martedì 23 luglio 2019

martedì 23 luglio 2019

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Momenti di parole

L’amore: maneggiare con cautela

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L’immagine che ritornava a Sara era quella di una donna appesantita ma ancora piacente. Nino suo marito, era diventato mite ma era un fantasma. Giuseppe l'imbianchino le sussurrava che in amore tutto era lecito e che l’età di una persona non corrisponde mai a quella sulla carta d’identità. Era vero e le mani miracolose di Giuseppe le fecero risuonare ogni centimetro quadro di pelle, ogni milligrammo di anima


di Daniela Robberto

L’agglomerato di case abbarbicato sul costone millenario si estendeva fino al litorale lambito dal mare. L’odore salmastro si sprigionava dall’arenile incessantemente lavorato dall’acqua il cui sciabordio era capace di trasformarsi da silenzioso fremito a pauroso ruggito per ricordare che nessuna irrispettosa confidenza doveva esserci con quel gigante liquido. Nel paese c’erano tutti gli ingredienti di un microcosmo autonomo: le dimore signorili, quelle dignitose e infine più numerose, le catapecchie. I luoghi di culto erano rappresentati dalla matrice in cui si rinnovava l’eterna alleanza tra Dio e l’uomo e dalla vecchia canonica ormai sconsacrata ed utilizzata per le attività parrocchiali e per le prove della banda musicale del comune. Inoltre la piccola stazione dei carabinieri, gli uffici pubblici, le scuole che arrivavano alle magistrali e il collegio delle suore ogni anno sempre più vuoto per una diffusa indisponibilità da parte delle nuove donne all’osservanza dei voti di povertà, obbedienza e castità.

Battuta dal maestrale o soffocata da un calore africano, la vita ruotava come in un piccolo sistema solare attorno alla piazza che naturalmente si chiamava piazza municipio con al centro il monumento ai caduti un tempo circondato da alberi poi abbattuti perché da questi gli uccelli in volo scaricavano sull’opera bronzea i loro corrosivi escrementi. Sulla piazza si affacciavano i palazzotti dei notabili i cui decori in pietra ostentavano stemmi con vessilli e grifoni miseramente mutilati dalle intemperie, dal tempo e dalla mancanza di denaro. Dalle persiane scrostate e quasi cadenti, i superstiti di quelle le famiglie che una volta contavano spiavano l’andirivieni da formicaio di provincia mentre l’Ave Maria delle campane accompagnava l’apertura e la chiusura del sipario della vita di ogni giorno.

Nella piazza centrale del paese, tela di Seidel

Tutto iniziava e finiva lì: nascite, sposalizi, funerali, gli incontri d’affari, i matrimoni combinati, le vendite di animali, di case e terreni e tutte le controversie mediate e gli sguardi furtivi che accendevano amori clandestini la cui passione colorava di aspettative ardite gli amanti di turno. Si aprivano gran parte delle attività commerciali con tutta una serie di negozi e il Bar dello Sport che non chiudeva mai, neanche per lutto stretto, privilegiando nei proprietari il vantaggio economico che toccava la tasca, al dolore che toccava il cuore. Il bar pasticceria tabacchi nei giorni delle festività religiose, offriva asilo agli uomini che stanchi delle lungaggini della messa, la interrompevano. L’assoluto candore con cui ammettevano quella debolezza maschile alle cose di chiesa, conferiva loro parziale assoluzione e licenza di una permanenza oziosa nel locale, in attesa che le donne uscissero dalla funzione.

Come in tutti i paesi c’era la bella: la chiamavano Sara a biunna ma anche Sara a bumma. Quando passava agghindata nei suoi vestitucci le donne le rivolgevano le occhiatacce invidiose e malevoli sparlottando sottovoce di lei ma sostanzialmente riassumibili nella frase più ripetuta e condivisa che, come in una posta di rosario recitava: E’ precisa a so zia; buttana nata come a idda !. Nel suo procedere ancheggiante per i tacchi alti e per i basolati sconnessi si trascinava gli sguardi maschili appiccicati sulle natiche e sui fianchi evidenziati dal vitino stretto negli abiti anni 60 dalla cintura di finta pelle allacciata all’ultimo buco fatto in cucina con il ferro da calza arroventato sul gas. Mentre procedeva sulle scattanti e tornite gambe lasciava trasparire sotto la stoffa dozzinale confezionata in casa la linea delle mutande di nylon a vita alta e del reggipetto dalle coppe a punta, testimonianza aguzza di carnalità e consapevole ed efficace carburante per le sue ed altrui tentazioni.

