La centralità di Paternò medievale nelle antiche pergamene del professor Enzensberger

Sicilia antica Lo studioso tedesco ha ritrovato per caso a Palermo alcune pergamene che testimoniano come il monastero paternese di Santa Maria della Scala, oggi un rudere, fosse l'unico di rito greco a sud di Taormina. Il suo lavoro ha integrato le ricerche della locale sezione di Sicilia-Antica. Il presidente Mimmo Chisari: «Nacque nel 1140 come monastero basiliano»

Delle pergamene scoperte nella Biblioteca comunale di Palermo dall’autorevole storico tedesco Horst Enzensberger permettono di far luce su un pezzo di storia culturale, religiosa ed artistica della Paternò medievale. Una scoperta che conferma ancora una volta l’importanza del centro etneo nel lungo periodo dell’età di mezzo. La scoperta riguarda Santa Maria della Scala di Paternò, l’unico monastero di rito greco a Sud di Taormina. Lo storico tedesco Enzensberger (università di Bamberg, antica città dalla grande tradizione storico-culturale della Baviera) è un raffinato studioso del Medioevo ed uno dei massimi esperti del Regno normanno di Sicilia. Il suo è uno sguardo storico e storiografico ampio, quello di uno specialista della storia altomedievale dell’Italia meridionale.

Una delle pergamente su Paternò ritrovate a Palermo da Horst Enzensberger

Enzensberger oltre ad essere persona colta e di spessore intellettuale, è anche una persona dotata di ironia, e con eleganza ci racconta che la scoperta delle pergamene nella Biblioteca comunale di Palermo è avvenuta del tutto casualmente in un sottoscala. A dimostrazione che le biblioteche siciliane conservano un enorme patrimonio culturale e storico, anche in luoghi apparentemente marginali e che non di rado nella storia delle scoperte, in diversi ambiti scientifici, sono avvenute in maniera casuale. La differenza la compie la capacità intellettuale di chi comprende l’importanza di una documentazione storica, la studia con acutezza, ne coglie il senso autentico, la contestualizza. Sulle pergamene lo storico tedesco sta continuando ad effettuare approfondimenti interpretativi, e ne ha anche parlato in una giornata di studi a Paternò, organizzata dalla sezione di SiciliAntica del centro etneo. Horst Enzensberger spiega che questa scoperta palesa ancora una volta: «Come il territorio di Paternò ed il suo vasto comprensorio fossero realtà vitali sul piano storico, religioso e culturale anche nel lungo periodo medievale. Il monastero di Santa Maria della Scala, del quale rimangono pochi ruderi, era l’unico di rito greco a Sud di Taormina».

Un'altra pergamena del ritrovamento palermitano del professor Enzensberger

L’influsso della cultura greca nell’area di Paternò, ed in particolare nell’antica acropoli, ovvero la collina storica, è maggiore di quanto si possa pensare. E la loro presenza nell’ampio territorio è stata millenaria, dall’epoca antica a quella medievale per restare in tema. La collina storica di Paternò è stata un crogiolo di popoli e di civiltà, vi convivevano greci, arabi, latini, longobardi, ebrei, normanni… Paternò nell’era normanno-sveva era un luogo di notevole importanza geo-politica e militare, oltre che sul piano economico e cultural-religioso. Paternò era già un centro di rilievo nel periodo arabo, poi lo è stato ancor di più nella fase normanno-sveva, ed ancora per molti secoli successivi. Molto interessante ed intriso di notizie sorprendenti è stato il periodo aragonese. Torniamo alle pergamene. Per lo storico tedesco mostrano l’importanza religiosa di questi luoghi, e nel contempo le dinamiche di potere, gli scontri fra ecclesiastici e laici. Il progetto culturale di SiciliAntica consente dunque di scoprire e riscoprire la Paternò medievale, con una visione di ampio respiro. E’ questa la filosofia che anima l’impegno della sezione locale di SiciliAntica, guidata dal presidente Mimmo Chisari, uno storico che spazia dal mondo greco-romano a quello medievale, alla dimensione contemporanea. All’interno di questo percorso va letto dunque l’evento culturale di Paternò al quale hanno partecipato autorevoli studiosi di diverse discipline (l’approccio è ovviamente multidisciplinare), addetti ai lavori, studenti delle scuole e cittadini appassionati della storia siciliana. Perché la chiave di lettura proposta non è localistica ma come appunto sottolinea il presidente di SiciliAntica di Paternò, Chisari, «si vuol mostrare il legame profondo fra il locale, la Sicilia ed il mondo del Mediterraneo. Percorso che, nel tempo, si è concretizzato in varie attività di ricerca storica, di attività didattiche nel mondo scolastico ma soprattutto di rispetto e tutela dell’ambiente e che, in questo ultimo periodo, si è arricchito con il contributo da parte dell’Università di Catania e dell’Ateneo di Bamberg nella persona del professor Horst Enzensberger».

