giovedì 23 novembre 2017

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"L'omonimo". Un racconto inedito di Domenico Cacopardo

Poesia e racconti

Che fa fare l'omonimia. Soprattutto se fai il carabiniere in Sicilia e ti chiami Andrea Camilleri. Già, come il papà di Montalbano. Per gentile concessione dello scrittore Domenico Cacopardo, pubblichiamo, in anteprima assoluta, un racconto inedito che farà parte di "Annilieti", raccolta di quindici racconti che saranno pubblicati nel 2018


di Domenico Cacopardo



"Annilieti", racconti. Uscirà, per i tipi di una casa editrice siciliana il cui nome è, allo stato, riservato, una raccolta di 15 racconti dello scrittore Domenico Cacopardo. Alcuni sono già apparsi su periodici vari. Quello che mettiamo a disposizione dei lettori di SicilyMag è inedito.

Domenico Cacopardo

1.

Mettiamo subito le carte in tavola: mi chiamo Andrea Camilleri, sposato, tre figli, già brigadiere dell’Arma dei Carabinieri in onorata pensione.

L’omonimia è stata la mia condanna.

Qualunque cosa accadesse nel territorio di competenza, quando arrivavo sul posto a rilevare un incidente, un omicidio o a sedare una lite, il mio nome era fonte di lazzi e scherzi.

Mi avevano soprannominato «Montalbano», ma poi l’appellativo è caduto in disuso, essendo prevalente il gusto di chi poteva proclamare «Vi mando Camilleri», o «Sul posto c’è Camilleri». O, se capitava un comandante particolarmente spiritoso, succedeva che telefonasse al generale e gli dicesse: «Comandi! Sarò da lei puntuale come un orologio svizzero. Mi accompagnerà Andrea Camilleri!»

Carabinieri di spalle, olio su tela dei primi del 900

In fin dei conti non è una sciagura confrontarsi con l’omonimia di un così illustre e celebrato personaggio, una specie di salvatore della mia isola, giacché l’ha resa celebre in tutto il mondo.

Anche se… anche se la Sicilia era celebre sin dal tempo dei greci, e lo è stata anche dopo, quando Palermo era capitale dell’impero di Federico II, o quando Taormina, nell’Ottocento, divenne meta del turismo europeo. Tanto che c’era un treno Parigi-Taormina e un altro Berlino-Taormina. Cosa attirasse laggiù – a parte le bellezze naturali - tanta gente è presto detto: guardate le fotografie di Von Gloeden – quelle che raffigurano bambini nudi -, ricordatevi che giravano il continente e che erano viste da importanti personaggi, per esempio l’imperatore di Germania (il kaiser) Guglielmo II. Questo illustrissimo personaggio fu due volte a Taormina, una volta con lo yacht, l’altra con la squadra navale. Aveva fatto gettare l’ancora nella baia di Giardini, e aveva riservato gli appartamenti del San Domenico, e del Timeo – che, sembra, preferisse -. Due fra i più celebrati alberghi del mondo. Del mondo, vi assicuro.

Il teatro di Taormina, la foto è attribuita a Wilhelm von Gloeden

Con questo nome che mi ritrovo me ne sono successe di tutti i colori. La storia cominciò nel 1985, quand’ero in servizio a San Gimignano e un amico mi disse: «Guarda che c’è uno scrittore col tuo medesimo nome e cognome precisi. Me lo dissero a Poggibonsi, dove ha pubblicato un romanzo.

Poi, quando diventò – ci voleva poco - più noto e importante di me, ogni inchiesta alla quale partecipavo poteva diventare una "Via Crucis", soprattutto quando incontravo un magistrato in vena di buffuniari che, giocando sull’equivoco, dichiarava in aula: «Adesso chiamiamo a testimoniare Andrea Camilleri».

Un «Oh! Oh!» usciva dalla bocca dei presenti prima di constatare che chi stava entrando era solo un sottufficiale dell’Arma.

E i titoli di giornale.

