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“L’incoscienza di Badalà”, il ritorno maturo e necessario di Vladimir Di Prima: «Nella tenerezza tradita di Pinuccio un pezzo dell’umanità di molti»

Libri e Fumetti Se nel precedente "Il buio delle tre", proposto allo Strega, l'autore etneo sembrava aver raggiunto la maturità, mostrando un talento naturale per il racconto dell’ombra quotidiana, nel sequel "L'incoscienza di Badalà" (Arkadia editore) affonda la penna come un pugnale in un’umanità ancora più scorticata: «Il mondo di Pinuccio è un caos in movimento: era naturale che la lingua seguisse quell’andamento. E la verità, a volte, è eccessiva». Il 10 dicembre prima presentazione a Catania

Due anni dopo “Il buio delle tre” – romanzo che aveva sorpreso pubblico e critica, arrivando fino alla candidatura al Premio Strega 2025 – lo scrittore Vladimir Di Prima torna in libreria con “L’incoscienza di Badalà” (Arkadia, pp. 196, € 16,00). Il nuovo romanzo, uscito nei giorni scorsi  e che sarà presentato in anteprima alla Feltrinelli di via Etnea a Catania mercoledì 10 dicembre alle 18, segna una svolta di maturità per il 48enne autore etneo, che riprende la figura di Pinuccio Badalà per spingerla in un territorio narrativo ancora più complesso, fragile, irrisolto.

Ancora una volta l’attore palermitano Giuseppe Lo Piccolo nella copertina di un libro dello scrittore catanese Vladimir Di Prima

Se nel precedente libro Di Prima sembrava aver raggiunto la maturità, mostrando un talento naturale per il racconto dell’ombra quotidiana, qui decide di affondare la penna in un’umanità ancora più scorticata, mettendo in scena un personaggio che non cerca di essere amato ma compreso. Pinuccio non è un antieroe alla moda, non è vittima del sistema né figura di riscatto edificante: è un uomo che prova a stare in piedi mentre il mondo sembra impegnarsi a spingerlo giù. È questa tensione costante – tra desiderio di risalita e incapacità di farlo senza inciampare nei propri fantasmi – a dare al romanzo la sua forza narrativa.

Di Prima, oggi, scrive con una consapevolezza diversa. La schiettezza resta la stessa, ma è filtrata da una cura maggiore nella costruzione della voce, del ritmo, dell’immagine. La Sicilia che racconta, in particolare la frazione di Monacella, non è solo sfondo ma prisma deformante attraverso cui osservare un’Italia che crede di essersi liberata dei propri vizi e invece continua a ripeterli. La miseria, le piccole dipendenze quotidiane, le leggi non scritte che governano la vita dei paesi, l’ironia come difesa: tutto concorre a costruire una geografia morale che non concede scorciatoie. La scelta linguistica è forse l’elemento più significativo del romanzo.

Vladimir Di Prima

Vladimir Di Prima

La prosa di Di Prima accelera, si spezza, preme sul fiato quando la storia chiede urgenza; poi rallenta, si addensa, si fa quasi barocca nei momenti in cui Pinuccio deve fare i conti con sé stesso. È una lingua che non ha paura dell’eccesso, che indulge nel dettaglio e nella metafora, che prova a restituire non solo ciò che accade ma ciò che pulsa sotto la superficie.

In molti passaggi, le frasi sembrano imitare il caos emotivo del protagonista: si avvolgono, si complicano, si allargano in un flusso che diventa esso stesso esperienza sensoriale. Non è un romanzo facile, non vuole esserlo. Ed è proprio questa non accomodanza a rendere L’incoscienza di Badalà un libro necessario in un panorama editoriale spesso appiattito dalla ricerca del consenso. Di Prima non teme le crepe, non lucida i difetti: li mette al centro, li espone, quasi sfidasse il lettore a guardarsi dentro senza filtri. Il fallimento, la vergogna, la testardaggine, la fragilità: tutto diventa materia narrativa, materia viva. L’incoscienza non giudica e non assolve; osserva, restituisce, apre possibilità. È un romanzo che resta, che continua a lavorare dentro chi lo legge.

A completare un periodo particolarmente fertile per l’autore c’è il suo recente docufilm – che vede nel cast il giornalista Marino Bartoletti e l’attore palermitano Giuseppe Lo Piccolo – presto disponibile su RaiPlay. Un progetto che conferma la volontà di esplorare linguaggi differenti senza snaturare la propria cifra narrativa. Anche sullo schermo, infatti, Di Prima mantiene quel suo sguardo non patinato, incline a cogliere il movimento autentico delle storie più che la loro posa.

Incontrato l’autore nella sua dimora a Zafferana Etnea, alla vigilia della prima nazionale, lo abbiamo intervistato.

  • Caro Vladimir, ben ritrovato, per la prima volta con un sequel: il ritorno di Pinuccio Badalà avviene due anni dopo Il buio delle tre. Che cosa le interessava riprendere di questo personaggio?
    «Pinuccio Badalà era rimasto sospeso, irrisolto. Non era un personaggio “chiuso”, né narrativamente né umanamente. Ne “Il buio delle tre” aveva fatto intravedere una zona più profonda, quasi una ferita mai pienamente esposta. Tornare a lui significava misurarmi con ciò che nella vita non evolve in modo lineare: ossessioni, paure, ambizioni che non si spengono ma si trasformano, a volte si inaspriscono. Pinuccio in fondo incarna proprio questo: la testarda volontà di non arrendersi e, allo stesso tempo, l’incapacità di leggere il mondo senza fraintendimenti. Mi interessava seguire la sua deriva, certo, ma anche la sua dignità storta, la sua fame di riconoscimento, la sua fragilità che non smette mai di chiedere ascolto, anche nei modi sbagliati. È un uomo che tenta, che insiste, che cade senza capire sempre perché. E in quella goffaggine, in quella tenerezza tradita, io vedo un pezzo dell’umanità di molti».

