venerdì 24 maggio 2019

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Momenti di parole

L'isola delle femmine

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Una donna, un cane senza una zampa chiamata Frida in onore della pittrice messicana, una spiaggia piena di rifiuti, un anno che comincia all'insegna di un naugragio instancabile, un senso di nostalgia di un passato che sapeva di gioventù. E poi l'immagine dell'isolotto, la sua rocca, e il pensiero che lì siano custodite le storie segrete delle donne


di Daniela Robberto

Virginia si girò e fischiò al cane; lo vide arrivare, punto lontano che diventava sempre più grande ed irrompeva nel suo campo visivo correndo con quella sua andatura sbilenca; non appena sentiva il segnale della sua padrona, mollava tutto obbedendo festoso al richiamo che significava casa, senso di appartenenza, fiducia e carezze d’amore. Lì, su quella spiaggia l’inverno decretava con la sua stessa presenza il pietoso stato di abbandono della costa e la risacca del mare accumulava nel naufragio instancabile, una sporcizia dove si trovava di tutto.

L’incuria dell’uomo agiva complice di sé stessa partecipando alla discarica non solo dal mare ma anche dalla spiaggia in cui era possibile, nel disinteresse di tutti, abbandonare qualsiasi cosa. In quel campo d’immondizia, cotton fioc sfibrati, lattine di birra accartocciate, fili di ferro, lamiere di auto e cicche di sigarette si mischiavano orride con le cose della natura come conchiglie ed alghe e l’acqua salata, con materna pazienza cercava di allontanarle dal suo ventre liquido, arenandole sulla riva. Era incredibile come il mare potesse assumere così svariati aspetti a volte gioiosi, a volte ispiratori di sentimenti supremi o nostalgici o realtà terribili di morte.

Era al contempo custode di relitti affondati e costretti all’oblio degli abissi, che ogni tanto restituivano al mondo tesori d’arte in una seconda nascita. Monili e statue incrostate da madrepore e coralli, rivedevano la luce dopo essere state mutilate dalla cupidigia dei potenti dell’epoca che li costringevano ad affrontare viaggi perigliosi ed incontri pirateschi per estendere la loro fama in terre lontane. Ed era sempre lo stesso mare che diventava fonte di pesca legando alla storia dei popoli delle coste, una primaria ed essenziale attività di sostentamento in cui il pesce diventava pane e studio e civiltà. Un mare sempre più spesso tomba per gli stremati naufraghi dell’era moderna, per quei disgraziati in fuga dalle loro case e dalle loro cose e che, erano alla ricerca di una terra che desse loro nuova opportunità di vita.

Frida, era questo il nome del cane arrivò con le zampe bagnate con un frammento di legno tra i denti. Nella corsa si divertiva a lasciarlo cadere, per subito riafferrarlo. Era quel legno, un frantume della spessa scorza, staccato dallo scheletro di un albero che sulla rena, giaceva spiaggiato come un grosso cetaceo fatto di corteccia secca, longevo testimone di migliori tempi andati. Nel suo stare con le radici scoperte esposte all’aria quasi protese al cielo, faceva della sua amputazione la recisione di un legame remoto con una terra lontana che lo aveva nutrito e reso a lungo rigoglioso. La sua imponenza era la testimonianza dello smisurato amor proprio che aveva fatto arricchire di fronde verdi e lussureggianti il suo tronco, che aveva visto nella sua giovinezza il principio d’ eternità, quasi nella convinzione che la sua possenza ed il suo vigore lo potessero collocare fuori dal tempo mortale. “Frida Frida vieni qua, non bagnarti!” ammoniva Virginia. Frida non temeva lo spaventevole boccheggiare di quella massa d’acqua scura come l’inferno che sembrava ad ogni ansimo volerla afferrare; anzi, abbandonato il pezzo di corteccia vi si avventava contro quasi volesse, abbaiando arrestare quelle onde bianche e fredde che si infrangevano larghe e spumeggianti sulla battigia.

L’aveva chiamata Frida in onore a Frida Kalo, la pittrice messicana. Come lei, a fronte di una sorte quasi tracciata che la costringeva ad un’esistenza intessuta di dolore, non riusciva a sottrarsi alla desiderio di conoscere ogni cosa e con l’entusiasmo della curiosità addolciva l’asprezza della vita. Frida era un cane tripode che era stato abbandonata cucciola in attesa della morte. Virginia, impietosita si era sostituita al suo destino e l’aveva recuperata ed allevata facendole trovare un affetto stabile ed insegnandole un equilibrio fisico a tre zampe. Da quando abitavano fuori città uscivano prestissimo per la passeggiata che un’ostinata insonnia andava sempre anticipando. Virginia spesso scendeva così come si trovava senza neanche lavarsi e ravviandosi i capelli con le mani; portava invece sempre la macchina fotografica al collo per fermare fotogrammi di un paesaggio che le si confaceva. Era quello solitario della momentanea assenza di traffico di macchine e di folla umana, dove poteva osservare il mondo dei randagi quando ancora tutto è silenzio e loro si sentivano i padroni delle strade; dove aveva più volte catturato sul lungomare gli sguardi degli uccelli in volo che la fissavano meravigliati e stupiti essi stessi dalla sequela di scatti improvvisi che li coglieva di sorpresa come antiche dive del cinema.