Blonde woman with sunflower, autore ignoto

“Chissà unni sinni va, Sara?” ridacchiavano gli avventori seduti ai tavolini distribuiti sotto il tendone che ricordava la bontà di un caffè colombiano e che raccoglieva sotto la pesante copertura le aeree sublimazioni dei pettegolezzi di paese. Gli uomini sorseggiavano birra e caffè, fumavano superandosi reciprocamente nei toni e nei concetti. Gli argomenti erano sempre gli stessi: la politica, il lavoro, il sesso; ognuno voleva eccellere sugli altri; l’orgoglio vanesio, l’arroganza e l’arbitrio individuale gareggiavano esagerati nell’imporsi postando i personali status sociali o economici che facevano leva favorevole sull’assenso gregario dei meno abbienti, dei più sconfitti dalla vita che parteggiavano ora per l’uno ora per l’altro. Vigeva quindi una palpabile atmosfera di competizione e dissenso ma tutti facevano comunella nel diventare sfrontati al passaggio delle femmine; smettevano di essere padri e mariti ed anche se non li avevano, si lisciavano i baffi preda di appetiti saziabili ed insaziabili e di quelli che virtuali si consumavano nel loro immaginario e che dopo, in privato avrebbero animato gli ormai veloci maneggiamenti senili. Sara arrivava alla fine del paese dove la strada si biforcava per andare al cimitero da una parte ed raccordarsi dall’altra con la statale. Qui sorgevano le stonature urbanistiche dei piccoli immobili che rappresentavano il gusto e l’investimento economico di chi emigrato aveva fatto i soldi ed era ritornato. Le fatiche ed umiliazioni estere subite per anni venivano sepolte nei recessi della memoria e al paesello natio erigevano ai margini del vecchio abitato modelli abitativi mostruosamente dissonanti con le case del vecchio borgo. La piccola utilitaria aspettava impaziente Sara con lo sportello accostato e lei saliva veloce nell’attesa dell’agguato desiderato e ripetuto ogni quando si poteva, negli stessi tempi e negli stessi modi. Nino, il proprietario dell’autovettura apprezzava di Sara lo slancio che sulle prime lo aveva colto di sorpresa nel rivelarsi molto più audace di quello che lui avrebbe osato immaginare e che comunque dimostrò di accettare di buon grado e a cui rispondeva sempre con fattiva partecipazione. Un mattino di primavera la madre di Sara non vedendola spuntare in cucina, era andata a svegliarla ma capì subito con la gola serrata dall’ansia che Sara non c’era. La sua mente fulmineamente comprese. Combaciò tutte le inezie e i dettagli che nei giorni precedenti aveva trascurato: l’insolito nervosismo, l’insolita inappetenza, l’insolito mutismo della sera prima, la remissività nel lavare i piatti senza lamentarsi insomma tutti quei sintomi precisi di un turbamento della figlia che si disponeva ad un passo di non ritorno che avrebbe spazzato e spezzato la sua adolescenza. Sara aveva fatto come lei migliaia di anni prima. La madre si sedette scorata con le mani bagnate in grembo e l’acqua, dalle mani usurate dai lavori di casa, scorreva lungo il grembiule impermeabile fino a terra formando intorno alle ciabatte lise una pozza di lacrime e detersivo. Facendo carrozzella, Sara soffocava in embrione il suo personale riscatto femminile dimostrando che non sempre fosse bastevole non avere sensi di colpa o rimorsi nel fare l’amore in un appannato abitacolo per equiparare millenni di differenze alla ricerca di una emancipazione che si rivelava fittizia che incastrava le donne in cliché vecchi come il mondo.

