lunedì 19 agosto 2019

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La Palermo di Roberto Alajmo, Città del caos istintuale dionisiaco

Libri e fumetti

Il giornalista e scrittore 14 anni dopo la prima fortunata edizione, pubblica sempre con Laterza l'aggiornamento di "Palermo è una cipolla" che nella versione "remix" smonta luoghi comuni e stereotipi e palesa i cambiamenti senza cadere in rigidi dogmatismi


di Salvo Fallica

Raccontare Palermo vuol dire affrontare un universo complesso, articolato, un micro-continente con una pluralità di dimensioni. Spesso una visione palermocentrica non solo ha impedito agli osservatori esterni una conoscenza più approfondita dell'intera regione ma ha anche danneggiato la medesima comprensione di una realtà di grande valenza storica - il capoluogo siciliano - che va studiata nelle sue molteplici sfaccettature.

Un viaggio a Palermo è dunque un itinerario in una delle capitali del Mediterraneo che in alcuni secoli della sua lunga storia è stata anche fra le città più importanti d'Europa.

Senza un percorso ampio ed approfondito nella Città - come la definisce lo scrittore e giornalista Roberto Alajmo - si rischia di non coglierne la vera essenza. L'operazione culturale di Alajmo con il suo libro “Palermo è una cipolla remix”, edito da Laterza, versione aggiornata della precedente fortunata edizione del 2005, è interessante e ben riuscita, ed ha dato vita ad un testo che non racconta solo storie e luoghi ma riflette sulla natura profonda della Città. Un viaggio letterario nell'anima di Palermo, una narrazione critica e sui generis dei suoi tanti volti, delle sue strutture culturali, sociali, antropologiche. Un itinerario che interseca letteratura e giornalismo ma che non vuol essere un saggio sociologico. Il taglio narrativo fa emergere una pluralità di aspetti culturali, sociali, ma senza diventare un trattato.

E così emergono visioni di vita, filosofie della vita quotidiana che rispecchiano mondi diversi. Una città multiculturale che presenta profonde differenze sociali ed economiche, ma che sul piano dei costumi, delle tradizioni (anche gastronomiche) e di importanti eventi religiosi, è più interclassista di quanto possa apparire. Le differenze sociali - per retaggi storici - sono più forti ed evidenti che in altri luoghi della Sicilia, ma è anche vero che nell'ultimo periodo la città è più aperta, la gente si incontra nei locali che si trovano nelle strade e nelle piazze. Vive un dinamismo culturale nuovo. Certamente ha contribuito l'anno di Palermo capitale della cultura, ma sembrano anche essersi innestati dei meccanismi che stanno producendo risultati positivi ed innovativi. Le città del resto non sono mai uguali a sé stesse, possono avanzare od indietreggiare, ma non sono immobili. Spesso mutano anche quando non ce ne accorgiamo.

Roberto Alajmo

Alajmo è molto efficace nello smontare i luoghi comuni e gli stereotipi, ed accanto alle cose che non funzionano mostra anche quelle che funzionano, e soprattutto palesa i cambiamenti senza cadere in rigidi dogmatismi. Alajmo è impietoso nel cogliere le tante contraddizioni di Palermo, fra i notevoli limiti della Città vi è quello dell'assenza di una solida classe imprenditoriale ed industriale, vi sono state e vi sono carenze di dinamismo nei ceti borghesi (tranne alcune lodevoli eccezioni del passato e del presente). Nel contempo però l'autore mostra anche passaggi importanti che sono avvenuti in diversi ambiti, e giustamente allarga l'ottica all'intera Sicilia. E scrive: “Non è affatto vero che la Sicilia è immobile nel tempo. Almeno dalle stragi del '92 in poi è cambiato molto, addirittura nel DNA dei siciliani. Si dice che durante il terremoto che devastò Messina nel 1908, dal sottosuolo si sprigionò una grossa quantità di gas radon, che arrivò a modificare geneticamente i superstiti. Se è così, i messinesi di oggi sono geneticamente diversi rispetto a quelli dell'Ottocento. Allo stesso modo è come se dai crateri di Capaci e via D'Amelio si fosse sprigionato un radon in grado di modificare la stessa forma mentis degli abitanti del capoluogo. Negare almeno questo cambiamento sarebbe malafede. La malafede di comodo che contraddistingue molti di quelli che a ogni piè sospinto adoperano il termine gattopardesco. Per paradosso la parola gattopardesco è diventata la trincea dove sono asserragliati proprio coloro che avversano ogni cambiamento”.

La strage di Capaci del 23 maggio 1992

Per capire una città bisogna partire dalle sue origini ed Alajmo lo fa in maniera sui generis, non partendo dagli storici antichi ma dall'epoca di Goethe. E mostrando come il grande intellettuale tedesco probabilmente non l'avesse davvero capita ed apprezzata, anche perché Goethe aveva in mente l'idea di una Sicilia greca. E certamente Palermo non era “abbastanza aderente” a questo suo modello. Scrive Alajmo: “Noi abitanti di questo angolo di Sicilia non siamo tanto greci. Siamo punici, siamo arabi, siamo normanni. Siamo un frullato etnico e culturale in cui la grecità è un ingrediente secondario. O forse della grecità non abbiamo assorbito la componente apollinea, quella che lui sembrava apprezzare maggiormente. Apollinei, di sicuro, non siamo: dionisiaci, forse. Ma ciò che di dionisiaco Goethe incontrava lungo il suo cammino lo liquidava come spurio. Ogni dato reale che contrastasse con la sua teoria della classicità veniva rimosso. La corda pazza di noi siciliani non gli piaceva, ma è molto evidente che ne subiva la fascinazione. Altrimenti perché andare in cerca della casa natale di Giuseppe Balsamo, sedicente conte di Cagliostro? La personalità di Cagliostro, grande impostore, era diametralmente opposta a quella di Goethe, almeno quanto era invece aderente alle propensioni della Città”.

