posti dove si arriva per caso e si resta per scelta. Come Macari, la frazione a 3 km da San Vito Lo Capo, un gruzzolo di case immerse nel verde della campagna siciliana da cui si gode il panorama mozzafiato della riserva naturale di Monte Cofano, con le sue falesie rocciose che cadono a picco nel mare blu cobalto. I pochi giovani rimasti hanno deciso di rimboccarsi le maniche e di prendersi cura, in modo volontario e gratuito, della manutenzione delle stradee della pulizia delle aiuole. Si chiama Acquerùci onlus ll’associazione che richiama una caratteristica di Macari, ovvero la presenza in mare di grotte da cui fuoriesce acqua potabile. Il recupero dell’identità macarese è uno dei loro obiettivi.
«Quest’estate, in piazza- racconta Alessandra Ruggirello, numero due dell’associazione.- abbiamo proiettato un video documentario che parla di questo territorio dagli anni ’50 ai nostri giorni, con interviste agli anziani, a quanti sono andati via e ritornano, proprio per recuperare il senso di appartenenza a questa comunità. Siamo contenti che, almeno per un giorno, siamo riusciti a riunire tutto il paese».

La riserva di Monte Cofano

Il tempo di un caffè nell’unico bar di Makari, aperto a qualsiasi ora, e di scambiare quattro chiacchiere con Mariolina, la proprietaria, riprendiamo la strada. Siamo diretti a Isulidda, un tratto di roccia che chiude a mo’ di piscina naturale le acque limpide del mare. Qui un tempo, raccontano gli anziani, i pesci saltavano sulla riva e c’era un antico porticciolo per il ricovero delle barche dei pescatori.
"Il maestoso spettacolo di Monte Cofano ha un fascino sottile. Tramonti unici: a volte infuocati, altri tenui come acquerello ed in autunno, quando strenua si fa la lotta con l’inverno incombente, gli squarci tra le nuvole presentano l’oscuro colore delle burrasca". A scriverlo è la palermitana Marilù’ Terrasi, meglio nota come la “signora del cuscus”, che è capitata per caso da queste parti, in cerca di acqua dopo una tournée estiva, e c'è è rimasta, per amore.
«La vita mi ha fatto incocciare il cuscus, ed io alla fine l’ho incocciato, a modo mio, mettendo insieme teatro e gastronomia, le mie più grandi passioni».

Marilù Terrasi mentre incoccia il couscous

Sulle note degli antichi cunti, ogni domenica Marilù Terrasi, 73 anni, rinnova il rito del cuscus, trasformando la gestualità della preparazione in affabulazione scenica, nel suo ristorante il Pocho, arroccato su una superba terrazza sul mare. E’ uno scricciolo di tenacia, determinazione e passione Marilù. «E' ciò che ti fa superare tutti gli ostacoli- dice- perché semplicemente non li vedi». Tante vite in una, la sua. Basta girare lo sguardo per il Pocho, il suo piccolo albergo bianco e azzurro di 12 stanze, per rendersi conto di essere entrati nel regno di Marilù.

Tra i mobili e le suppellettili di buon gusto, che rivelano l’origine borghese della sua famiglia, fanno capolin, i pupi siciliani con pezzi antichi come la bella Angelica dalla lunga chioma in sella ad un cavallo di cartapesta datata 1825, e sparsi qua là, burattini ormai stanchi, accomodati sulle poltrone. Marilù li accarezza con lo sguardo. «Negli spettacoli sperimentali della nostra compagnia, il Gruppo Teatro 5 che portavamo in giro per l’Italia,-ricorda Marilu- inserivamo sempre elementi della tradizione popolare». Un pallino da quando era piccola, una passione che ha coltivato con la laurea in filosofia, e poi nel suo lavoro di ricercatrice all’interno dell’Istituto delle Tradizioni Popolari.
«Furono anni intensi - ricorda con un brillio negli occhi-. Era il ’68 e abbiamo rivoluzionato il mondo: le lotte per il divorzio, l’aborto, la città delle donne. Sicuramente abbiamo fatti tanti errori ma oggi- aggiunge con una nota di amarezza - guardandomi attorno, stento a credere che si ragionava in modo del tutto diverso».