Paternò, resti del monastero di Santa Maria della Scala, foto di Giuseppe Barbagiovanni

Chisari sostiene: «L’antica Paternò era nota per la ricchezza delle sue chiese e dei suoi monasteri. Sappiamo tanto dei suoi monumenti religiosi esistenti e poco, invece, di quelli ormai da tempo scomparsi “memorie di un sepolto passato. Tuttavia bisogna sempre andare alla ricerca delle loro vestigie perché “la distruzione degli edifici non comporta la scomparsa degli eventi dei quali essi furono parte”. Tre sono i punti di partenza di questo percorso. In primis, la ricerca archeologica della Soprintendenza di Catania nel territorio di Paternò, che in quest’ultimo periodo, è stata rivolta verso l’età medievale. In secondo luogo vi è l’importante ed attuale interesse da parte degli storici verso il monachesimo del periodo medievale non solo nei riguardi del monachesimo benedettino ma anche verso quello basiliano. Infine ma non ultimo, negli anni recenti vari studi sono stati pubblicati sull’antica viabilità medievale: dalle regie trazzere fino alla individuazione delle cosiddette vie francigene che hanno fatto spostare l’attenzione dal centro storico di Paternò alle contrade del suo territorio».

Il professore Horst Enzensberger

Fondamentale è in questo percorso lo studio dell’Abbazia di Santa Maria della Scala. Chisari sottolinea che: «La ricerca di SiciliAntica su Santa Maria della Scala è iniziata in occasione della intitolazione della nuova parrocchia di Sant’Antonio Abate in Santa Maria della Scala, su sollecitazione di padre Pennisi che ha voluto, così, risalire alla identità storica del quartiere Scala Vecchia che, attualmente, occupa la periferia nord-est di Paternò. Ricerca che è stata, provvidenzialmente arricchita dalla collaborazione dello storico Enzensberger, con l’apporto degli studi sulle nuove Pergamene».

Professor Chisari, qual è la genesi di Santa Maria della Scala?
«In origine un monastero basiliano poi benedettino, venne fondato prima del 1170 – probabilmente intorno al 1140 – per volontà della contessa Adelasia, nipote del Gran Conte Ruggero, così come viene tramandato dallo storico Vito Amico. Da un diploma di Guglielmo II e di sua madre Margherita – datato 1170 – sappiamo che il primo abate fu l’eremita Stefano a cui vengono fatte tante concessioni e donazioni come il mulino Talarico in pertinentis Paternionis e il casale di Resinecchi, in territorio di Lentini, in cambio del feudo di Obberti Coste in pertinentis Paternionis. La sua fondazione rientra, pertanto, in quel contesto storico-sociale, dove accanto alla politica monastico-religiosa dei Normanni di rilatinizzazione del territorio Simetino-etneo si cela una realtà di ripopolamento delle campagne per far rinascere e promuovere l’attività produttiva, da tempo ormai stagnante. Lo storico Colonna, nel suo manoscritto, porta una testimonianza personale, al riguardo, attestando che dall’intonaco scrostato delle pareti del monastero emergevano delle pitture bizantine che mettevano in risalto la forma del cappuccio dell’abito monacale che ricordava quello greco. Una testimonianza più diretta è, invece, la pergamena del 1267 (Biblioteca Comunale Palermo, Enzensberger) in cui il monastero viene indicato come appartenente all’ordo Sancti Basilii».