Portrait of Veronica di Gergana Balabanova

La gravidanza spuntata per caso, oltre a decidere la nascita di un altro disgraziato avrebbe sancito la morte di qualsiasi personale aspettativa futura. Lo scandalo passò da bocca in bocca, e la notizia sviscerata ed arricchita di particolari sboccati diede soddisfatta e morbosa rilettura nei commenti. Seguirono tutte le tappe scontate del protocollo riparatore: le lacrime, il perdono, il matrimonio in abito bianco, il trattenimento fatto in economia, l’appartamento preso in affitto ed arredato alla meno peggio, i disaccordi tra le famiglie d’appartenenza, la venuta al mondo di Vincenzino, il primogenito, le gravidanze a seguire con la nascita di Edoardo e della piccola Rossella. Nel preciso significato del detto "u cielo i ittò e a terra l’’apparò" quei bambini crescevano come erbacce spontanee, dotati sì di buona salute ma con i vestiti riciclati dai cugini più grandi, un’educazione insofferente fatto per lo più di urla e divieti, una alimentazione negligente e sporadici nutrienti culturali. Sara non era contenta di sé; l’essersi consegnata alla routine l’aggiogava all’apparente rassegnazione, dove le motivazioni per sopravvivere erano nell’agire quotidiano fatto di pasti pronti all’orario, casa pulita ed ordinata, televisione ed estati passate come i carcerati a soffiarsi instupiditi nel caldo di un lastricheddu. All’esteriorità si contrapponeva il dilaniarsi silenzioso e la sensazione di sentirsi come un pesce che infilzato si dibatte e si trafigge ancora di più nell’ingarbuglio indistricabile di una fine già nota ma inevitabile. L’umiliazione che provava per il suo stato d’insofferenza dissimulato a fatica la portavano ad inasprirsi nei confronti di tutto e tutti. Spesso capitava che la mattina dopo essersi lavata si specchiasse nella grande toletta stile Luigi e qualcosa, della camera da letto. L’immagine che le ritornava era quella di una donna appesantita ma ancora piacente. Si ripeteva in modo ossessivo che non sarebbe mai stata migliore di come si vedeva lì in quel momento; coglieva con terrore i piccoli mutamenti che quotidianamente i germi della vecchiaia erodono nelle donne corpo e femminilità, per renderle alla fine decrepite. Nino suo marito, con l’andare degli anni era diventato mite ma era un fantasma, l’ectoplasma illusivo che non aveva mai lavorato perché i sentimenti di coppia progredissero ma che anzi li aveva lasciati agonizzare arroccandosi negli steccati di un pensiero maschilista. Non era in grado o non voleva sentire l’insoddisfazione che da Sara proveniva limitandosi come le bestie a vivere entro i vincoli dei suoi bisogni, senza mai mettersi in gioco, nell’azzardo di nuove esperienze, o sperimentare valori che andassero oltre una bella mangiata, una buona dormita, una soddisfacente scopata. Qualcosa tra loro si era decisamente guastato o forse non era mai esistito. Finirono per non parlare più se non limitarsi a quella comunicazione schitta schitta dove nulla, neanche il cadenzato incontro settimanale rappresentava qualcosa di personale e solo l’esistenza dei figli era giustificazione all’essenzialità delle loro conversazioni.

Giorgio De Chirico, Donna bionda di spalle, Museo Bilotti, Roma

“E’pronto!” gridò. Tutti si riunirono silenziosi sedendosi al proprio posto: lui, padrone di casa, a capo tavola perché era da lì che trangugiando poteva guardare la televisione e quello che succedeva nel mondo che comunque era un altro pianeta che veniva osservato così, senza nessuna coscienza. La sua bocca pareva quella di un grosso pesce che si apriva e chiudeva senza prendere respiro; ingeriva considerevoli porzioni di cibo che inghiottiva quasi sano dopo averlo masticato sommariamente ostentando impudiche labbra che sbattevano rosse, unte di salsa. Si sfamavano anche altre bocche: i suoi figli maschi nel pieno vigore fisico non necessitavano di esortazioni e ingozzandosi, anticipavano la stessa voracità che avrebbero avuto nei confronti delle donne che sarebbero capitate loro, già pronti a tradire ogni qual volta si presentasse un boccone dall’odore e dal sapore nuovi. Poi guardò la figlia e la trovò tenero virgulto ancora ignaro del capitale in suo possesso e il profilo perfetto incorniciato dalla massa di capelli setosi sembrava il frutto genetico di una selezione fortunata che come un terno secco aveva estratto a caso i tratti migliori di loro genitori. Sara dalla sua prospettiva non riusciva a credere che fosse sua figlia e molto spesso nel suo intimo si ritrovava ad esclamare stupita “ma ri cu pigghiò?”. I momenti più belli erano quelli del dopocena in cui tutti schizzavano via per rintanarsi nei loro antri psicologici e la lasciavano in cucina a rigovernare finalmente sola tra le cose sporche ma libera. Lo sceneggiato arrivato alla trentesima puntata, era pietoso e come sempre impernato su una protagonista lasciva e gaudente indaffarata in rapporti a scadenza con quello e con questo. L’ammaliatrice avvolta in trine e merletti perennemente distesa su un vellutato canapè la inorridiva ma la faceva sognare. Forse avrebbe voluto essere come lei! Non doveva combattere per la spesa, per i soldi, non lavava piatti e non faticava per essere amata perché gli uomini le cadevano ai piedi e pure a domicilio. Non aveva mai timore che le puzzassero le ascelle oppure l’alito che la sua bocca vogliosa offriva a quelle degli amanti che erano potenti, giovani e naturalmente ricchi. Forse esagerava a immedesimarsi tanto nelle vicende dello sceneggiato, forse era un po' di depressione, forse era perché era fimmina e le fimmine, si sa, sono naturalmente inclini alle tragedie proprie e degli altri e a vivere queste e quelle in prima persona. Disimballava dal sarcofago angusto del dovere, della ragionevolezza l’adolescente che si alimentava di passioni e desideri repressi nell’attesa, a cinquant’anni suonati, di qualcosa che avrebbe fatto la differenza.

