martedì 23 luglio 2019

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La beat generation e le "pallottole" dell'Antigruppo

Poesia e racconti

Nella Sicilia "arcaica" degli Anni 60 grazie al siculo-americano Nat Scammacca, il gruppo di poeti siciliani stabilisce contatti con le avanguardie americane, non risparmiando attacchi alla cultura ufficiale


di Aldo Migliorisi

Nei primi giorni di settembre 1971 a Palermo c'è un certo movimento: al parco della Favorita si svolge la seconda edizione del Palermo Pop Festival. Nel cartellone i Black Sabbath freschi del loro terzo album, Colosseum, Pretty Things, Julie Driscoll e tanti altri; da ogni parte d'Italia e d'Europa decine di migliaia di giovani sono arrivati in città per vivere quello che si preannuncia come un evento indimenticabile. Tra di loro si aggirano due uomini e una donna con indosso vistose camicie colorate che distribuiscono strani ciclostilati. I tre sono Nat Scammacca, Ignazio Apolloni e Vira Fabra, poeti dell'Antigruppo; sulle loro camicie sono trascritte poesie di fuoco contro l’establishment; nei loro volantini versi altrettanto infuocati.

È una storia da raccontare, quella dell’Antigruppo. Nella Sicilia degli anni Sessanta, tra il Trapanese e il Palermitano, ma con importanti contatti anche nel Catanese, nasce un gruppo di poeti che, partendo da un Sud ancora arcaico come quello di quel periodo, si mette immediatamente in contatto con il mondo e con il sentire delle nuove generazioni dell'epoca, non risparmiando attacchi ai pontefici della cultura ufficiale, al sistema editoriale e, in definitiva, ad una realtà sociale e politica facilmente sintetizzabile nella Sicilia, nella Palermo di allora. L’assessore ai lavori pubblici è Vito Ciancimino, la DC Salvo Lima, e intanto il cardinale Ruffini predica che la mafia non esiste.

Così come testimonia questa incursione al Festival Pop, l’azione poetica dell’Antigruppo si svolge tra la gente, nelle piazze, nelle fabbriche e nelle scuole occupate dove i poeti vanno a volantinare e a leggere le loro poesie. In alcune grandi città spuntano manifesti pubblicitari con i loro testi, gli autori trascrivono direttamente i loro versi sulle mura delle case dei pescatori a Ustica; “comunicabilità” e “oralità” costituiscono gli elementi cardine di questo loro agire. Il ciclostilato le sue pallottole.

Quasi un atteggiamento punk: loro esigenza principale è la poiesis, il “fare”. La poesia diventa nelle loro mani una possibilità, uno strumento da mettere a disposizione di chi non ha voce; una scelta di linguaggio, di campo, di vita. “Il peggior male dell’esistenza, in verità – scrive Scammacca – è il non cambiare, il rimanere fermi, la posizione fissa, la posizione acquisita con l’autorità”. Parole che, dette in questa terra, e specialmente in quegli anni, acquistano un significato tutto particolare.

La Sicilia dei poeti dell’Antigruppo, nei suoi momenti migliori, è una Sicilia nuova, diversa da quella struggente, patetica, folkloristica da cartolina; il loro modo di fare poesia è impetuoso e insieme concreto, immediatamente in contrapposizione all'isola immobile, amara, tragica, raccontata dagli intellettuali perbene. No: la Sicilia, la Palermo di allora, non sapevano che farsene di una poesia distaccata dalla realtà. Di una poesia dove - come diceva Ignazio Buttitta - la luna sta appesa a penzoloni a impallidire le facce degli innamorati.

Movimento poetico nato in polemica col “Gruppo 63”, l’Antigruppo nasce negli anni Sessanta, si estenderà dalla Sicilia alla California e continuerà, con spaccature e polemiche tra le sue due anime populista e sperimentale, fino alla fine degli anni Ottanta.

Nat Scammacca

Immediatamente, grazie al poeta siculo-americano Nat Scammacca che fu anche uno dei suoi fondatori, l’Antigruppo stabilisce contatti con gli esponenti della beat generation e non solo. Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, Rafael Alberti, poeti dell'est-europa, nord-africani, giapponesi e tanti altri pubblicarono sulle riviste del gruppo: periodici che si facevano nel trapanese, in grande economia e con grande passione. Quasi una sorta di guerriglia culturale che ha i suoi fortini sparsi tra Trapani, Mazara del Vallo, Castelvetrano.

Con la pubblicazione di “Antigruppo 73”, antologia in due volumi stampata nel 1973 a Catania da Vincenzo De Maria ed edita, forse per la prima volta in Italia, da una cooperativa editoriale formata dai poeti e dai tipografi stessi, l'Antigruppo si conferma come la punta più avanzata dell'underground italiano di quel periodo. Un’operazione unica, incredibile: per la grafica, la dimensione, la passione. Impossibile da descrivere: i due volumi bisognerebbe vederli, tenerli in mano, pesarli, per rendersene conto.

Uno straordinario evento editoriale che irrompe nel panorama editoriale nazionale dei primi anni Settanta con l'urgenza e l'energia dei suoi oltre milleduecento fogli di quella particolare carta gialla, pieni di mine che esplodono pagina dopo pagina. Una Sicilia diversa, appassionata, esce fuori da quest'opera, quasi un monumento, che ridurre a “libro” significherebbe soltanto sminuire.

Dentro “Antigruppo 73” versi di Cesare Zavattini, Melo Freni, Antonino Uccello, Danilo Dolci, Lawrence Ferlinghetti (nella foto a sinistra una sua dedica), Giuseppe Zagarrio, Nat Scammacca, Gianni Diecidue, Nicola Di Maio, Roberto Roversi, Robert Bly e tanti altri; grafiche, colori e composizioni tipografiche assolutamente nuovi e i cui unici riferimenti possibili sono da cercare tra le riviste underground d’oltreoceano o delle metropoli europee. Un'idea lontana anni luce dai minareti di Mazara e dai pupi di Palermo.

Nicola Di Maio

I due volumi sono pieni di nomi che, chitarre elettriche a parte, hanno niente da invidiare a quelli presenti nel cartellone del festival pop di Palermo; i loro versi, le loro voci rappresentano e declamano le stesse istanze che la parte più sensibile e generosa delle nuove generazioni fece propria in quegli anni appassionati. “La poesia dell’Antigruppo – scrive Antonio Contiliano, uno dei suoi componenti – è quella della parola e dei segni che ha voluto anche essere anche pensiero in azione, gesto, relazione con il tempo e la storia".

In quel settembre del 1971 è possibile che i giovani presenti al Pop Festival facessero il tifo più per i Black Sabbath che per Nat Scammacca; ma è altrettanto probabile che, in quei giorni, sia i ragazzi che quei tre poeti con le camicie e le mani pieni di versi avessero gli stessi desideri, la stessa idea di felicità. È possibile, cioè, che l’Antigruppo, i suoi rappresentanti, così come tanti altri in quegli anni dalle due parti dell’oceano, avessero antenne lunghe, sensibili, attente; e che ognuno con le proprie armi, versi o chitarre elettriche, cercasse bellezza, libertà, poesia. Anche a Palermo.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 18 dicembre 2014
Aggiornato il 19 gennaio 2015 alle 18:17





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