Marilù Terrasi con il pupo in cartapesta del 1825

La sua rivoluzione Marilù, l'ha fatta anche in famiglia, lasciandosi alla spalle una vita matrimoniale noiosa e trovando il coraggio di dedicarsi alla musica ed al canto, fino a quel momento giudicato sconveniente. La “scappatoia” si presentò con il Folkstudio, dove iniziò a dedicarsi ad un’attività di ricerca e riproposta del canto e della musica popolare. Al “Pocho” Marilù mette insieme i pezzi di quella che lei stessa definisce una “vita meravigliosa”, intensa, vissuta con pienezza (ferite comprese). L’amarcord teatrale lungo 27 anni, dal ’73 agli inizi degli anni novanta, rivive al Pocho con le fotografie in bianco e nero appese sulle pareti del corridoio che porta alle stanze. Ci sono i pupari al lavoro, come Nino Canino, scomparso tre anni fa, e le locandine degli spettacoli, tra cui spicca quella di “La città terrestre”, il poema di Danilo Dolci, andato in scena a La Fenice di Venezia.
«Più che un’esperienza - dice Marilù- il teatro è una scuola di vita. A me ha lasciato l’arte di improvvisare, di sapermela cavare in qualsiasi circostanza, anche al di fuori dalle scene. Capitava di dover recitare anche se all’improvviso si restava al buio, e non rimaneva che andare avanti». A 40 anni Marilù volta pagina. Scopre la cucina. Anzi, il cuscus.

Marilù Terrasi con il suo inseparabile organetto

«Già da piccola, quando a venivo in vacanza con la mia famiglia a San Vito Lo Capo, contattavamo una famiglia di pescatori che ce lo preparava- racconta-. Poi, nel 1978 comprai una piccola casa a Macari, e lì la domenica la strada si riempiva dei profumi del cuscus che le donne preparavano in gran segreto. Incuriosita, m’intrufolai nelle loro cucine». Così ha imparato Marilù, e con il suo fiuto di ricercatrice ha iniziato a scovare aneddoti, curiosità e tradizioni che ha messo nero su bianco nel libro “Ero bambina”, il composito racconto del piatto simbolo dei popoli del Mediterraneo, fin dalle sue origini.
Insieme al suo compagno ha poi trasformato il piccolo giardino di casa in un club, il Pochoclub in omaggio al gatto siamese, mascotte della compagnia, un ritrovo per pochi intimi dove mangiare il cuscus e suonare . Quello che all’inizio era un gioco, presto è diventato qualcosa di più serio. Fu il caso ad offrirle l’occasione che le ha cambiato la vita. «Nel ’92 quando un nostro cliente ci portò qui, su questa terrazza. Di questo locale c’erano soltanto le mura di una pizzeria fallita, ma io rimasi stregata dal panorama. C’innamorammo subito della magia del posto e così iniziò l’avventura del Pocho a cui, per scaramanzia, non cambiammo mai nome».

La terrazza del Pocho

Con spirito da teatrante girovaga Marilù continua ad organizzare le tournée del cuscus in giro per i ristoranti italiani, portando con sé i suoi strumenti di lavoro: la mafararda, la couscousiera e la pignata. Ovviamente insieme agli agrumi, al finocchietto selvatico e all’inseparabile organetto. E’ volata fino ad Algeri, in qualità di ambasciatrice del gusto italiano per la “Settimana della cucina italiana nel mondo”. Instancabile, Marilù ritrova la sua energia al Pocho, che tiene aperto da marzo ad ottobre. Un luogo accogliente, fresco, che offre un’ospitalità fatta di piccole attenzioni che fanno sentire l'ospite come a casa. La cucina di Marilù ha il profumo e i sapori di questi luoghi: il mare e la terra. E' lei che cura personalmente la cucina, insieme allo chef giapponese «che perònon cucina sushi» precisa subito. Giorno dopo giorno,il locale propone un menu unico. Dalla pasta fresca, come le cassatelle salate annodate a mò di treccia servite con brodo di pesce, fino al pane, ai grissini, alle marmellate e i dolci. Qui tutto è preparato nella cucina di casa Pocho. «Non vado dietro alle mode -aggiunge Marilù Terrasi- ma la mia è una cucina riconoscibile». Il suo è anzitutto un cibo che nutre la mente, come ha chiamato la rassegna degli incontri a tema organizzati in questi anni, a cui hanno partecipato tanti scrittori, tra cui anche Gaetano Savatteri, che qui ha ambientato i suoi gialli, ma anche chef e artisti. L'obiettivo è valorizzare la piccola frazione di Macari. “ I love Makari” l'ha fatto scrivere sulle magliette, l’indomita Marilù che, come una sentinella, sta a guardia di quella che nel 2015 è stata scelta come la costa più bella d’Italia. Macari before San Vito Lo Capo.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 14 settembre 2018
Aggiornato il 24 settembre 2018 alle 18:52





Giusy Messina

Palermitana, classe '63, ama profondamente la sua Isola. Il suo motto è: con leggerezza si possono dire cose importanti. Si occupa di enogastronomia, storie, luoghi e territori, per raccontare una Sicilia nascosta e preziosa. Ha collaborato con il quotidiano L'Ora, La Repubblica, Cult. Ha scritto la prima guida de Il Movimento del Turismo del Vino in Italia, per la Sicilia. È giornalista pubblicista dal 1996.


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