mercoledì 24 aprile 2019

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La pazienza nodosa dell'ulivo antidoto contro "l'incivile civiltà"

Fotografia

Al Centro internazionale di fotografia, ai cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, prosegue fino al 17 febbraio la mostra fotografica "Dove cresce l'ulivo" collettiva a cura di Dario Guarneri


di Daniela Robberto

La mostra fotografica “Dove cresce l’ulivo” si tiene al Centro Internazionale di fotografia diretto da Letizia Battaglia, ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo. Negli ampi e silenziosi ambienti, fino al prossimo 17 febbraio, gli scatti fotografici di Giulia Capasso, Giuseppe Ceresia, Pippo Consoli, Gianni Nastasi, Antonio Sambataro, Rosalia Siciliano, Giovanni Surdi e Dario Guarneri che ne ha curato il progetto e la realizzazione.

Dario Guarneri

L’ulivo dunque protagonista di arte visiva e spunto di riflessioni molteplici così come sono molteplici i punti prospettici delle opere fotografiche presenti. Presenza antica nella storia dell’uomo, l’ulivo affonda le sue radici nel mito elevandolo a dono degli dei, a testimonianza di un talamo coniugale di omerica memoria, e le sue foglie sottili rimangono simbolo di vittoria ma anche di pace, stretta nel becco di una colomba.

Foto di Gianni Nastasi

La Sicilia, approdo perenne di masse disperate, crocevia millenario di culture che si sono ibridate esaltando il meglio delle une e delle altre lo rese emblema del Mediterraneo lo vide compagno di ogni cosa, guardiano dei suoi usci e, nei solchi della sua corteccia, ripetere la morfologia umana nell’incessante divenire dove la sofferenza corruga tutto al volere del tempo; ma l’ulivo vince e perpetua nel profondo degli suoi embrioni fioriti il massaggio della vita che non riesce ad essere reciso nonostante le condizioni avverse dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento globale. Se il progresso e la fretta con cui viviamo distoglie lo sguardo da una natura trascurata e offesa, lui sta lì accanto ad un albero in metallo senza radici e, senza ombra di alcuna offesa regala benigno la sua, continuando ad essere con i suoi frutti e il suo fogliame riparo accogliente per i microsistemi viventi che in lui abitano. Nella sua pazienza nodosa spera nel ravvedimento sull’uso smodato della tecnologia, in una presa di coscienza da parte dell’uomo ad abbandonare l’arroganza di una “incivile civiltà” prima che sia troppo tardi, nella considerazione di come tutte le forma di vita meritino pari dignità, perché parti interdipendenti di un “unicum” indivisibile, sinergico e soprattutto irripetibile.

Foto di Giulia Capasso


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 febbraio 2019





Daniela Robberto

Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni……mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa.


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