In paese, dopo le prime piogge di agosto tutti ripetevano a coro Austu e riustu è capu r' invernu!” soprattutto gli anziani sembravano contenti che il tempo diventasse bizzoso e su di esso non si potesse più fare affidamento e nel crogiolarsi in quel loro - Fratello ricordati che devi morire -. Le peggiori condizioni, anche climatiche stampavano nei volti rugosi e rancorosi per la loro vita che finiva, sogghigni compiaciuti che sembravano dire: Basta con i divertimenti, con il sole, il mare, con i gelati, con la spensieratezza; non vi è bastato? Però era vero: Tutto quello che veniva lasciato fuori puntualmente si ammargiava e anche se non pioveva la guazza impregnava i cumuli di munnizza accatastati accanto i portoncini d’ingresso delle case e le calzature bagnate dall’acqua piovana stagnante nelle pozzanghere facevano scivolare i piedi dentro i sandali estivi . Il fiato autunnale diventava il momento giusto per concentrarsi alla ricerca di ridare ordine alle cose ed alle case. Era l’occasione di recuperare la vitalità domestica che il caldo soffocante dell’estate siciliana aveva azzerato per mesi con la ferocia di un dittatore efferato. Era tempo di ripristinare il nido ai cicli naturali che le stagioni dettano agli uomini. Sara si fissò che si dovevano ridipingere le pareti di casa e cominciò a dare il tormento a suo marito che invece riteneva fossero ancora perfette. Glielo chiedeva in continuazione e infine per non sentirla più, egli prese i contatti con un amico di un amico per fare una tinteggiatura in economia e levarsi di sopra le tonnellate di insistenza della moglie verso un unico e solo argomento. Lunedì vengono quelli a pittare; così ti queti e non rompi più". Il sabato e la domenica furono impiegati a sbarazzare e svuotare il mobilio cogliendo l’occasione di fare piazza pulita delle cose inutili conservate e dimenticate.