Anche quella fredda mattina la loro strana coppia, di una donna e cane zoppo era uscita prestissimo abbandonando il caldo tepore delle coperte. Era quella però una mattinata particolare perché era un capodanno e non c’era veramente nessuno in giro, neanche i randagi. Forse anche loro, come tutti gli altri riposavano ancora e, nel sonno speravano di dimenticare l’anno trascorso e, in sogni premonitori, anticipare le improbabili meraviglie di quello a venire. Camminavano nel silenzio e nel buio guidate dalla perfetta conoscenza dei luoghi. Avevano attraversato quello che rimaneva di uno stabilimento balneare, nato con la pretesa di portare i fasti ed i guadagni della costa romagnola ma che subito palesò uno modesto successo imprenditoriale. L’utenza locale infatti era affluente ma poco danarosa ed anche nelle calde giornate d’agosto provvedeva da sé a portare pane, companatico e bevande limitandosi solo al pagamento del biglietto d’ingresso giornaliero alla struttura, già invero abbastanza contenuto. Allora la società balneare impose il divieto di portare roba da mangiare e questo determinò una conseguente morigeratezza nei bagnanti che si riservavano di mangiare e bere bene dopo a casa, ma anche un troppo misurato incremento nella vendita di cibo e bevande.

Virginia si sedette per un attimo su una delle panchine in ferro scorticato che interpuntavano numerose il piccolo belvedere dello stabilimento nella pretesa presuntuosa di fare di quella passeggiata a mare, un punto di contemplazione. Vuote ed arrugginite, invece, ospitavano le borse e le palature dei pescatori ed i secchi di plastica dove sfortunati pesci si contendevano, dibattendosi in quattro dita d’acqua, l’ultimo ossigeno a loro disposizione. Riandava con il pensiero ai giorni migliori delle passate stagioni estive. Rivedeva il pattino rosso su cui un abbronzato giovane promosso dai titolari del bagno pubblico a guardaspiaggia e bagnino di salvataggio sorvegliava più che la balneazione, i capannelli delle ragazzine vanitose e ciarliere che gli ronzavano attorno. Gli altri pattini verniciati in bianco con le righe blu venivano affittati per mezz’ora o un’ora intera e, una volta in acqua venivano presi d’assalto dagli nugoli di monelli che in gruppo si abbarbicavano a quello scafo per fortuna inaffondabile, per partecipare a quella gita a sbafo o al limite fare qualche tuffo nell’acqua più alta. Un altoparlante diffondeva rauco il tormentone di turno e giovani mamme imponevano a piccolissimi ed ululanti infanti di riposare tra gli schiamazzi insopprimibili ed il chiarore abbacinante di una giornata di sole a picco, sotto l’ombra caldissima di un ombrellone che pubblicizzava stampata sulla tela una sbiadita marca di birra.

Si alzò di colpo accelerando il passo perché Frida era andata avanti e si spaventava che potesse incappare in una palatura di ami lasciata incautamente da qualche pescatore sulla rena. Era già infatti successo di toglierle dalla bocca un esca abbandonata fatta di più ami arrugginiti che per fortuna non le si erano ancora conficcati nella mucosa della bocca. Cominciava ad albeggiare ed era una giornata plumbea e forse avrebbe piovuto. Si stupiva sempre del modo impercettibile con cui la luce sostituiva il buio decretando l’incessante procedere del giorno. Era la certezza che passato, presente o futuro si muovessero subdoli quasi a dissimulare la loro presenza. In realtà il tempo misurava sempre l’ esistenza di ognuno e lo faceva con lentezza inesorabile segnandolo su tutti una ruga in più, una tristezza in più, un disincanto in più. Si era alzato un po' di vento e passando attraverso gli scogli immobili, tra le fenditure della roccia, diventava sibilo di serpenti ed minuscoli granelli di sabbia che riempivano il naso e la bocca congelati dal freddo sembravano gli spruzzi del loro veleno incantatore.

Aveva cominciato piovigginare e Virginia e Frida accelerarono il passo: sulla sabbia bagnata le orme della donna e del suo strano cane, si confondevano con le impronte delle zampe palmate dei gabbiani e dei piccoli insetti instancabilmente operosi in traiettorie che l’onda spumeggiante alla fine cancellava. Erano adesso faccia a faccia con una natura arrabbiata. Cielo e, mare improvvisamente accigliandosi si confrontavano e si mischiavano l’uno con l’altro fondendosi nei colori e nei lampi accecanti che fessuravano aria ed acqua senza più sapere a quale di ambedue ascrivere i limiti. Sullo sfondo del mare, interposto all’orizzonte, velato dal vapore salino della tempesta, un piccolo isolotto con una torre diroccata. Sembrava raccontare la sua storia avvolta in un segreto, possedere la caratteristica dell’ignoto che spinge la mente all’esercizio della ricerca di qualcosa di irraggiungibile dove la razionalità declina al mistero, dove una improbabile verità passa di bocca in bocca rendendo felice chi la riferisce e chi l’ascolta. Ma in ogni versione del racconto, integrato, ridotto, falsato nei contenuti e nella forma, l’isola associava il suo nome al fascino muliebre e sia che fosse un avamposto di femmine date in carnale premio ai vincitori o fanciulle insudiciate di gravi colpe e lì confinate o l’eremo di una donna bellissima segregata dalla gelosia di un potente, l’isola era delle femmine e di ognuna di loro, nel bene e nel male ancora oggi si possono ascoltare, portate dalla tempesta, le loro storie sussurrate, cantate o gridate con forza.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 maggio 2019




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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