lunedì 19 febbraio 2018

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Momenti di parole

L'amore nella grasta

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La giovane piangeva sulle amate piante di basilico, che non innaffiava più, che voleva fare appassire e fare morire come voleva morire lei. Invece le piante sembravano alimentarsi bene con il sale delle sue lacrime e diventavano ogni giorno più rigogliose e piene di fiori nonostante principiasse l’inverno. Un fatto anomalo che scosse tutto il quartiere e di cui giunse notizia persino all'emiro, che era un esperto botanico...


di Daniela Robberto

La fanciulla come uno splendido germoglio spargeva d’intorno il profumo dei suoi sedici anni. Non aveva ancora precisa consapevolezza di sé, ma una vanità appena accennata le faceva intuire il proprio fascino nello sguardo livido delle coetanee e dalle lunghe occhiate che gli uomini le incollavano di sopra, scrutandola e immaginandone le sinuosità contenute sotto gli ingombranti panni. Tirando su il paniere dove gli ambulanti mettevano la loro mercanzia contrattata e venduta, dalla piccola terrazza della casa alla kalsa sporgeva la testa graziosa tra i grandi vasi del basilico che amava curare giornalmente e gareggiava, nel biancore dei denti, con i fiori del gelsomino.

Palermo nel XVII secolo

I gesti, le movenze, l’accenno di un sorriso avevano il potere seduttivo di scavare nella memoria di quei venditori, tracce indelebili che li avrebbe resi allibiti nello scoprirsi a ripensare a lei, e a fare di quel pensiero e di quella loggetta, una tappa irrinunciabile del loro commercio. Erano i tempi ed i luoghi in cui le donne sicule vivevano come recluse, in cui il solo spazio d’azione loro concesso era quello delle mura di casa. In questo carcere domestico la giovinezza durava pochissimo, la bellezza diventava marcescente e i desideri irrealizzati, da sogno si trasformavano in rimpianto. Relegate ed annullate in funzioni che dovevano rispondere solo ai bisogni quotidiani della famiglia e al mantenimento della pulizia dell’abitazione, l’unica e comune sorte di tutte era quella di fare ed allevare figli e passare da un padre padrone ad un marito padrone. Ma anche qui poteva andar peggio: infatti se il primo poteva esser stato tollerante, nulla poteva garantire che il secondo lo fosse parimenti. Fu così che quando il padre, modesto mercante di stoffe comprate a peso tra quelle di seconda e terza scelta perché difettate nel colore e nella trama, le preannunciò la volontà di farla maritare, il cuore le sussultò.

L’anziano pretendente era il commerciante di granaglie, vedovo, con varia prole arricchitosi in modo tardivo e per questo legato ad una sordida esistenza nella specie di tugurio dove abitava, all’ingresso del loro baglio. Improvvisamente rammentò il modo che aveva di salutarla, la sfumatura di concupiscenza con cui riempiva i coppi di carta con i semi di zucca quando ella scendeva a comprarli. Ne ricordò le brutte mani, le dita rapaci e i mignoli armati di unghie lunghe e ingiallite che l’avrebbero ghermita spegnendo in una odiosa intimità che neanche osava immaginare, la luce dei suoi brillanti occhi neri: decise che li avrebbe consunti e cominciò a piangere disperatamente, ogni giorno, ogni momento.

La cucina grassa, 1563 – Incisione di Pieter van der Heyden

La coscienza della sua nuova condizione, l’orrida prospettiva di un futuro terribile la fece reagire in questo modo infantile. Lo fece attraverso una sorta di autopunizione, incubando la speranza di impietosire il padre o che di lì alla data del matrimonio gli occhi le si avvizzissero completamente e non fossero più graditi al pretendente, o ancora che le rendessero cieca, non più in grado di vedere e per questo, moglie inutile. Le lacrime diventarono le sue parole ed in breve il suo dolore femminile viaggiò da una casa all’altra, dal quel baglio a quello limitrofo. Fu usato sottovoce dalle madri per consolare le figlie brutte ammonendole di sentirsi felici del loro essere insignificanti, di come non convenga mai essere troppo intelligenti, troppo belle, troppo di ogni cosa, perché il troppo è sempre come il niente.