 

  • La Sicilia che racconta è ironica, brutale, poetica e contraddittoria. È un personaggio del romanzo?
    «La Sicilia non è mai un semplice ambiente, è un organismo vivente, un temperamento, una postura emotiva. Ha un respiro, un umore, un ritmo che incide sui personaggi più di quanto essi stessi se ne rendano conto. Le città, i paesi, le strade in salita, i cortili che custodiscono segreti vecchi di decenni: tutto partecipa alla narrazione. È una terra che avvolge e limita, consola e ferisce, e ho voluto che questa doppiezza diventasse parte integrante della trama. In Sicilia non si vive “accanto” al luogo, ma “dentro” il luogo. Non è sfondo: è vento contrario, spinta improvvisa, eco costante. E come un personaggio vero può essere ironica, crudele, dolcissima, scomposta. Esattamente come Pinuccio».
Il precedente "Il buio delle tre", proposto al Premio Strega

Il precedente “Il buio delle tre”, proposto al Premio Strega. Ovviamente in copertina Giuseppe Lo Piccolo

  • La lingua del romanzo è molto lavorata, spesso barocca, a tratti quasi musicale. Perché questa scelta?
    «Perché la realtà che volevo raccontare non è liscia. Non lo sono le persone, non lo sono i pensieri, non lo è il mondo che abitiamo. La lingua mi permette di rendere la densità dell’esperienza, il caos delle percezioni, l’accumulo emotivo che vive nella testa di Badalà. È un barocco che non ha nulla di decorativo: è funzionale. Il linguaggio si gonfia quando Pinuccio perde il controllo, quando immagina, quando soccombe all’eccesso dei suoi stessi desideri; poi si secca, si asciuga, si spezza quando arriva l’impatto con la realtà. Questa alternanza – tra ricchezza e ferocia, tra musicalità e taglio netto – è, per me, la vera voce del romanzo. È la voce della zolla che si disfa e del pensiero che si accartoccia. È la lingua di chi vede troppo e, ahinoi, capisce troppo tardi».

 

  • Molti lettori noteranno una scrittura più matura rispetto ai suoi lavori precedenti. È qualcosa che ha percepito mentre scriveva?
    «Sì, lo percepivo. Non in modo autocompiaciuto s’intende, ma come una naturale conseguenza del tempo e delle ferite accumulate. La maturità, quando arriva, non porta ordine: porta solo consapevolezza. Ho scritto questo romanzo con meno paura di scavare, meno urgenza di difendere i personaggi, meno tentazione di proteggerli dal ridicolo o dal dolore. La maturità, per me, è aver capito che la letteratura non serve a salvare nessuno, ma a guardare negli occhi ciò che cerchiamo di evitare. E Pinuccio richiedeva proprio questo sguardo: fermo, nudo, a volte impietoso, ma mai disumano».
Di Prima a Milano, al Book Pride

Di Prima a Milano, al Book Pride

  • Il romanzo non offre vie d’uscita semplici, non accarezza, non consola. Un rischio?
    «Forse sì, ma non mi riguarda. Raccontare la verità – quella interiore, quella emotiva – ha sempre un costo. Se avessi provato a costruire una via d’uscita artificiale avrei tradito il personaggio e la storia. La consolazione è una scelta di superficie. Io volevo andare molto più sotto, dove la vita non offre scorciatoie: dove si inciampa, ci si sporca, si perde e si riprova. Il rischio non era essere cupi, ma essere falsi. Preferisco un romanzo che lascia una fitta piuttosto che un sorriso di circostanza».

 

  • Accanto al romanzo il suo recente docufilm “Karsa”. Una coincidenza o un percorso?
    «È lo stesso percorso, declinato in un altro linguaggio. Il docufilm è nato nel momento in cui ho sentito l’esigenza di uscire dalla pagina scritta per osservare le storie nei volti e nei silenzi delle persone reali. Con Marino Bartoletti e Giuseppe Lo Piccolo abbiamo costruito un lavoro che parla di identità, memoria, lotta personale. In fondo, la mia narrazione – scritta o filmica – ruota sempre attorno allo stesso nucleo: l’essere umano quando si rompe e quando, nonostante tutto, continua».
Di Prima con Bartoletti Lo Piccolo alla presentazione del suo docufilm

Di Prima con Bartoletti e Lo Piccolo alla presentazione del suo docufilm

  • Cosa spera rimanga al lettore dopo aver letto “L’incoscienza di Badalà”?
    «Spero rimanga un’eco. Non una morale, non una soluzione. Un’eco: quella sensazione che ti segue per qualche giorno e ti costringe a pensare a te stesso, a ciò che hai lasciato indietro, a ciò che desideri ancora. Vorrei che il lettore sentisse la fragilità di Pinuccio come qualcosa di universale, che riconoscesse in lui un frammento della propria pena, della propria ostinazione, del proprio bisogno di essere visto. E soprattutto vorrei che restasse la certezza che l’imperfezione non è un limite: è l’unica forma possibile di onestà».
Lo sguardo del regista e scrittore Di Prima verso nuove sfide

Lo sguardo del regista e scrittore Di Prima verso nuove sfide

L’evento

Una prima nazionale quella che si terrà alla Libreria Feltrinelli di Via Etnea a Catania, mercoledì 10 dicembre alle 18.

 

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