venerdì 24 maggio 2019

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L'Inda senza confini di Antonio Calbi: «Farò di Siracusa il palcoscenico del Mediterraneo»

Teatro

La sfida del sovrintendente dell'Istituto nazionale del dramma antico è iniettare energie nuove per rafforzare l'identità della principale realtà culturale della città siciliana: «Immagino un’Inda pluridisciplinare con al centro la tradizione, aperta alle collaborazioni dal mondo. Siracusa sarà un punto di riferimento internazionale del teatro antico al tempo del presente»


di Daniela Sessa

Si chiacchiera con Antonio Calbi, sovrintendente dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, e si pensa al Sisifo felice di Albert Camus, il fatale faticatore, il visionario convinto che «Anche il creare è un dar forma al proprio destino». Visionario è pure Antonio Calbi, manager illuminato che nella sua intensa carriera ha saputo coniugare finanza e arte, in un sodalizio sontuoso che ha portato nella scena culturale italiana progetti innovativi sia sotto l’aspetto strettamente artistico (la commistione di danza, teatro e musica è una caratteristica di scelte fortunate come Teatri 90 Festival - «La scena ardita dei nuovi gruppi») sia sotto quello organizzativo con un filo conduttore rappresentato dalle relazioni tra fondazioni private ed enti pubblici, rilancio di enti teatrali, capacità di gestione finanziaria inappuntabile.

«Specializzato nel fare tanto con poco», Antonio Calbi vanta una carriera più che trentennale, gestita con un attento equilibrio tra realismo e utopia. Rilanciare i teatri puntando sulla magnificenza e lo sperimentalismo delle idee e delle risorse artistiche e sull’oculata disarticolazione dei budget: ecco l’idea di fondo che regge la visione di Antonio Calbi. Da qualche mese a Siracusa a dirigere il prestigioso Inda, Calbi ha chiarissimo il suo obiettivo: fare della città il centro di irradiazione e di concentrazione di fenomeni culturali del Mediterraneo. Che è come ridare a Siracusa un ruolo antichissimo compreso quello di terra dell’accoglienza, stavolta di fermenti culturali internazionali. Siracusa mediterranea, Siracusa capitale della teatrocrazia, Siracusa una nuova sfida. Sfida è una parola che Antonio Calbi porta incisa nel suo sguardo, apparentemente sfuggente, nelle sue parole, sempre precise sul tentativo di imprimere all’Inda il suo marchio. Dopo la fase del commissariamento occorre una fase di progettazione che ridefinisca il ruolo dell’Inda a livello locale e nazionale – internazionale, direbbe Calbi - e ne modifichi forse la mission in una città che ruota intorno al teatro, greco e comunale. Abbiamo parlato con Antonio Calbi di Inda e di Siracusa, a pochi giorni dal debutto della 55ma Stagione del Teatro Greco, del profilo e del destino di una tra le più importanti manifestazioni culturali d’Italia.

Antonio Calbi, sovrintendente dell'Inda

Da ciclo a festival a stagione. Perché si è pensato di chiamare stagione le manifestazioni di quest’anno?
«E’ una buona mediazione tra festival e ciclo. Presuppone l’idea di allungare nel corso dell’intero anno gli eventi legati alle rappresentazioni al Teatro Greco. Infatti, abbiamo cominciato a dicembre con “L’abisso” di Davide Enia, spettacolo promosso dall’Inda e rappresentato al Teatro Comunale di Siracusa».

L’Inda è siracusano o nazionale?
«Nelle intenzioni dei fondatori c’era una visione molto alta. Immagino una Siracusa degli anni ‘20 bellissima: erano anni di fermento, che mi ricordano l’idea di far rinascere gli spettacoli classici, in particolare la commedia dell’arte, che Strehler ebbe a Milano mettendo in scena “Arlecchino servitore di due padroni”. I fondatori hanno pensato l’Inda territoriale ma non poteva essere se non nazionale e internazionale. Oggi non si può pensare se non in termini europei e mediterranei e mondiali. Non nego che l’Inda sia territoriale; ma anche in questo bisogna fare ancora tanto. Lavorando per visioni e per ambizioni, ho immaginato un’Inda leggermente diversa, pluridisciplinare con al centro la tradizione: non chiusa ma plurale ovvero con molteplici punti di vista sia accademici sia artistici. Si deve evitare di cadere nel cliché: non c’è un solo modo di fare la tragedia classica, e le tragedie greche e latine non sono patrimonio nostro ma dell’umanità. L’Inda dovrebbe produrre, co-produrre e ospitare. C’è una “Medea” fatta dai coreani in modo tecnologico: perché non accoglierla? E’ una questione di innovazione e di rilancio di una tradizione, altrimenti si rischia di rimanere fermi e diventare museo, condizione che il teatro aborre».

