Teatro e opera «Il quartiere di San Berillo come metafora». L'opera dello scrittore catanese, nata nel 2005 dalle memorie del padre Rosario per diventare scena nello Stabile etneo di Pippo Baudo, non trovò esito teatrale ma divenne libro, pubblicato da Algra nel 2015, e si erge a epopea esistenziale e atto di memoria. Oggi la regista Gisella Calì firma la messinscena teatrale che debutterà il 6 settembre a Palazzo Cutore ad Aci Bonaccorsi: «Il mio Virgilio, è Don Saro, che in quel quartiere c’è nato, cresciuto e lo ha amato». Il 5 settembre, a Trame di Quartiere a Catania, l'opera avrà una rappresentazione sotto forma di reading
L’opera di Domenico Trischitta, “L’oro di San Berillo“, pubblicata da Algra nel 2015, trascende la mera categoria di un testo teatrale sotto forma di libro, per ergersi a epopea esistenziale e atto di memoria. Non si tratta di una semplice narrazione romanzesca, bensì di una discesa profonda nel substrato storico e spirituale di un quartiere svanito, la cui essenza perdura unicamente nella sedimentazione dei ricordi e delle testimonianze. Il libro raccoglie un testo teatrale in due atti accompagnato oltre dalla prefazione del maestro della tv da poco scomparso, Pippo Baudo, e dalle fotografie di Giuseppe Leone.

Domenico Trischitta fotografato da Giuseppe Leone a San Berillo
Domenico Trischitta ha tratto l’ispirazione per il suo testo dalle memoria di suo padre Rosario, il don Saro del libro, tra gli “sfollati” della vecchia San Berillo costretti la sciare casa e storie personali e familiari per lasciar posto al nuovo quartiere delle banche e del “progresso”. Trischitta: «Se ho scritto “L’oro di San Berillo” lo devo a Baudo. Lesse i racconti di mio padre e rimase folgorato e mi disse che avrei dovuto scriverne un testo per il teatro Stabile di Catania, purtroppo progetto che non andò in porto. Ma il 6 settembre finalmente lo spettacolo debutterà al Palazzo Cutore di Aci Bonaccorsi con la regia di Gisella Calì».

L’opera di Trischitta che debutta in teatro
Il testo, infatti, con soli “20 anni” di ritardo, troverà la sua naturale destinazione, la scena. La regista Gisella Calì firma la messinscena teatrale che debutterà il 6 settembre, alle ore 21, nella Corte di Palazzo Cutore ad Aci Bonaccorsi all’interno della rassegna Teatro in Corte organizzata dall’Associazione Città Teatro. Lo spettacolo musicale è prodotto da Associazione Città Teatro in collaborazione con Fiat Lux 2.0 vede in scena Cosimo Coltraro e Carmela Buffa Calleo, affiancati da Axel Torrisi, Giorgia Morana, Alessandro Chiaramonte, Daniele Caruso. La direzione musicale è di Elisa Giunta, le coreografie sono di Erika Spagnolo, i costumi di Rosy Bellomia, le scenografie di Rosario Di Paola (biglietti € 15, clicca qui per acquistare i biglietti). Ma prima della rappresentazione teatrale venerdì 5 settembre, alle ore 19.30, a Trame di Quartiere a San Berillo a Catania l’opera avrà una rappresentazione sotto forma di reading (ingresso libero, prenotazione obbligatoria tramite la e-mail lab.culturale@tramediquartiere.org). E questa messinscena è destinata a tornare a teatro nella prossima stagione del Piccolo di Catania.