La giovane piangeva sulle amate piante di basilico, che non innaffiava più, che voleva fare appassire e fare morire come voleva morire lei. Le piante di basilico invece sembravano alimentarsi bene con il sale delle sue lacrime e diventavano ogni giorno più rigogliose e piene di fiori nonostante principiasse l’inverno. La notizia di questa lussureggiante fioritura scosse il quartiere, tanto da giungere presso il vicino palazzo dell’emiro. Questi era un esperto botanico e aveva indottrinato le maestranze locali a nuove tecniche arabe creando ed impiantando audaci coltivazioni nelle opere di lottizzazione e bonifica dei terreni fino ad allora in stato di abbandono. L’eccezionale fioritura, l’originalità dell’irrigazione e la vigorosa crescita di quelle piantine diventate ormai insoliti arbusti, furono riferite all’emiro che controllava l’enclave siciliana a lui affidata. Si incuriosì a tal punto che per verificarne la veridicità inviò un suo delegato.

Questi era un berbero fiero della sua posizione sociale all’interno dell’emirato, che lo rendeva al tempo stesso distaccato e sprezzante con il popolo. Fu stupito ed infastidito dal dovere assolvere ad un compito così banale, ma conosceva bene le estrosità dell’emiro così come le sue irascibili e pericolose intemperanze a chi ardisse contrastare le sue decisioni. Quindi si presentò alla modesta dimora del mercante. Lo fece senza preavviso al fine di cogliere reazioni non preparate. Fece una breve indagine: parlò con il padre, chiese il perché e il per come e poi, volle vedere la ragazza. La giovane si presentò leggermente genuflessa come prescritto dal cerimoniale ma quando raddrizzò la testa per meglio rispondere il dignitario rimase colpito da uno sguardo così particolare. Si vedeva che la ragazza aveva pianto; aveva gli occhi talmente gonfi che le palpebre erano segnate dalla linee azzurrine e rosse dei vasi sanguigni, ma questo gonfiore più che imbruttirla le davano un'aria da bambina imbronciata, delusa per la rottura di un gioco a cui basta baciare gli occhi chiusi e ancora umidi per farla smettere, per farle tornare il sorriso dell’infanzia. Era quello che il giovane moro sentì istintivamente di fare ma, spiazzato dal ruolo, si trattenne.

«Vediamo queste piante» disse facendosi condurre nel piccolo terrazzo. Spalancarono le persiane ed improvvisamente lo scorcio rigoglioso del piccolo paradiso gli inghiottì gli occhi e la mente. E dire che era abituato a vedere le mirabilie dei giardini d’oriente, ma quel piccolo fazzoletto di paradiso distribuito ed organizzato in vasi di terracotta suonava tutte le note di una melodia soave, gli aspetti romantici di una giovanissima impronta femminile, la simbiosi tra creatività e candore con cui la natura sembrava essersi piegata alle emozioni di chi lo curava. Istintivamente si girò ed incontro i due occhi gonfi e capì che di questi non avrebbe potuto farne a meno. Così nei pomeriggi il mora si recava presso la casetta della giovane con i giardinieri che preparavano le delicate piantine da trapiantare, le raccontava dei suoi luoghi di origine, di quelle terre lontane il cui nome era impossibile ripetere ma che suonava fatato, le parlò di abitazioni meravigliose ricche di colonne arabescate come pizzi, di fontane in bianco marmo pregiato di cui ella nella fantasia immaginava i giochi magici dell’acqua. Faceva sua la nostalgia per l’esserne lontano, ma al tempo stesso sentiva il pungolo della gelosia per quel languore che forse si estendeva non solo alle case, ma anche a mai menzionate donne. Le descriveva la sua passione per l’arte venatoria e il legame con il falcone che aveva allevato e che conduceva sempre sul braccio quando andava a caccia; le ricchezze delle greggi, le sconfinate dune sabbiose interrotte da fresche oasi in cui le poche case, al riparo di palmizi, erano costruite in fango e tronchi di palme; la magia delle notte stellate con un firmamento che incombeva paurosamente imponendo il distogliere dello sguardo, le albe fresche in cui gli uccelli migratori riempivano il cielo, riprendendo dopo la sosta il loro volo per raggiungere mete migliori.

