martedì 23 luglio 2019

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Plausi e botte

L'anticristiana Italietta che nomina il populismo invano

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Salvini insulta la Murgia definendola "radical chic", la sinistra replica definendo la destra razzista "pupulista". Un privilegiato come il ministro non può definire "chic" la scrittrice ex lavoratrice nei call center. Il populismo fu un coraggioso movimento russo dell'800, populisti furono Pasolini e don Milani. Destra e sinistra sanno solo riempirsi di parole vuote senza siginificato


di Antonio Di Grado

S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo…

No, non sono più nobili e fieri squilli di tromba, come nella battaglia di Maclodio, a levarsi oggi dagli opposti schieramenti, a destra e a sinistra. Solo insulti e contumelie, e parole vuote: “radical chic!”, grida la destra alla sinistra; “populista!”, grida la sinistra alla destra; e non sanno dire altro.

Ebbene: radicale, e cioè conseguente e coraggiosa, estrema e lottatrice, nonché sensibile ai diritti umani in linea con la grande tradizione radicale, la sinistra non può non essere, pena il suo suicidio, cui purtroppo stiamo assistendo. E quanto sia “chic”, salottiera e mondana, lo ha dimostrato Michela Murgia contrapponendo il suo curriculum di penoso servizio ai ristoranti e ai call center a quello da privilegiato, da agiato parassita d’una politica superpagata, di Matteo Salvini.

Michela Murgia

Altrettanto stupido l’epiteto opposto da questa pigra, e purtroppo non più “radicale”, sinistra: “populista”.

Il populismo fu, nella Russia dell’Ottocento, un nobilissimo e coraggioso movimento eversivo, di uomini che non sognavano l’emancipazione del popolo nella confortevole penombra delle loro abitazioni, ma al popolo andavano, ne condividevano la vita e gli stenti, si facevano “popolo” per lottare con esso e non per mettersene a capo. Una magnifica ondata di giovani intellettuali, borghesi e perfino aristocratici, rinunziando ai loro privilegi così come Francesco d’Assisi si spogliò delle sue vesti, si riversarono nelle campagne, istituirono scuole, si misero al servizio dei “dannati della terra”: come fanno oggi nei quartieri disagiati i ragazzi dei centri sociali, loro sì ancora “sinistra”, non i partiti della sinistra tradizionale e istituzionale, che chiamano “populisti” gli avversari della destra dopo avergli ceduto la rappresentanza del “popolo”, e aver perso il radicamento (che fu un tempo il loro privilegio e la loro ragion d’essere) nei bisogni elementari e nella sete di giustizia del “mondo offeso”.

Arresto di un populista, opera di Il'ja Efimovič Repin

Bellissima parola, dunque, “populismo”. Da non nominare invano. E invece in principio fu Alberto Asor Rosa. Pubblicò nel 1965 il fortunatissimo “Scrittori e popolo” in cui, all'insegna del “populismo”, faceva di tutta l'erba un fascio e metteva alla sbarra quasi tutta la letteratura italiana contemporanea, accusata di romantico e imbelle paternalismo nei confronti del "popolo" (e dunque, s'intende, di scarsa ortodossia marxista). Quel libro fece molto danno, soprattutto nella sua diffusione capillare: ricordo a Catania un arrogante giovanotto gauchiste (oggi attempato e destrorso) insultare il “populista” Pasolini, inerme e dolente come una vittima sacrificale.

Populista, certo, Pasolini: ma nell’accezione religiosa di tormentato peccatore e disperato cercatore di porti franchi e periferie del mondo in cui sopravvivesse un incorrotto candore, un’allegra vitalità: isole felici perché ancora incontaminate dalla “civiltà” sopraffattrice e discriminante. E don Lorenzo Milani? Un grande uomo di fede, certo; antidogmatico ed eretico come un’autentica fede, insoddisfatta e dubbiosa, piena d’amore e di rabbia, esige. Ma questo è ben noto; e vorrei aggiungere altro.

Pier paolo Pasolini e i ragazzi di vita della periferia romana Anni 50

Don Milani era, anche, un grande populista. Sulla scia della grande tradizione pauperista dell’Evangelo, degli anacoreti e degli ordini mendicanti, ma anche del ribellismo utopistico ottocentesco, di Tolstoj, del Mahatma Gandhi, di Albert Schweitzer, di Simone Weil, di Danilo Dolci e, in anni più recenti, di preti di frontiera come padre Puglisi o don Gallo.

Perché populismo non significa demagogia strumentale alla Grillo o alla Salvini, ma “andare verso il popolo” e condividerne sogni e bisogni, risentimenti e paure; significa guardare il mondo “dalla parte del popolo”, delle sue ferite eternamente immedicate, delle sue elementari urgenze, della sua iniqua postazione di partenza nella disperata lotta per l’esistenza.
E parlare - perché no? - dalla e alla “pancia”, quest’organo vitale vilipeso da giornalisti e politici algidi e cerebrali. Quando Gesù soffre o si emoziona mica si dice, nei Vangeli, che gli si illanguidì l’anima o sconvolse la mente: è sempre, invece, nelle “viscere” che il Suo sentire e il patire si annidano e ne sgorgano.

Ma non solo da Cristo e dal suo Evangelo è remotissima la nostra anticristiana Italietta, che sventola crocifissi e rosari ma si dichiara ostile all’accoglienza e diffida perfino del suo Papa cattolico e delle sue parole di misericordia; lo è anche dai valori e dalle memorie fondanti della sua laica democrazia. Sfido chiunque a trovare un nesso fra questa destra odierna di faccendieri e razzisti con la destra di Cavour o di Croce o di Einaudi, e tra questa sinistra di altri faccendieri, o di ex anime belle arrese senza condizioni alle logiche del capitalismo finanziario, con Mazzini o Matteotti, con Gramsci o i fratelli Rosselli, con Parri o Ingrao o Berlinguer…

© Riproduzione riservata
Pubblicato il 26 aprile 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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