“L’oro di San Berillo” spettacolo teatrale a Palazzo Cutore ad Aci Bonaccorsi il 6 Settembre alle 21
Nel 2005, incoraggiato da Orazio Torrisi e Pippo Baudo (allora direttore e presidente dello Stabile catanese) Trischitta scrisse l’opera teatrale che partiva dai racconti del padre su i suoi ricordi di San Berillo. L’allestimento alla fine non si realizzò, anche se dopo alcuni anni lo stesso Trischitta curò una mise en espace da Reba, spazio culturale a San Berillo, con Donatella Finocchiaro, Francesca Ferro, Francesco Di Vincenzo, Cosimo Coltraro e Orazio Mannino, «scelta provocatoria perchè portata in scena in un luogo che non era teatro». Poi l’incontro con il fotografo ragusano Giuseppe Leone che lesse il copione e decise di affiancare una sua ricerca fotografica sul quartiere per farlo diventare libro. Trischitta: «Due trame, una teatrale e una visiva che si sono fuse perfettamente».
«Lo sventramento avvenuto alla fine degli anni Cinquanta avrebbe profondamente modificato la fisionomia, non solo topografica, del centro storico di Catania – aggiunge Orazio Torrisi -. Il racconto (e lo spettacolo) è prima di tutto un omaggio carico di poesia, rivissuto quasi autobiograficamente attraverso il sogno di Saro, personaggio ispirato alla figura del padre. L’autore, grazie a un linguaggio crudo e vivace, fa rivivere così una Catania che non c’è più».
Scrive Trischitta sui social a commento di una foto su suo padre: «Lui è Don Saro. Devo a lui il mio amore per il cinema americano noir di Billy Wilder, devo a lui un’educazione esemplare, devo a lui il mio amore per la mia città sofferta, Catania. Era un grande affabulatore, un grande raccontatore di storie, un uomo dal grande cuore di una razza ormai estinta. E parlava sempre del suo quartiere, “San Berillo”, che era stato distrutto. Se lo sognava ogni tanto e io ho reso vivo il suo sogno. L’oro di San Berillo era il suo sogno, con le sue viuzze, la sua gente, il cinema Mirone, le voci di Caruso e Tamagno, Lina la prostituta napoletana e Manciafranco che faceva l’asta con le angurie più buone al mondo. Ah dimenticavo il grande cavallo che trasportava bibite e che un giorno non si vide più. Era scoppiata la guerra e c’era fame…».
Dalle note di regia di Gisella Calì, riportiamo quanto segue: «Due, mi appaiono le strade da seguire per non perdermi nell’intricato mondo de “L’oro di San Berillo”, con le sue labirintiche viuzze, gli innumerevoli personaggi, le molteplici storie. Due, le linee che mi fanno da guida, tenendomi prudentemente per mano. La prima, il mio Virgilio, è Don Saro, che in quel quartiere c’è nato, cresciuto e lo ha amato di quell’amore puro ed esclusivo dell’infanzia. Non giudica, non condanna, non aggiunge particolari, ma semplicemente racconta, come un testimone presente sulla scena, protagonista principale e spettatore affezionato, al contempo. L’altro elemento è la musica, la canzone italiana, quella cantata a squarciagola, anche nei momenti più tragici, quasi un mantra per esorcizzare, colonna sonora di genitori e nonni, che riecheggia armoniosa dalle finestre dei vicoli del quartiere, fino a noi, oggi. Qui la musica è tempo. Tempo che scorre, scandisce, lenisce e purifica. Come un carosello televisivo, tanto caro agli italiani tra gli anni ’50 e ’70, scorrono cartoline in movimento. Fotografie che finiranno per ammucchiarsi, ingiallite, in un cassetto di una credenza a Nesima, “il quartiere residenziale”, mentre il negativo rimarrà, come un modellino incompleto, abbandonato sotto il cielo di Catania, tra la Stazione e piazza Stesicoro. Tutto questo è possibile solo grazie al testo potente di Domenico Trischitta e al talento prezioso dei 6 attori: Cosimo Coltraro, Carmela Buffa Calleo, Axel Torrisi, Daniele Caruso, Alessandro Chiaramonte, Giorgia Morana; alla guida musicale di Elisa Giunta; alla coreografa Erika Spagnolo; ai costumi di Rosi Bellomia e alle scenografie di Artefatto».

La regista Gisella Calì
Il fulcro emotivo dell’opera di Trischitta risiede nel legame indissolubile tra l’autore e il quartiere, un’eredità affettiva e memoriale che si manifesta attraverso l’espediente narrativo del sogno paterno. Questo non è un mero artificio letterario, ma un evento catartico che trasforma i ricordi individuali in una riflessione universale sulla permanenza del passato nel presente. Il quartiere catanese, con la sua storia di devastazione e sventramento, viene elevato a emblema di una “tragedia esistenziale”, un trauma che si trasmette di generazione in generazione e che Trischitta si assume il compito di esplorare e sanare.
L’identità catanese, plasmata dal disincanto e dall’arte di “arrangiarsi”, viene analizzata con una penna che non teme la contraddizione. L’autore la dipinge come una mescolanza di comicità e grottesco, ironia e dramma, un’identità nutrita di un retaggio culturale e sociale unico. Con la distruzione della vecchia San Berillo, secondo Trischitta, si è verificato un vuoto identitario che l’opera si propone di colmare. Il testo, così come la sua trasposizione teatrale, diviene uno strumento di restauro della memoria, un atto di resistenza contro l’oblio. La scelta del teatro, in particolare, riflette il desiderio di restituire al pubblico la vitalità scenica e l’immediatezza di un quartiere che era un palcoscenico a cielo aperto.