Ogni tanto m’è capitato che il quotidiano della zona nella quale ero di servizio sparasse a mezza pagina un «Brillante operazione di Andrea Camilleri» o un più raffinato e ammiccante «Andrea Camilleri ci ha lasciato», nel senso che ero stato trasferito dalla minuscola frazione di Cchiappamuschi alla minuscola frazione di Cchiappalapuni.

La cosa più imbarazzante che mi stava per capitare avvenne quando lo scrittore fu invitato, secoli fa, a Viareggio. Ero di turno e il tenente Augello, perfidamente, mi ordinò di andarlo a ricevere alla stazione e di vigilare su di lui per tutta la permanenza.

All’ultimo momento, però, la visita venne cancellata e potei tirare un sospiro di sollievo.

Camilleri visto dal caricaturista portoghese Andre Carrillho

Ogni volta che scoprivano di avere un dipendente come me, col mio nome, i comandanti provinciali, appena arrivati, pensavano alla maniera di utilizzarmi e di trarre profitto dalla mia presenza. Personale, i furbetti carrieristi, o per l’Arma quelli che perseguivano l’Ideale, «Usi a obedir tacendo e, tacendo, morir».

Tentativi tutti miseramente falliti, anche in relazione alla mia conformazione fisica: sono piccolino, la testa stretta coperta da tanti capelli ormai grigi, e snello, molto snello, in virtù di un metabolismo che mi consente di mangiare assai, anzi assaiuni, e di non ingrasciare.

Trovandomi ad Agrigento d’estate, decisi di raggiungere Porto Empedocle e di rendere visita all’omonimo scrittore. Mi dissero che non c’era, lasciandomi il dubbio che si fosse negato. Certo, avrei potuto qualificarmi, carabiniere ero, e tentare di sfondare l’eventuale cortina di riserbo. Ma ero un carabiniere composto, nel senso che non mi vantavo mai della divisa, che zu Mimì mi aveva aiutato a indossare. Sapete … le raccomandazioni ai miei tempi funzionavano. Adesso, invece.

Mi fermai nel bar che lui frequentava, ordinai una granita: non ce l’avevano. Perciò, cambiai locale. Ne trovai uno elegante, tutto specchi e acciai. Una cosa americana o quasi. Abituato come sono alle eccellenti granite delle mie parti, volli provare.

Non per disprezzare ma non mi piacque proprio: niente a che vedere con le granite di Catania e di Messina. Secondo me, quella di Porto Empedocle il limone l’aveva visto in fotografia. Poi lo zucchero: troppo assai. Abbondante.

La statua di Montalbano a Porto Empedocle

2.

Ma l’evento, anzi l’Evento, è accaduto di recente.

Da quando sono in pensione, sono tornato a vivere a Mongiuffi e frequento ogni giorno Melìa, il capoluogo. Parcheggio in piazza San Nicolò e passo il tempo cull’amici nel bar La Pergola.

Per onestà, preciso che La Pergola non è un comune bar di paese. È un luogo celebrato e visitato da gente di tutte le contrade vicine e di tutti i ceti, compresi i ricchi catanesi: sino ad Acireale arriva la fama dei suoi arancini, delle sue leccornie. La domenica i clienti che hanno ordinato roba da mettere a tavola per il pranzo cominciano ad arrivare alle nove del mattino.

Data l’età non sono un cultore del cibo nostrano, né di quello continentale.

Frequento La Pergola perché, come ho detto, ci incontro l’amici e con loro chiacchiariamo ore. Anzi: chiacchiaravamo.

Gli arancini di La Pergola a Mongiuffi Melìa

Un anno fa, tornò a Melìa il cavalier De Rosa Salvatore, ch'aveva fatto una bella carriera a Roma, finendo – grado massimo raggiunto - commesso nell’anticamera del primo ministro.