La sua idea di Inda?
«Credo che L’Istituto nazionale del dramma antico abbia ancora delle potenzialità da sviluppare e questa non è una critica ai miei predecessori. Voglio chiarire qual è il mio modo di lavorare: arrivo in un posto che trovo un po’ affannato e lo rilancio, basandomi sull’identità che si porta dietro e in parte iniettando energie nuove. Dunque, perché non co-produrre con teatri internazionali? Perché non pensare a una compagnia stabile per ogni anno? Perché la commedia messa lì come fanalino di coda? L'Inda rappresenta un contributo significativo al prodotto interno lordo della città. Si potrebbe sperimentare una compagnia unica che a febbraio provi uno spettacolo, a marzo un altro e aprile un altro e che l’attrice protagonista del primo rivesta altri ruoli secondari negli altri, esattamente come si fa nella grande tradizione europea: tedesca, francese e inglese. Una compagnia che sta qui da febbraio a metà luglio vuol dire anche risparmiare. Penserei a un unico scenografo che trovi gli accorgimenti più facili da gestire per cambiare ogni sera la scena. Vedrei l’azione comune con i teatri nazionali per dar vita a una circuitazione delle nostre produzioni in tutti i teatri del bacino del Mediterraneo: Tunisia, Libia, Egitto, Turchia, ex Yugoslavia, Grecia, Francia e il teatro di Orange, ma pure Arles e Barcellona. Si potrebbero cooptare registi emergenti, non solo maestri. Sarebbe bello avere ogni anno un maestro (Peter Brook ma anche Mario Martone, Luca Guadagnino, Giuseppe Tornatore) e un giovane emergente, anche sconosciuto. Un’altra cosa importante sarebbe entrare in un network dei teatri d’Europa. Il più pregiato è l’Ute (Union Theatres Europe, ndr) inventato da Jack Lang e Giorgio Strehler. Perché l’Inda non può entrare a far parte dell’Ute? Questo manterrebbe vivi e facili i contatti con una ventina di teatri europei. Anche se alcuni teatri importanti ne sono usciti, fa parte ancora dell’Ute il Piccolo Teatro di Milano. L’Ute si è aperta ai teatri del Mediterraneo, per esempio a un teatro di Tel Aviv. Bisognerebbe avere una visione più allargata a medio e lungo termine, il che purtroppo mi sembra un esercizio che qui non si fa a sufficienza. Io posso solo annotare dei pensieri e indicare delle prospettive. Magari io potrò solo far partire queste cose».

Prove dell'allestimento di Elena di Euripide con la regia di Davide Livermore

Non pensa di restare a lungo all’Inda?
«Il mio mandato è di quattro anni e lo onorerò fin quando le condizioni lo permetteranno: sono abituato a fare, non a occupare poltrone. Ho la sensazione che l’Inda non sia pienamente consapevole della sua forza e della sua potenza. Non a caso è stata troppe volte commissariata. Questa sua instabilità può far comodo.

A chi farebbe comodo?
«Alle persone che non vogliono farla crescere, che vogliono mantenerla creatura territoriale, a coloro che si accontentano di poco. Non dimentichiamo che Siracusa è una città palcoscenico. Bisognerebbe sviluppare la programmazione inglobando sia Ortigia che la città nuova. Ho percepito che non tutti i siracusani hanno messo piede al teatro greco. Se qualche spettacolo sembra inopportuno al teatro greco, potrebbe stare in un cortile, al castello Maniace, al teatro comunale».

Lei è stato nominato sovrintendente a settembre scorso e si è insediato a novembre, dopo l’esperienza eccellente al Teatro di Roma: in cinque stagioni quintuplicate le attività, quadruplicato il pubblico, stagioni articolate a progetti, introduzione della libertina card, due ritratti teatrali (uno della capitale e uno della Nazione, vere maratone della durata di dodici ore), più di quaranta premi raccolti. Dal capitolino Teatro India all’Inda è stata solo una caduta di vocale?
«Qualcosa in più. Sicuramente di diverso: procedo per sfide e questa di Siracusa ne rappresenta un’altra, diversa oltre che nuova.

Prove dell'allestimento de Le troiane di Euripide, regia di Muriel Mayette-Holtz

Perché è stato scelto Calbi per dirigere l’Inda?
«Non lo so. Si sa che il consiglio d'amministrazione ha inviato al ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli una terna composta, oltre che dal sottoscritto, da una personalità artistica siciliana e da un direttore di un altro teatro nazionale. Il ministro ha scelto me. Scegliere un profilo come il mio dovrebbe significare usarlo al massimo delle sue possibilità, altrimenti è un’occasione sprecata. E denoterebbe quella mancanza di visione e di cambiamento che finora non ha giovato all’Italia, non solo alla Sicilia».