House paninter, oper di Joe Damiani

Il lunedì mattina puntuali alle 8,00 si presentarono Vittorio e Giuseppe. Vittorio era un indoratore mentre Giuseppe era il figlio dell’imprenditore del paese che si era arricchito lavorando come una bestia ed inghiottendo il pane stantio della sopraffazione e del compromesso con i più forti; ripulito in quasi tutto tranne negli svarioni della grammatica e della sintassi che tradivano la sua quasi inesistente scolarizzazione, poteva permettersi di dare a mangiare a quattro dipendenti e avere financo un camioncino con la scritta sotto il suo nome, “lavori di edilizia”. Il ragazzo, oltre a studiare arrotondava le sue finanze con lavoretti non troppo impegnativi nell’impresa di famiglia come appunto la tinteggiatura di case. “Piacere, accomodatevidisse Sara che non vedeva l’ora che cominciassero. I giovani uomini salirono e scesero più volte, ora per prendere la scala telescopica, poi i bidoni e gli attrezzi; il materiale consisteva in secchi di plastica azzurri macchiati dalle scolature dei ducotone usati precedentemente, latte di colore ancora sigillate, rotoli di plastica da mettere per terra, latte vuote con pennelli, rulli, carta vetrata e frattazzi, metri e cazzuolini. I due se la prendevano comoda: sistemavano ogni cosa con flemma riempiendo gli angoli di una stanza mentre Sara bruciava dall’impazienza. Alla fine si cambiarono e dopo avere bevuto il caffè, come si usa nel linguaggio operaio, misero mano. Finalmente si cominciava. Sara che avrebbe voluto velocizzare il tutto, disse: “Ho levato già tutti i quadri e volevo levare anche i chiodi ma…” “Ecco signora, lassassi perdere… lo dica a me quali chiodi vuole levare che già col primo ha fatto cadere mezzo muro”; il sorrisetto tra lo sfrontato e il derisorio la fece ammutolire e avrebbe risposto per le rime se Giuseppe non l’avesse colto di sorpresa aggiungendo “e poi le belle donne non devono toccare né martelli né chiodi ma solo fiori profumati”. La replica stizzita che era sulle sue labbra lasciò il posto allo stupore. Da quanto tempo non riceveva un complimento?

Non se lo aspettava; ammutolì distogliendo lo sguardo e reclinando il capo, avvampò di rossore. La disinvoltura del giovane la inibiva così come l’attraeva. Con una sola frase detta così senza forse neanche rifletterci quel ragazzo che aveva poco più l’età di suo figlio grande le aveva provocato un tuffo al cuore; egli se ne accorse e mentre scendeva e saliva dalla scala per scartavetrare lisciare e predisporre la parete su cui lavorare, la osservava sottecchi. La donna che stava appoggiata allo stipite del telaio della porta smontata del soggiorno gli parve tutto sommato ancora commestibile nonostante l’orologio biologico mostrasse di lei le lancette messe parecchio avanti e una incrostata disattenzione al suo essere femminile. Sotto la vestaglietta da casa a fiorellini che incrociando davanti si annodava dietro, Giuseppe intuiva forme appetibili e disponibili come i dolci rimasti in un bancone di pasticcieria che nessuno ha comprato e che aspettano di essere svenduti per reclamarne ancora il gusto; non si era mai cimentato con una donna anziana e il pensiero di esplorare campi proibiti, un tempo ritenuti impensabili e forse lievemente disgustosi, lo intrigò moltissimo. La fragilità emotiva della donna la rendeva preda facilissima. Nei giorni a seguire quelle stanze odorose di pittura fresca divennero campo di schermaglia amorosa. Sara era perfettamente consapevole del suo procedere su un campo minato ma non riusciva a sottrarsi alla millanteria delle occhiate profonde ed ai ritornelli che riecheggiavano romantici e a cui iniziò a rispondere con esagerate e gorgoglianti risate. Nei luoghi illuminati da un nuovo sole di ottobre il mondo improvvisamente per lei si colorava: la stessa aria che respirava immobile con la scusa di seguire i lavori, le sembrava che avesse nuovo odore e la linfa giovanile stagnata per anni era finalmente libera di scorrere veloce nelle sue vene. Gli piaceva tutto di quel giovane che saliva e scendeva dalla scala con passo elastico spandendo ad ogni movimento moti ondulatori di seduzione che si propagavano da lui ormai origine e solo centro d’interesse. Perfettamente al contrario rispetto a quando avevano iniziato, avrebbe voluto che i lavori non finissero mai; avrebbe voluto come una nuova Penelope risporcare le pareti, graffiarle financo demolirle affinché poter stare ancora vicino a quel giovane davanti al quale tutto quello che conosceva dell’altro sesso sbiadiva come stoffa colorata male al sole.

