giovedì 23 novembre 2017

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Momenti di parole

L'estate di chi va e di chi resta

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I forestieri ritornavano nella propria terra, che li accoglieva sempre con genuino ed immutato affetto, senza risparmirgli una copiosità di critiche. Solo nell’imminenza della partenza avvertivano il sottile dolore del dover andar via, quello che attanaglia lo stomaco quando ancora si è dove si sta bene, e dove ci sarebbero tutti motivi per restare


di Daniela Robberto

Il paese nei mesi di luglio ed agosto triplicava le sue presenze, facendo dimenticare la desolata solitudine dell’inverno quando i pochi abitanti stavano chiusi in casa e le mareggiate invadevano e allagavano paurosamente la spiaggia estesa a perdita d’occhio. Le onde aggredivano con la loro furia la passeggiata a mare e, sommando il vento freddo alla pioggia sferzante, rendevano inospitali quei luoghi la cui naturale bellezza, se fosse stata costante, avrebbe insidiato l’occhio e la mente ai pericoli dell’abitudine. Poco era mutato da quando Goethe, sconvolto dalla pericolosità del viaggio fatto a cavallo da Taormina a Messina lungo una strada tortuosa che si snodava tra le pareti argillose da un lato, e il mare burrascoso dall’altro, descriveva un tragitto fatto di dirupi e da una miriadi di torrenti che rendeva il paesaggio aspro, terribilmente ingannevole, ma al contempo stupefacente ed irripetibile. Gli enormi rilievi spigolosi imponevano paurosi sulla strada minacciando con le profonde fessure delle acque che si infiltravano, di fare franare l’intero costone. Gli uccelli, i soli ad avere la possibilità di fare a meno di un appiglio costante, guadagnavano sicuri la quota e potevano arrivare in alto nel cielo forando la dura barriera del vento e trovando riparo in anfratti irraggiungibili.

Lipari, incisione dell'arciduca d'Austria del 1880

Nella bella stagione i vecchi del paese seduti su scomode sedie stavano immobili e silenziosi davanti l’uscio delle loro case godendo il fresco alitare del mattino, la sola tregua profumata di gelsomino, prima che l’abbagliante calura rendesse fiacca qualsiasi volontà al fare se non solo al riposo. Con la coppola in testa, la barba incolta e gli stecchini tra i denti guasti, osservavano le comitive festose dei villeggianti che sciamavano lungo le strade acciottolate, richiamandosi a gran voce. Incuranti del tocco di campane della chiesa che li avrebbe voluti attorno ad un’altra mensa, prendevano d’assalto, svestiti nei colori dell’estate, le postazioni di tavolini ed ombrelloni situati sui marciapiedi per godere della granita e della brioche con il cappuccio, regina incontrastata della colazione del mattino. Alcuni preferivano il vecchio bar storico dove per entrare si doveva accedere come a un luogo consacrato, salendo gli scalini in granito consumati dall’usura. Il grande locale spoglio, immutato negli anni, aveva fermato le lancette del tempo alla prima metà del '900 e i tavolini in ferro battuto con le tovagliette di plastica arancione, erano l’unica nota di colore. Il lungo bancone pulito e lucido finiva con la macchina dove la crema fresca montava girando nel suo giogo e silenziosamente incorporava l’aria del paese, ingrediente segreto che conferiva alla soffice consistenza il profumo che nessun’altra panna al mondo possedeva.

I forestieri, come venivano chiamati indistintamente tutti coloro che venivano da fuori, sia da vicino che da lontanissimo, saturavano tutte le possibili opportunità di dimora occupando le vecchie abitazioni dei nonni, le stanze dell’unico albergo ristrutturato vicino le terme, o le piccole case dei pescatori di un tempo, prese in transitorio affitto. Era sostanzialmente un turismo di ritorno. Chi aveva avuto coraggio era andato via da una terra amata ma senza lavoro, con il rancore, la rabbia e le attese che nei lontani anni 50 animavano gli emigranti d’intelletto o di braccia; lasciavano tutto con sgomento e spirito d’avventura per andare nell’Italia che lavora, e diventare né carne né pesce, nella consapevolezza di non appartenere più totalmente a quelli o a questi, in una emigrazione forzata, frutto secolare d’infelici scelte storiche. Lì l’emigrante aveva resistito alla finta patria che sovente si rivelava ostile, che riservava pregiudizi fortemente radicati e, pur avendo posto tra le proprie origini e la nuova condizione, migliaia di chilometri e tanta acqua di mare, serbava nel cuore un profondo legame verso laterra natia, che illanguidiva nella sottile nostalgia e serrava il cuore quando una lacrima faceva confondere la sponda opposta del lungo lago con la vicina costa illuminata della Calabria.

