Maria Carmela e Angelica Sciacca parole, avventure e storie

Sugnu Sicilianu Dietro l'affermazione della piccola libreria Vicolo Stretto di Catania c'è la perfetta sintonia delle sorelle Sciacca e lo stretto contatto con gli autori emergenti. Maria Carmela: «Gli spazi piccoli ci obbligano ad una selezione accurata dei libri e sui nostri scaffali c’è qualcosa che noi leggeremmo per prime. Per questo abbiamo detto no al libro di Riina jr»

Pochi metri quadrati e quasi sommersa dai profumi dei cibi di strada e gourmet di via Santa Filomena, ma piena di parole, avventure, storie e tanto calore. Parliamo della Libreria Vicolo Stretto, un piccola, grande luce nel buio del disinteresse per la cultura del panorama italiano. L’atmosfera accogliente, la disponibilità, gentilezza e simpatia di Maria Carmela e Angelica Sciacca l’hanno portata in pochi anni ad essere uno dei punti di riferimento nella città di Catania con i loro fittissimi appuntamenti, affissi fuori a disposizione di ogni passante curioso.

Maria Carmela e Angelica Sciacca nella loro libreria

Com’è nata l’avventura Libreria Vicolo Stretto?
«È nata per caso: io sono stata tanti anni all’estero, precisamente nei Paesi Baschi, a Bilbao e quando sono tornata in Italia mi sono ritrovata senza lavoro – risponde Maria Carmela Sciacca -. Durante un aperitivo con un amico (l’ex proprietario della libreria) gli ho chiesto come andavano le cose qui e mentre mi raccontava la difficoltà nel conciliare gli orari con i suoi altri impegni lavorativi buttò lì un “La vuoi?”. In quel momento mi si è aperto un mondo».

Vicolo Stretto, vita da libreria

Non avevi mai pensato di aprire una libreria?
«Mai, assolutamente mai. Avevo prospettive completamente diverse, di carriera aziendale. Sono passata dall’idea di fare il magistrato nell’adolescenza, all’iscrizione a Comunicazione con il pensiero di fare la giornalista, ma la prima esperienza lavorativa è stata in cooperazione internazionale, poi sono tornata e ho lavorato in uno studio di tattoo. E la libreria è nata proprio per caso, poi ho subito coinvolto Angelica, che ha lasciato l’Università e abbiamo iniziato a lavorare come delle forsennate».

E da allora sta andando a gonfie vele: la vostra è probabilmente la libreria più attiva a Catania.
«Sì, sta andando bene, non so se siamo proprio la numero uno a Catania, però mi rendo conto che abbiamo una buona offerta settimanale e mensile. In realtà questa per noi è una cosa normalissima, perché per fare andare avanti una libreria indipendente così piccola, fin dall’inizio abbiamo puntato sugli appuntamenti con scrittori & co. All’inizio ospitavamo per lo più autori locali e case editrici più piccole, ma da poco abbiamo avuto anche la prima nazionale della presentazione del nuovo libro di Leonardo Caffo (La vita di ogni giorno) e ormai è diventata un’abitudine della Libreria Vicolo Stretto».

Libreria Vicolo Stretto, foto Vittoria Averni

Nonostante sia passato del tempo, è ancora affisso fuori il cartello “In questa libreria non si vende né si ordina il libro di Salvatore Riina”. Una presa di posizione forte che nei mesi scorsi ha fatto molto parlare.
«Il fatto che la libreria sia così piccola ci obbliga a fare una selezione accurata dei libri che teniamo qui dentro e ci fa piacere che sui nostri scaffali c’è qualcosa che noi per prime leggeremmo. Poi è chiaro che ce ne sono altri che pur non piacendoci direttamente si vendono, ma all’interno della vendibilità del titolo ci sono sempre dei criteri di gradevolezza relativi al contesto in cui viviamo. Quel cartello è stata una risposta naturale: nel momento in cui abbiamo visto quella famosa intervista sono andata in escandescenza, Angelica ha subito proposto la frase chiara da scrivere ed ha avuto il mio totale appoggio. Non credo che tutto debba essere pubblicato, che tutto debba essere lecito: esiste la possibilità di scegliere, di fare una cernita. E in questo caso ha avuto una doppia valenza, perché si è scelto di non fare parlare le vittime, ma i carnefici. E sentire il figlio che parla della bontà e della dolcezza del padre è come dare un maquillage a una storia ancora molto recente (stiamo parlando del ‘92, ‘93) e se già adesso cominciamo a dargli degli aggiustamenti, tra cinquant’anni ci ritroveremo una storia completamente distorta: possibilmente fra 50 anni si dirà che Falcone e Borsellino volevano distruggere la protezione siciliana. Ed inoltre quando si compra un libro, l’8% dell’acquisto va all’autore, per cui una parte dei nostri soldi andrebbe a una famiglia mafiosa. Secondo me dovremmo re-imparare a dire di no, in Italia ad esempio non c’è più dissenso».

Libreria Vicolo Stretto, il bando al libro di Totò Riina jr, foto Vittoria Averni

Magari questa è una delle cause dei problemi dell’Italia, tra cui anche l’essere uno dei Paesi in cui si legge meno.
«Sì, dire di no è una scelta importante, si dovrebbe imparare a farlo più spesso. L’Italia è un paese molto vecchio, in cui la mediocrità è diventata la base e stiamo affrontando male un grave problema culturale. Sono stata in Spagna proprio quando è scoppiata la crisi e lì è successo l’inferno, ma oggi di crisi economica non se ne parla più. Qui invece ne continuiamo a parlare, probabilmente perché è diventata una scusa per tutto, ma la gente non si interroga davvero su quello che le succede attorno, guardando con sguardo assente. Sì, l’Italia è uno dei Paesi che legge meno e che guarda più tv. Ma il problema è anche la mancanza di dialogo tra privati e pubblici e le iniziative culturali non possono sempre partire dagli investimenti dei privati. Noi come libreria potremmo anche decidere di chiudere un domani, ma se non interviene il pubblico muore un pezzo di vita culturale».

Libreria Vicolo Stretto, foto Vittoria Averni

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