Mimmo Chisari, presidente di SiciliAntica Paternò

Quali sono, in maniera sintetica, alcuni altri importanti passaggi storici?
«Nel 1468 il monastero verrà aggregato a quello di Nuova Luce di Catania. Dopodiché, il convento abbandonato dai Benedettini fu occupato da una comunità di Certosini ed infine dagli Agostiniani Scalzi i quali si ritirarono a Paternò dove, durante gli anni 1785/87 assieme ai confratelli di Nuova Luce di Catania, fondarono il convento e la Chiesa di Maria SS. della Scala in via Cassero ora via Garibaldi. Questo nuovo convento, soppresso nel 1833, fu incorporato nei Beni demaniali dopo le leggi del 1866. L’attuale chiesa di via Garibaldi, restaurata nel 1953 e nel 1962, presenta un’unica navata a pianta ottagonale con vano di fondo absidato e uno schema planimetrico interno, che si rifà all’architettura religiosa, del primo Settecento, della Sicilia centro-orientale. Il secondo altare, a destra rispetto all’altare maggiore, consacrato nel 1965 ed eretto in onore della Vergine SS. della Scala, contiene una significativa tela settecentesca della Madonna della Scala, dove alla sinistra della Vergine è rappresentata la simbolica Scala sostenuta dagli angeli che devono accompagnare i fedeli nel loro percorso di perfezione e ascesa spirituale verso il Cielo».

Avete studiato anche gli aspetti della simbologia?
«La simbologia della Scala è presente in molte religioni, filosofie e visioni mistiche come anelito verso la perfezione della Divinità. Ci siamo chiesti se l’antica chiesa di Paternò dedicata alla Madonna della Scala avesse in qualche modo un collegamento con l’omonima chiesa di Messina a livello di leggenda e come religiosa simbologia o se invece fosse in relazione con la toponomastica collegata alla viabilità delle antiche trazzere -Acireale: Santa Maria della Scala- che essendo rettilinee superavano le pendenze con le cosiddette scale, così ampie che servivano anche per la transumanza, tanto più che come si evince dalla pergamena del 1170, che già riporta il termine Palatiolum, il territorio del monastero era come una contrada cuscinetto tra quella di Gualterius de Valle Currente e Schettino, in seguito feudo dei cavalieri gerosolimitani di Paternò».

Cosa rimane del vecchio monastero?
«Del vecchio monastero, che si trova in contrada Giaconia, oggi sono rimasti pochi resti di antiche mura, con una porta che presenta un arco acuto. Fino al 1993 erano ancora riconoscibili magazzini, stanze e un palmento che facevano parte dell’antico convento. Le ricerche per individuare i resti della chiesa sono state svolte assieme a Giulio Doria e Giuseppe Barbagiovanni rispettivamente responsabile provinciale e regionale dei giovani di SiciliAntica. Come metodo di ricerca si è partiti dalla ricognizione, con foto aeree, dei ruderi del monastero, che appare come inglobato in strutture moderne o superfetazioni passando, poi, alla documentazione catastale per arrivare, infine, alla ricerca sul campo che, a sua volta, ha documentato parti inedite di una struttura presumibilmente chiesa benedettina, successiva all’edificio basiliano».

Ambienti interni di Santa Maria della Scala, foto di Giuseppe Barbagiovanni

Può raccontarci di Federico III d’Aragona e Paternò?
«La nostra ricerca è partita dalla chiesa di San Giovanni di Paternò, con annesso Ospedale, dove nel 1337 morì Federico III d’Aragona, e nasce da un precedente studio sulla Storia degli Hospitalia dell’antica Paternò, anche perché nel Medioevo il suo territorio è stato un crocevia per lo scambio di merci e un importante punto di transito nel sistema viario che collegava la parte sud-orientale della Sicilia con Messina nella cui zona portuale confluivano tutti i pellegrini diretti a Gerusalemme e a Santiago di Compostela. È stata una ricerca svolta da SiciliAntica Paternò: in particolare da me per quanto attiene l’aspetto storico, da Giuseppe Barbagiovanni come studio iconografico, e dall’avvocato Alfio Mirenna come parte archivistica. Il 23 giugno del 1337, il re Federico III d’Aragona che proveniva da Castrogiovanni per proseguire verso Catania (il Fodale riporta che il re si è aggravato precisamente presso Resuttano) viene trasportato nella chiesa di San Giovanni a Paternò. L’evento viene raccontato dagli storici in chiave altamente epica tanto da suscitare un coinvolgimento emotivo più che l’acquisizione di una semplice notizia storica: Federico veniva trasportato in lettiga dai suoi cortigiani aiutati dagli abitanti dei borghi vicini che, costernati, facevano a gara per svolgere l’onorevole compito in quanto il loro sovrano era gravemente malato, affetto da un tipo di gotta, la chiragra, che ne aveva invalidato anche le mani. Una cometa, una stella crinita apparsa in cielo apportatrice di peste e carestia, era stata segno del triste presagio, della prossima fine del sovrano a conferma della profezia, già, annunciata nel corso degli anni da Donato di Brindisi, medico e astrologo, che prevedeva la morte del re in territorio gerosolimitano».