Da noi, sin da ragazzo e per le sue idee comuniste – girava con sotto il braccio l’Unità - era soprannominato Togliatti, e – fortuna sua - s’era trovato al centro del potere quando furono presidenti Berlusconi, Prodi, D’Alema e Amato. Solo del penultimo parlava De Rosa. Berlusconi non lo considerava e lo definiva "Testa ‘i minchia". Manco Prodi sopportava e gli aveva dato, tanto per stare sul tema, il nomignolo di "minchiaredda", un dispregiativo che poteva alludere sia alle dimensioni del suo strumento che al suo modo di fare.

Di D’Alema era entusiasta. Ne tesseva in continuazione le lodi e raccontava a noi che ridevamo sotto i baffi, che gli aveva stretto varie volte le mano. Il giorno dell’addio e del passaggio delle consegne a Giuliano Amato (un altro di quelli che odiava), aveva addirittura ottenuto di essere fotografato vicino a lui. E da lui aveva ottenuto una foto con dedica che, a Melìa, faceva bella mostra di sé nel salotto di casa.

L’unico milioto che avesse in mostra il ritratto di un presidente del consiglio con scritte di pugno le seguenti parole: «Al compagno Salvatore De Rosa, Massimo D’Alema».

Togliatti ebbe il coraggio di smuovere la nostra comitiva spingendoci ad andare una sera al Teatro Greco di Taormina ad ascoltare Sebastiano Lo Monaco, un noto attore siracusano, che recitava «Sei personaggi in cerca di autore» di Pirandello.

Lo sdisonorato, però, aveva in testa un disegno quasi criminale che ci coinvolgeva tutti. Dopo il teatro, tornati a Melìa, seduti a mangiare a La Pergola, ci sparò in faccia la sua proposta: «Siamo in undici: facciamo una compagnia amatoriale. Io sarò il regista.»

Successe il finimondo, poiché tutti per una ragione o per l’altra opposero mille riserve sul progetto.

Solo io l’appoggiai avendo la soddisfazione che, giorno dopo giorno, le resistenze diminuirono sino a ottenere altri otto sì. Eravamo dieci, quindi, ma ci mancavano le donne.

E qui venne il difficile.

Perciò decidemmo di mettere in scena i sei personaggi utilizzando solo dieci parti maschili: il padre, il figlio, il giovinetto (interpretato da Fulippi Ognibene che era glabro e sembrava proprio un ragazzino a dispetto dei suoi 62 anni), il direttore capo-comico, il primo attore, l’attor giovane, il direttore di scena, il suggeritore, il segretario del capo-comico e il macchinista.

Il regista De Rosa mise a posto – come poteva - il testo e fece scrivere da uno degli amici che lavorava ancora negli uffici comunali e poteva utilizzare computer e stampante, le varie parti in modo che ognuno avesse in mano la sua. Solo quella.

Il risultato non fu un granché, ma ci accontentammo.

Iniziarono le prove. Il locale fu messo a disposizione da Ciccio Colotta, uno di noi, che aveva un garage libero.

Dopo cinque mesi di tentativi, lo scorso marzo, fummo d’accordo nel giudicarci pronti all’impresa. Anche per l’affettuoso parere dell’amico Barbante Giovanni, pensionato, già ispettore della Polizia di Stato, che, quando poteva, assisteva alle prove non risparmiandoci suggerimenti e critiche benevole.

Sui modi di presentarci in pubblico ci furono discussioni e liti. Liti e discussioni.

Alla fine, prevalse l’idea di aspettare l’estate e di recitare all’aperto: una sera nella piazza di Gallodoro sul palco che si allestiva ogni mese di agosto, la seconda nella piazza Cagli di Letojanni e, infine, proprio nella piazza San Nicolò di Melìa. Nel frattempo continuammo a provare ottenendo sicuri miglioramenti. Almeno a detta di Barbante.

Quando venne il momento, Puccio La Farina si occupò dei manifesti.

E fu a questo punto che io sbagliai: mi dimenticai, infatti, di dirgli che volevo scritto un nome d’arte – avevo scelto "Vito Grande" -, in modo da evitare che la gente, leggendo Andrea Camilleri, equivocasse.

Solo di recente ho scoperto che non m’ero dimenticato affatto: era stato l’amico Barbante – sempre lui - a parlare col tipografo ordinandogli di lasciare quell’Andrea Camilleri.