Quando ricopriva a Milano la carica di direttore del Settore spettacolo, ai tempi del sindaco Letizia Moratti, ha rinnovato e sottoscritto le convenzioni che regolano i rapporti fra fondazioni e Comune di Milano, in particolare quelle con il Teatro alla Scala e il Piccolo Teatro, per la concessione di edifici e sedi e l’erogazione di contributi a sostegno della gestione degli stessi spazi e delle attività. Crede che sia questo che Siracusa e il teatro comunale si aspettino da lei? Mi riferisco al formale invito che l’assessore comunale alla cultura Fabio Granata intende in tal senso presentare all’Inda, forse proprio a partire dalla presenza di Antonio Calbi a Siracusa.
«Quello che pensa l’assessore Granata è una soluzione naturale, è nelle cose. In una città, che ha avuto un teatro chiuso per sessant’anni, non pensare a un’unione o a una collaborazione sarebbe un po’ strano. E’ una proposta interessante: vedremo se troverà consensi nel cda. Mi sono chiesto, peraltro, perché l’Inda non abbia ancora una sede unica e perché un ministro o un sindaco non abbiano avuto l’idea di lanciare un progetto, magari con un concorso europeo di riconversione di uno dei tanti palazzi di Ortigia o di un qualsiasi sito dismesso per farne una cittadella dell’Inda, dove mettere gli uffici, il laboratorio di sartoria e di scenotecnica, le sale prove, la sede dell’accademia. Una sede che dia l’idea di una fabbrica dell’immaginario quale è il teatro, immaginario potentissimo perché forma i cittadini e li fa emozionare e ragionare allo stesso tempo. Il teatro è un rito laico, insegna la democrazia: non a caso è esploso nel V sec. E non a caso troviamo a Siracusa un teatro così bello. Avere un’unica sede vuol dire dare il segno di una riflessione e di una consapevolezza di quello che l’Istituto del dramma antico rappresenta per la città. In qualche modo Siracusa senza l’Inda sarebbe un’altra cosa. Chiederei un’attenzione diversa per un progetto di sviluppo dell’Istituto con il concorso dello Stato, della città che può farlo con i servizi a fronte di un bilancio inadeguato, con fondi e aiuto dei privati. Potrebbe esserci un mecenate, non dico Pinault come per Notre Dame, ma qualche fondazione mediterranea o italiana che potrebbe investire in questo futuro. Ricordo, inoltre, che va raccontato un secolo di storia attraverso l’istituzione del tanto atteso museo dell’Inda, magari in chiave non solo multimediale (dove vedere immagini e ascoltare le voci degli interpreti e le colonne sonore), come d’uso oggi, ma anche esponendo costumi, oggetti di scena, bozzetti, manifesti, spartiti: tutto ciò che di artistico ogni spettacolo e ogni stagione lasciano in eredità. Rappresenterebbe un viaggio lungo le diverse arti che qui si sono combinate, a volte, in matrimoni bellissimi.

Francesco Italia, sindaco di Siracusa, e Antonio Calbi

Potrebbe essere il Teatro Comunale la sede unica?
«Certo. È appena iniziato il confronto in sede di Consiglio d’amministrazione».

Resistenze possono venire dallo Statuto dell’Istituto?
«Lo Statuto prescrive la programmazione dei teatri di pietra antichi, ma abitare gli spazi del teatro comunale non contraddice questa missione. E dipende dalla composizione dei Cda e dall’autonomia del sovrintendente che nel caso dell’Inda non è completa. Credo che la persona debba stare al servizio dell’istituzione e pensare al bene dell’istituzione. Sarebbe un peccato che le potenzialità restassero nel limbo».

La commedia “Le rane” con Ficarra e Picone ha fatto il passaggio dal teatro in pietra ai teatri al chiuso e persino alla televisione. Quindi, nel periodo del commissariamento con la direzione artistica di Roberto Andò la programmazione stava andando nel verso giusto?
«Sarà difficile superare i numeri di Ficarra e Picone. Quella è stata un’idea interessante fatta per accogliere un pubblico diverso e che ha scoperto Ficarra e Picone teatrali. Credo nello sviluppo: la cultura è un processo in divenire, quindi bisogna fare i conti anche con quello che succede nella realtà. Il teatro è l’arte sociale per eccellenza, ma certe volte nel legame con la contemporaneità sembra che la tv e il cinema ci superino. Avere il compito di ricordare la grandezza dei greci e dei latini non vuol dire essere esonerati dal fare i conti con la realtà. Non farlo significa contraddire quello che ci dicono Eschilo, Euripide, Sofocle e Aristofane e Plauto, Seneca e tutti gli altri. L’Inda è un’istituzione che meriterebbe questo sviluppo. Ho immaginato che nascesse un Inda Off per vie naturali, che Siracusa diventasse, nel volgere di qualche anno, un punto di riferimento internazionale del teatro antico al tempo del presente, sia per le istituzioni teatrali e culturali di mezzo mondo sia per l’artista indipendente, che come accade ad Avignone o a Edimburgo venga a Siracusa da maggio a luglio a dimostrare il suo piccolo adattamento di un grande spettacolo del passato. Ho immaginato Siracusa come un palcoscenico a cielo aperto tra cortili, chiese, strade, piazze, il castello Maniace, la piazza Santa Lucia e i quartieri più periferici e degradati che hanno il diritto di essere coinvolti».

Ha il timore che il pubblico rifiuti tanta innovazione?
«Non è indifferente che a Siracusa ci sia un teatro che è stato chiuso per lungo tempo e che l’unica educazione teatrale sia avvenuta attraverso l’Inda. Ma si deve comprendere che l’arte che non tenda a essere innovativa e comunicativa è arte morta».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 26 aprile 2019
Aggiornato il 04 maggio 2019 alle 00:11



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