Chisari aggiunge: «I Cavalieri gerosolimitani erano collegati alla Corona siciliana in quanto Sancho d’Aragona, fratellastro del re, era stato (1305) luogotenente del maestro dell’Ospedale di Messina, da cui dipendeva la Commenda di Paternò. D’altra parte Federico III si era mostrato benevolo nei confronti dell’Ospedale adoperandosi per la restituzione, al gran maestro Foulques de Villaret, di alcuni beni sequestrati erroneamente dalla flotta reale su due galere genovesi che trasportavano un vero tesoro dell’Ordine comprendente monete, vasi d’argento, e altri oggetti preziosi».

Ruderi del vecchio monastero, foto di Giuseppe Barbagiovanni

Il racconto storico è affascinante, sembra un giallo. «Imbalsamato il corpo del re e seppellite le sue viscere nella chiesa di San Giovanni di Paternò, secondo il costume dell’epoca, i fedeli sudditi, eseguendo le sue ultime volontà ne trasportarono la salma a Catania per poterla poi seppellire nel Duomo di Sant’Agata. In verità il re, nel testamento del 1334, aveva espresso precisa volontà di essere seppellito a Barcellona, nella sua terra, accanto ai suoi avi. Probabilmente perché si era aggravato, Federico cambiò testamento, forse redatto nelle parti di Enna e sottoscritto a Paternò prima di morire, per essere tumulato a Siracusa, nella cattedrale dedicata a Santa Lucia a cui era devoto. Pietro II, però, avrebbe voluto trasferire il corpo nella Cattedrale di Palermo accanto al primo re normanno e agli imperatori svevi. Tuttavia, in quella fatidica notte, la salma, giunta a Catania, fu temporaneamente custodita al castello Ursino per essere, poi, tumulata nel Duomo di Sant’Agata dove rimarrà, per varie vicissitudini storiche conseguenti alla Guerra del Vespro, fino ai nostri giorni».

Dunque, state indagando molteplici aspetti storici…
«La nostra è una ricerca ampia e multidisciplinare. Ed avviene con la collaborazione di studiosi, volontari culturali, università, istituzioni. Un incoraggiamento verso questo tipo di ricerca è giunto da Henri Bresc, illustre storico medievalista dell’Università di Parigi X Nanterre, che ha messo in risalto il rapporto che si è creato da un po’ di tempo, tra Università, Soprintendenza e studiosi di storia locale. Una ricerca di complementarità fra più discipline che, includendo una collaborazione tra pratica degli archivi e prospezione archeologica con la colletta etnografica e antropologica e avvalendosi di un metodo critico di catalogazione di tutte le fonti disponibili per poterne, poi, valutare la visione complessiva dei dati, può risultare utile e proficua per la produzione di lavori che possono dare un loro contributo agli studi svolti nell’ambito accademico. Il nostro è un contributo storico e culturale che nasce dall’amore autentico per i territori e la loro storia. Un supporto costante ci giunge dai vertici regionali di SiciliAntica, dalla presidente Simona Modeo, così come dalla soprintendente ai Beni culturali di Catania, Rosalba Panvini, dall’archeologa Gioconda Lamagna e tanti altri. Importante anche il contributo dei professori Michelangelo Messina, Francesco Barone, Lucia Arcifa, di Orazio La Delfa – archeologo e membro del Consiglio regionale di SiciliAntica-, di Nino Naso, sindaco di Paternò, di Salvina Sambataro, presidente della Pro-Loco di Paternò. Siamo colpiti molto positivamente dalle risposte dell’opinione pubblica che mostra di apprezzare il nostro impegno».

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