Alajmo viaggia nei luoghi e nella storia, o meglio nelle storie. Molto intense le pagine sugli arabi e quelle sui normanni. Racconta le meraviglie architettoniche ed artistiche di Palermo. Ma in quale luogo vi è la più autentica essenza della Città? Alajmo non ha dubbi: “La Città è alla Kalsa, e alla Kalsa tende sempre a tornare. Alla Kalsa si percepisce sotto i piedi, con precisione, il trascorrere della Storia. E spesso la Storia che scorre sotto i piedi può far perdere l'equilibrio provocando cadute rovinose. Per molti versi la Kalsa è una metafora della Città nel suo complesso. Qui si riconoscono tutte le sue contraddizioni. (…) Falcone e Borsellino non potevano nascere che qui, nel profondo della ferita più profonda della città (nda: la zona fu duramente colpita e gravemente danneggiata dai bombardamenti degli Alleati nel 1943). E diventare quel che sono diventati, i magistrati più ferrati e intransigenti dello schieramento antimafia. Grazie alla loro origine parlavano la stessa lingua, erano in grado di decifrare i codici dei loro avversari. Rappresentavano il contravveleno che si distilla utilizzando le radici della stessa pianta velenosa. Ieri, oggi e anche domani: a sconfiggere la mafia saranno i siciliani, gli unici che la mafia prima di amarla o odiarla, sono in grado di decifrarla”.

La Kalsa

La Kalsa è un quartiere popolare che è il luogo simbolo per capire quanto sia stata profonda l'influenza islamica nella Città, anche se presenta minori testimonianze di epoca arabo-normanna. Ma non è questione di monumenti sostiene l'autore, basta “camminarci dentro” per rendersene conto. “La Kalsa era in origine la cittadella fortificata dove gli emiri nel 937 fissarono la loro corte, sulle rive di un torrente che non esiste più e si chiamava Kemonia. Il nome stesso del quartiere è arabo: Al Halisa, l'Eletta. Ancora oggi i suoi abitanti parlano una variante dialettale farcita di fonemi a sé stanti”. Ed ancora: “Alla Kalsa si trova anche lo Spasimo, uno dei simboli del recente orgoglio cittadino. (…) Oggi gli abitanti della Città portano i loro ospiti allo Spasimo e si mettono tre passi indietro a godersi la reazione di sbigottimento di fronte al miracolo di una gigantesca chiesa a cielo aperto con un albero di sommacco cresciuto quasi in mezzo alla navata centrale. Ma cresciuto con discrezione, non tanto in mezzo da intralciare le rappresentazioni teatrali o musicali che d'estate si svolgono qui. Finito lo sbigottimento iniziale dell'ospite, gli si racconta la storia di una chiesa cinquecentesca che non venne mai completata per il dilagare di un'epidemia di peste”. Una zona che così come l'intera Città è il frutto di una ricca, complessa e contraddittoria stratificazione storica. “Non molto distante, sempre alla Kalsa, c'è lo Steri e il soffitto ligneo trecentesco della Sala dei Baroni, capolavoro recondito del palazzo che fu della famiglia Chiaramonte”.

Santa Maria dello Spasimo

E non è tutto. Alajmo rivolto al lettore ricorda diversi tesori: “C'è la chiesa della Gancia, c'è la chiesa della Magione. C'è Palazzo Ajutamicristo, ci sono le tre chiese di via Torremuzza. C'è Santa Maria della Catena. Alla Kalsa potresti poi fare un giro di notte, in auto o a piedi, nelle parti nobili o in quelle più degradate. Fra i ristoranti attorno a Villa Garibaldi si trova quella movida di cui tanto avrai sentito parlare”. Ed una visita merita anche via Alloro dove “si rincorre la litania dei palazzi che già dal nome lasciano indovinare la vanità della loro trascorsa fortuna: Bonagia, Castrofilippo, Monroy di Pandolfina, Naselli d'Aragona, Lo Faso di San Gabriele, Rostagno di San Ferdinando. Ricchezza e povertà, virtù e abiezione, giorno e notte, vita e morte: ogni estremo qui si tocca e convive col suo opposto”.

Palazzo Monroy di Pandolfina

La profondità del libro di Alajmo sta proprio nel saper cogliere l'essenza di Palermo nelle contraddizioni della Città e dei suoi luoghi. Si tratta di opposti che convivono non come nella visione logico-razionale della dialettica di Hegel ma in una logica dei paradossi. E' nei contrasti irrisolti, nella bellezza che emerge accanto ai disastri, il segreto di Palermo non sta in una logica apollinea ma nel caos istintuale dionisiaco. O più probabilmente nello scontro continuo fra razionale ed istintuale, il tutto senza mediazione. E' il fascino “delle tinte forti”, del continuo divenire degli opposti che convivono respingendosi...


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Pubblicato il 24 maggio 2019





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