Domenico Trischitta, foto di Salvo Garozzo
Scrive Trischitta nella presentazione del libro: «Il quartiere di San Berillo come metafora. Nell’arco di sessant’anni si consuma la tragedia esistenziale di una comunità di catanesi che ha scelto come filosofia di vita l’arte di arrangiarsi. Prima i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale, poi lo sventramento urbano alla fine degli anni Cinquanta, hanno fatto di questo disordinato agglomerato di case, situato nel cuore del centro storico della città, “un’anima purgatoriale” alla ricerca della propria identità. Da un lato la zona a luci rosse, dall’altro un viavai di commercianti che dalla stazione e dal porto venivano a piantare radici, come per una sorta di disincanto, hanno plasmato un’anima catanese (comica e grottesca, ironica e drammatica), che nutritasi di sesso mercenario e carne di cavallo hanno reso indelebile un’impronta originale e riconoscibile. Prima la “deportazione” forzata degli abitanti nel nuovo San Berillo, poi la criminalità organizzata degli anni Settanta, hanno distrutto e trasformato tutto. C’è ancora qualcuno che può veramente dichiararsi catanese? Noi ci affidiamo alla memoria dei “superstiti”, dei testimoni, alle pagine di Vitaliano Brancati e Sebastiano Addamo, alle perfomances di Angelo Musco, ai primi piani di Daniela Rocca, ai contrabbandieri di sigarette, agli storici e pescatori di questa città, e anche a qualche prostituta sessantenne con l’accento napoletano».
L’equilibrio tra realtà e finzione è gestito con maestria, creando archetipi che, pur non essendo figure storiche, incarnano l’autenticità di un’umanità che ha abitato quel contesto. La figura della prostituta napoletana, in particolare, non è solo un personaggio, ma un simbolo di resilienza e adattamento, un distillato di un’identità collettiva e di una memoria popolare che Trischitta si prefigge di preservare. In definitiva, “L’oro di San Berillo” è un’opera che, pur radicandosi in un contesto specificamente locale, raggiunge una risonanza universale, affrontando temi come la perdita, la memoria e l’indispensabile ricerca di un’identità collettiva.

“L’oro di San Berillo” – Trame di quartiere il 5 Settembre alle 19.30
Dunque San Berillo come metafora di una tragedia esistenziale, terreno di una dolorosa ricerca di identità. Pippo Baudo, nella prefazione del libro, ricorda come la via Etnea si riempisse di gole e desideri negli anni ’50, e come il quartiere, con le sue luci e ombre, fosse tappa obbligata per i giovani in cerca di sesso.
La prefazione di Baudo: “San Berillo ha avuto grande importanza nella mia gioventù catanese. A metà degli anni ’50 tutta la città passeggiava riversandosi in via etnea e, per noi diciottenni, c’era una deviazione obbligatoria verso il quartiere San Berillo dove, in case compiacenti e autorizzate, si dava libero e poco costoso sfogo ai nostri bollenti spiriti. Erano tante le case chiuse, visitate da maschi di ogni tipo e censo, solo diversi quanto alle personali capacità economiche. Un intrecciarsi di dialetti della città e della provincia e tante entraîneuse continentali arrivate per “spegnere” il fuoco siciliano. Improvvisa si sparse una notizia: San Berillo sarebbe stato demolito e sarebbe sorto un grande quartiere per fare affacciare Catania alla distesa azzurra del suo mare. Passeggiavo con il compianto Pippo Fava, maestro di giornalismo e di vita. Ci colpì vedere gli appartamenti spaccati dalle inesorabili pale meccaniche. Stanze abbattute a metà, alle residue carte da parati erano attaccati specchi ancora sani e lampadari sbrindellati, al posto della polvere sentivamo ancora l’odore forte e pesante di profumi e ciprie a buon mercato. A Fava venne un’idea geniale: Perché non scrivere un lamento di un cittadino, sgomento di fronte a quello spettacolo, testimonianza di una giovinezza sfiorita, di amori conquistati a poche lire? E così, parafrasando Garçia Lorca, scrivemmo Lamento in morte di una casa chiusa. La rappresentazione ebbe successo anche se le autorità in sala non gradirono molto l’allusione. Ci riprova ora Domenico Trischitta, riaprendo con coraggio una dolente ferita della memoria, intanto il nuovo San Berillo non è ancora nato. C’è un mega progetto che, purtroppo, non è stato realizzato. Trischitta, con un’acuta sensibilità prosastica, orchestra un’indagine ontologica sulla tessitura identitaria e sulla lacerazione insita nella scomparsa di un luogo che ha plasmato un’intera comunità. La San Berillo di Trischitta emerge non come un semplice aggregato urbano di una Catania ormai consegnata alla storia, ma come un ecosistema antropologico pulsante e caotico, dove si dissolvono i confini tra decoro e marginalità. In questo calderone umano, artigiani e professionisti coesistevano in una simbiosi paradossale con figure ai margini della società. La descrizione di tale coesistenza, cruda ma autentica, dipinge un affresco di un’umanità complessa e viscerale”.



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