Amanti, opera di Emanuele Cappello

Furono giorni felici nell’idillio continuo traboccante di tutti quei segnali di attrazione reciproca. Ben presto ai panini imbottiti della salumeria si sostituirono pietanze che Sara preparava la sera quasi in sotterfugio al marito ed offerti sulla tavola di cucina imbandita di tutto punto prima che i suoi familiari tornassero per l’ora di pranzo. Vittorio beneficiava di tutto questo ma gli ultimi giorni, proprio perché il lavoro stava finendo, spesso si assentava lasciandoli soli quasi obbedisse ad un accordo preciso preso con figlio del padrone. Nelle sue notti insonni Sara, rannicchiata accanto al grande dorso del marito che russava si lasciava andare a fantasticherie che in altri tempi avrebbe disapprovato inorridita; lasciava che la sua mente si cullasse nel desiderare la morte del marito che le avrebbe dato il diritto di essere libera. “Quanti uomini muoiono ogni giorno, perché io non devo avere questa fortuna” pensava. Alle immagini di morte seguivano quelle di una nuova vita in una pellicola i cui fotogrammi ripetevano in continuazione quello che Giuseppe le aveva detto quando per la prima volta ebbero l’occasione di rimanere soli. Il rullo del ducotone appoggiato sul bidone quella mattina magica rimase ad asciugarsi mentre a lei che opponeva una flebile resistenza lui sussurrava che in amore tutto era lecito e che l’età di una persona non corrisponde mai a quella sulla carta d’identità. Era vero e le mani miracolose di Giuseppe le fecero risuonare ogni centimetro quadro di pelle, ogni milligrammo di anima. I momenti rubati scoprivano nuove intimità a cui si abbandonava tra braccia capaci e forti come morse da lavoro. Pensava di provare vergogna e pentimento ed invece si riscopriva donna che desiderava e che era desiderata; divenne sfrontata e quando erano soli spesso prendeva lei l’iniziativa. Le piaceva rischiare portandosi Giuseppe nel letto matrimoniale e sussultare al rumore che credeva fosse la porta d’ingresso che si apriva e rimanere lì un minuto in attesa di vedere qualcuno ritornato prima che li avrebbe scoperti semisvestiti ed ansimanti. Smarrì il senso della realtà per rinsavire solo la sera quando recitava la parte di moglie e madre affettuosa. Solo allora razionalizzava sulla follia che si era impadronita di lei e che circolava impudica nei labirinti della mente. In quei momenti avrebbe voluto spaccarsi la testa a metà come faceva con l’anguria sul tavolo della cucina quando preparava il gelo di melone e fare uscire il succo, rimuovere i semi di quella pazzia che le invadeva e poi le scendeva giù e le si fermava nel petto formando un grumo di inquietudine. Lei che non aveva nessuna fede si rivolse persino alla Madonna implorandola con devozione inventata lì sul minuto di farle passare quel sentimento che la devastava. Ma non era abituata alla preghiera e pian piano biascicando litanie senza senso, scivolava in un dormiveglia dove Giuseppe prendeva subito il posto della Vergine. Il bel volto angelico circondato dal manto celestiale si trasformava nel ragazzone snello dalle gambe muscolose nella faccia spigolosa dai denti bianchissimi e regolari, dalle folte sopracciglia e dagli occhi puntuti ed ironici di Giuseppe. Il pensiero affogava nella palude dei suoi nuovi sentimenti mai provati prima, mai sperimentato con altri che la avviluppava trascinandola nel vortice torbido di quella nuova situazione.