Così, la sera del debutto la piazza di Gallodoro era affollata da un centinaio di persone che, credule o incredule, volevano vedere Andrea Camilleri recitare.

Quando comparvi sulla scena nella parte del "Segretario del capo-comico", che era stata stampata accanto al mio nome sui manifesti, la gente capì l’imbroglio - o vide in atto l’imbroglio che già conosceva - e volle quindi sbertucciarmi tirandomi qualche limone e, i figghi ‘i buttana che s’erano preparati, intere cassette di pomodori maturi.

Anche qui, con le capacità investigative apprese nell’Arma, ho potuto accertare che l’operazione era stata organizzata in tutti i dettagli da quel sdinosorato della Polizia, invidioso, come tutti i suoi colleghi, dei successi dei Carabinieri. Era lui che aveva consegnato i pomodori del suo orto a tre o quattro caporioni, con la raccomandazione, quasi un ordine di tirarmeli e farmeli tirare.

Il fatto permise al quotidiano locale "Chiodaro-Live" di scrivere: «Fischiato e preso a pomodorate Andrea Camilleri».

Comunque, alla fine e nonostante tutto, un successo, replicato a Letojanni e a Melìa.

Che fa fare l’ominimia… però, mi fossi chiamato Gaetano Badalamenti sarebbe stato peggio. Soprattutto per un carabiniere. Come me.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 27 ottobre 2017
Aggiornato il 17 novembre 2017 alle 17:31





Domenico Cacopardo

Nato a Rivoli (Torino) il 25 aprile 1936, da famiglia di Letojanni nel Messinese, vive a Parma. Laureatosi in giurisprudenza nel 1957 nell’Università Federico II° di Napoli, nel 1971 ha assunto al carica di Vicemagistrato per il Po, a Parma. Nel 1977 e il 1978, è stato Vicemagistrato alle acque a Venezia, nel 1979 Provveditore alle opere pubbliche per l’Emilia-Romagna. Nel 1980 diventa Consigliere di Stato. Dal 1974 al 1976 ha insegnato ‘Diritto del territorio’ alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino, dal 1980 al 1987, ha insegnato ‘Diritto pubblico dell’economia’, alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università LUISS e nel 1994, ‘Contratti di appalto’ , a Giurisprudenza sempre alla Luiss. Nelo 1999 è stato Commissario per la liquidazione dei danni per il disastro del Cermis. Nel 2004, all'Università di Sassari, Facoltà di lingue, ha tenuto un 'Laboratorio' sugli scrittori siciliani del secondo '900. È componente a vita del Board dell’Aspen Institute Italia, in quanto ne è stato fondatore.
È autore di articoli e monografie di carattere giuridico in materia di lavori pubblici e in materia di partecipazioni statali. È stato il direttore della rivista tecnico-giuridica ‘Rassegna dei lavori pubblici’.
È inoltre autore dei sagg: “Sul pensiero di Bergson”, Parma 1972, e “È libera la radio-televisione americana?”. E' autore delle opere di narrativa: "Il caso Chillé", Venezia 1999; "L’endiadi del dottor Agrò", Venezia 2001; "Cadenze d’inganno", Venezia 2002; "Giacarandà", Venezia 2002; "La mano del Pomarancio", Milano 2003; "Virginia", Milano 2005; "Carne viva", Milano 2007; "L’accademia di vicolo Baciadonne", Milano 2008; "Agrò e la deliziosa vedova Carpino", Venezia 2010; "Agrò e la scomparsa di Omber", Venezia 2011; "Agrò e il maresciallo La Ronda", Venezia 2012; "Il verso dell’innocenza", Catania, 2013; "Il delitto dell’Immacolata", Venezia, 2014; "Maddalena", Verona 2015; "Semplici questioni d’onore", Venezia 2015; "Amori e altri soprusi", Venezia 2017.
Collabora stabilmente come editorialista con La gazzetta di Parma e Italia Oggi.


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