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Plausi e botte

Le "conversazioni in Sicilia" di Sciascia e Consolo, esercizio collettivo di pensiero

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Esprimo solo gratitudine nel leggere il carteggio tra lo scrittore affermato e il giovane confrère recentemente pubblicato in "Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988", curato da Rosalba Galvagno. Sciascia teneva insieme personalità e intelligenze, scelte intellettuali ed espressive assai diverse, in un assiduo confronto che si estinse con lui


di Antonio Di Grado

Mi capita spesso di consultare i carteggi dei nostri grandi scrittori e di scriverne, perché sono preziosi scrigni di notizie, utilissime per lo studioso. Ma l’ho fatto quasi sempre con un forte imbarazzo, quasi con un senso di colpa nel violare quelle stanze segrete, nel frugare in quelle sfere intime. Fu così per le lettere di De Roberto alle sue amanti, ricche di fruttuose informazioni ma anche di dati e pulsioni di una intimità che si vorrebbe inviolabile, o per le lettere di Verga, Capuana e dello stesso De Roberto ai loro editori, tutte arida ragioneria e penose recriminazioni.

Nulla di tutto questo ho provato leggendo il carteggio tra Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo, recentemente pubblicato (Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988, editore Archinto), e criticamente introdotto con intelligenza d’amore, dalla studiosa Rosalba Galvagno, docente nel nostro ateneo. Né imbarazzo né riserve, dunque, solo gratitudine: per essere messi a parte del limpido colloquio intellettuale e affettivo fra uno scrittore già affermato come Sciascia, la cui generosità ho avuto la fortuna anch’io di sperimentare, e il più giovane confrère Consolo che con immutata deferenza, anche quando l’amicizia si fa intima, si rivolge all’autorevole amico come il puer al senex, come l’eterno adolescente in continua e travagliata formazione al Grande Vecchio, depositario di una lezione di moralità e di stile cui lo scrittore più giovane guarda come a un esempio inarrivabile.

La foto di copertina è di Giuseppe Leone

Sono tanti gli spunti che questa corrispondenza offre al lettore: è una “conversazione in Sicilia” in cui ogni lettera rimanda a un appuntamento o lo rievoca, e sembra a chi legge di trovarsi nel pieno d’un assolato pomeriggio alla Noce, il buen retiro di Sciascia, e di vedere raccolti oltre a Consolo, attorno ai silenzi di Sciascia o alle sue scarne e perentorie affermazioni, Ferdinando Scianna e Stefano Vilardo, i coniugi Sellerio, Emanuele Macaluso, Marco Pannella, Aldo Scimè che fu fino a ieri la colonna portante della Fondazione Sciascia, e quell’amabile professore comisano, Gesualdo Bufalino, che un mirabile scatto fotografico di Peppino Leone ci consegna ridente tra gli altrettanto divertiti Consolo e Sciascia.

Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, foto di Giuseppe Leone

Sciascia teneva insieme, e finché fu vivo univa, personalità e intelligenze, scelte intellettuali ed espressive assai diverse, in un assiduo confronto che si estinse con lui: e questo avveniva perché fu lui, fu quella ininterrotta conversazione fra “malpensanti” (per dirla con Bufalino), fu quell’esercizio collettivo di pensiero critico a ergere l’ultimo argine a difesa di quell’utopia di intelligenza demistificatrice e di ostinazione conoscitiva che chiamiamo letteratura siciliana.

E avveniva prima che l’omologazione travolgesse quell’argine, prima che il mercato snaturasse la letteratura, prima che il risentimento e l’ignoranza prevalessero come accade oggi sulla serenità del giudizio e sul cimento intellettuale. Quella penosa involuzione fu sofferta oltremodo da Vincenzo Consolo, che finì col precipitare in un drammatico tormento espressivo, in un doloroso corpo a corpo con la scrittura romanzesca e con la possibilità stessa di dire il mondo e di pensarlo, a forza di stile, diverso e migliore.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 agosto 2019
Aggiornato il 10 settembre 2019 alle 18:30




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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