Reggio Calabria vista dal quartiere di Gallina - ph Filippo Campolo

Ritornavano i forestieri nella propria terra che li accoglieva sempre con genuino ed immutato affetto, cercando di ricreare tutti quegli elementi che fanno dei rapporti l’intensità familiare, ma che solo la quotidianità può esentare dall’essere finzione, teatro in cui si scambia il vero con il falso in una cortese rappresentazione di ruoli. Tornavano appesantiti nell’età e nelle esperienze con a seguito figli e nipoti. Le nuove generazioni sentivano verso il paese d’origine una sorta di attaccamento, ma la vitale trasfusione del nord ne aveva diluito il tropismo nella precisa volontà di radicarsi in quei luoghi, e avevano difficoltà a comprendere una realtà che faceva della malinconica accettazione delle cose, il chiaroscuro dei sentimenti, l’incomprensibile rassegnazione che spinge verso un inesorabile stato di abbandono, così come i terreni incolti si arrendono alla perenne mancanza d’acqua e lasciano che ogni solco, in una terra potenzialmente fertile, la riduca a crosta arida. Chiaramente ai parenti ritrovati, dopo gli abbracci rituali, non veniva risparmiata una copiosità di critiche che investivano tutte le cose che saltavano agli occhi per carenza, per inefficienza, come i trasporti, la sporcizia delle strade, l’assenza di qualsiasi fremito imprenditoriale, la dieta smodata ed incontrollata.

Stupiva e veniva soprattutto rimproverata la passività nell’accogliere con la mitezza di un sorriso quegli stessi giudizi, nel distacco apparente che rende tollerabile il subire oltraggi ed ingiustizie. Ma non sapevano che quella disposizione dell’animo nasceva da lontano: trovava origine in una culla geografica da millenni espugnabile ed espugnata e la promiscuità, felice o infelice che fosse stata, aveva consentito il crossing-over di culture, di sentimenti la cui fusione, il cui aggrovigliarsi, superando il limite reciproco, diveniva ricchezza, privilegio acquisito perché tradotto in rinnovato ingegno, punta di diamante delle molteplici attività di arte e di pensiero. La vacanza srotolava il gomitolo del tempo regalando ad ognuno la personale misura dei giorni facendoli sembrare ora troppo lunghi ora troppo corti; nel primo caso inventava l’attesa, nel secondo la nostalgia, ma in entrambi i casi la reciprocità della conoscenza aveva spianato le riserve e aperto la strada alla comprensione.

Alla fine erano proprio i forestieri a cambiare: avevano imparato a cogliere l’arguzia intellettuale del luogo, espressa non sempre a parole le quali sembravano non prendere mai nulla sul serio, e tutto il resto veniva comunicato con gli occhi, con la faccia, con le mani e ciò incantava, innamorava. Nell’imminenza della partenza il sottile dolore del dover andar via dava corpo ad una tristezza anticipata; quella che attanaglia lo stomaco quando ancora si è dove si sta bene, e dove ci sarebbero tutti motivi per restare. Contagiati da quelle stesse cose che poco tempo prima erano motivo di dileggio, perché interpretate come desolante e pigra svogliatezza, avrebbero serbato per qualche tempo nella loro mente il ricordo di una terra magica e di individui speciali, e avrebbero rivissuto nei loro luoghi lontani, la sensazione di stare immersi a chiacchierare in acque paradisiache, il gusto di una granita di caffè e panna, l’incanto nel contemplare, stesi sulla spiaggia umida nella notte, l’immenso cielo stellato mentre al largo le luci tremolanti delle lampare illuminavano d’azzurro le acque buie della notte, e lo spegnersi di ogni affanno nell’appesantito torpore di un dopopranzo in una penombra ventilata creata da persiane in legno socchiuse ai fulmini accecanti del sole.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 ottobre 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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