Alhambra, Granata (Spagna)

Gli incontri, favoriti anche dal padre che vedeva in questa relazione la convenienza economica e la sicurezza del suo commercio, divennero un’amabile ed attesa consuetudine. Il delegato dell’emiro era un uomo potente e nel baglio della kalsa ed in quelli vicini la sua influenza, zittiva le malelingue e rendeva facile ogni cosa. Non si parlò più del matrimonio con il mercante di granaglie che si ritirò rancoroso nel buio del suo catoio. Passarono i giorni, le settimane ed i mesi, e il semplice compito di valutare e saggiare le colture era stato protratto in modo eccessivo. Le prime colture seminate nel giardino dell’emiro già svettavano infantili nella loro crescita, e l’emiro non comprendendo il motivo di tale diluizione di tempo, palesava chiari segni di insofferenza e sollecitava il rientro definitivo del dignitario. Il tempo, che quando si è felici scorre veloce, non aveva mai nascosto alla fanciulla la scarsità di illusioni circa il loro comune futuro. Era stata, sin dall’inizio, perfettamente consapevole di alimentare la sua autodistruzione, e quando il giorno tanto temuto arrivò, l’incubo che l’aveva attanagliata nelle ore notturne, prese corpo nelle parole del moro.

«Domani non verrò e neanche dopodomani, né mai più». La ragazza non disse niente: lo condusse in un angolo appartato della terrazza e gli chiese di recidere le nuove piantine da portare e tenere con sé, in suo ricordo. Poi, mentre l’uomo si abbassava concentrato per farlo, lo osservò per l’ultima volta. Accoccolato nei suoi vestiti eleganti ornati di piume, fiducioso le volgeva le spalle, indaffarato nel lavoro ma già nella mente lontano da lei, in un mondo in cui ella, effimero contenuto di una parentesi che si stava chiudendo, non sarebbe mai potuta entrare. La fanciulla allora si chinò su di lui, che si girò indirizzandole un leggero sorriso. L’essere accovacciato lo sfavorì nello sbilanciamento dell’equilibrio, che consentì all’affilato filo del coltello di penetrargli nella gola squarciandola orribilmente. Era mezzogiorno e il clamore delle campane del mezzodì e la preghiera del mujadin coprirono il singulto del giovane uomo che gorgogliò la sua sorpresa mista a fiotti di sangue. Con l’aiuto del padre il cadavere fu fatto sparire. Forse qualcuno vide, ma nessuno parlò. La giovane disperata volle tenere la testa dell’amato che sotterrò nella grasta più grande di basilico, le cui foglie in seguito palesarono una leggera venatura rugginosa nella loro verde trama. Divenne la pianta più bella del terrazzo, la prediletta, la più accudita. Quando c’era il sole cocente la ragazza la trascinava all’ombra, quando pioveva la copriva e ne asciugava le foglie ad una ad una. Seduta in immobile contemplazione del niente, s’intristì diventando totalmente infelice. Non pianse neanche più, e il suo cielo non ebbe più alcun orizzonte. Chiese allora al padre di aiutarla ancora una volta, l’ultima. Il vecchio genitore con lo strazio nel cuore l’accontentò e, come il vecchio Abramo, la sacrificò nella fede non di un dio religioso ma in quella del sentimento che invade da sempre il cuore degli uomini, che tocca i buoni e i cattivi, i ricchi e i miserabili, quelli che non ci sono più e quelli che verranno dopo…

Teste di Moro

Tradusse nel coltello le conseguenze dell’amore: mise la testa dell’infelice figlia dentro un vaso con il basilico e lo pose accanto a quello dell’amato. Fece in modo che lei potesse essere vicina al ricordo di lui, fissando nel tempo l'eco fievole di una memoria cara. Ed ora sono lì, l’uno accanto all’altro, con in loro piaceri negati da una morte anticipata, esposti al freddo dell’inverno, divorati dalla calura estiva. Diventarono così i simboli antichi di un legame impossibile, il riassunto perfetto dell’amore. Del mondo così facile all’oblio di ogni cosa, l’amore nonostante sia timoroso degli urti, fragile e irricomponibile come i vasi di coccio quando si rompono, imprime sempre il segno del suo passaggio, modifica i pensieri, dà testimonianza dell’ essenza divina insita negli uomini, effonde lo stesso profumo che inebria, e seduce spalancando le persiane dell’animo sul fazzoletto di paradiso distribuito ed organizzato nei vasi di terracotta dove far crescere bene la sacra e rigogliosa pianta dei re.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 05 febbraio 2018




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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