Amanti, oepra di Gabriele Scartozzi

I lavori finirono e per lei finì tutto. Alla rabbia si contrapponeva il pianto silenzioso e quando poteva, l’abbandono ai gemiti da bestia ferita che la trascinava nelle stanze risistemate per inebriarsi ancora delle molecole odorose reliquie dei giorni passati che poi diventarono settimane e poi mesi. Prese il coraggio a due mani e lo chiamò al telefono pretendendo un nuovo incontro. Si videro ma lui si dimostrava guardingo a volte lievemente indispettito; non gradiva fossero visti in giro assieme; allora cambiarono scena dirottando gli appuntamenti sempre a casa di lei. Dopo sporadici appuntamenti di giorno, pian piano passarono agli incontri solo serali quando Nino andava fuori paese per lavoro. Sara che aspettava con ansia quei giorni, preparava qualcosa o comprava la pizza che si ammollava nei suoi stessi vapori nell’attesa che Giuseppe arrivasse. Sara quelle sere che si andavano diradando faceva velocemente cenare i figli e si disponeva all’attesa. Sulla tavola apparecchiata erano disposti i due piatti da pizza le posate ed i tovaglioli. Inizialmente Sara piaceva porre un mazzolino di fiori in stoffa che dopo le prime volte sparì sara sedeva impettita davanti il televisore acceso ben dritta sulla schiena e con le scarpe per uscire dicendo ora arriva ora arriva poi le toglieva e se le rimetteva per poi pensare di toglierle definitivamente e mettere le pantofole che erano più comode. I minuti poi le ore ma Giuseppe arrivava sempre , almeno nei primi periodo capitava a volte che le venisse nell’attesa un colpo di sonno e si appoggiasse sulle mani al tavolo dicendo chiudo gli occhi un minuto e addormentarsi e trasalire guardando l’orologio e terrorizzandosi che magari fosse venuto e lei non avesse sentito il campanello di casa. Con la bocca impastata ed un rivolo di saliva dalla bocca trasaliva uscendo da un sonno che le ricordava quando capitava che da bambina si addormentasse appoggiata al tavolo da cucina allora si buttava l’acqua fredda in faccia e si rimetteva il rossetto e rifaceva la linea agli occhi pronta ad accoglierlo. La sua sconfinata capacità di soffrire le faceva sopportare tutti i segnali dell’indifferenza. Lui all’inizio le portava i dolci poi la pasticceria era chiusa o non aveva più niente o non era cosa meglio diceva lei così non mettiamo ciccia ma se lei chiedeva qualcosa lui subito sembrava contrariato. Non gli chiese più niente accontentandosi di una elemosina sentimentale di una storia a due velocità. Ma se per Giuseppe era un accondiscendere che lo accendeva in una passionaccia che si andava consumando la sua la faceva correre a perdifiato in un percorso accidentato fatto di rocce puntute, di speroni aguzzi contro cui infilzarsi, sfigurarsi le carni dell’animo costretta a tirare avanti per raggiungere un traguardo di malessere, di frustrazione.

S’infuriò con sé stessa per quella ovina rassegnazione che le faceva accettare le cose senza afferrare la capacità di rivoltarle, annullarle. Rivelando la sua vulnerabilità emotiva, aveva ripreso la vecchia abitudine infantile di mangiarsi le unghie tirando con gli incisivi anche le cuticole e solo il bruciore a contatto con l’acqua le dava momentanea distrazione.

Giuseppe non era arrivato mai così tardi come quella sera; era quasi mezzanotte e la dimostrava tutta nel suo essere stazzonato ed era infastidito. Si limitò a sbocconcellare gli involtini di carne con la rucola che di solito ingurgitava quasi interi e che dopo essere stati riscaldati più volte nell’attesa che egli arrivasse giacevano scuri e inappetibili nei piatti. Sara era furiosa anche per questo: aveva lavorato per ore e lui neanche se ne accorgeva. cercò di non darlo a vedere perché non voleva sciupare quei momenti così tanto attesi, la parentesi che le dava la possibilità di sentirsi viva. Una guerra di posizione era inconsapevolmente cominciata tra loro due; una lotta che non aveva nulla di sentimentale ma in cui ognuno tirava per la propria sopravvivenza. Sara lo assediava con le premure continue pretendendo che quel sentimento che lui le aveva fatto conoscere continuasse, lui cercando di scrollarsi di sopra una situazione insostenibile. Fecero l’amore ma lei percepì la rabbia di lui quasi la sua costrizione. Poi quando finirono e lui stava rimettendosi le scarpe che lo avrebbero condotto via le disse: «Questa è l’ultima volta che ci vediamo!». Sara sbiancò: «Ma perché, che ti ho fatto?» balbettò. Giuseppe con un sospiro rispose: «Non mi hai fatto niente; è che non mi piaci più». Una vertigine improvvisa la fece sedere sul letto, un senso d’irrealtà la sopraffece, forse non aveva capito. Invocò una calma che non arrivava mentre sentiva la sua voce che chiedeva «Ma perché?». «Perché? Ma che cosa ti aspettavi, che continuassi con te che sei vecchia?» rispose lui ancora piegato in avanti. Si girò verso di lei dicendo «Anzi fammi gli auguri perché tra quattro mesi mi sposo; vieni ti faccio vedere chi è». Estrasse dal portafogli una foto di una ragazza. Sara la prese tra le mani congelate: il volto di una giovane fanciulla le sorrideva con uno sguardo limpido, trasparente, ignaro ancora di quanto fosse schifosa la vita. Il peso della foto diventò insopportabile e la fece cadere sul letto.

L'amante, opera di Francesco Amoroso

Poi, rivolta a Giuseppe disse solo: «Auguri» e si alzò. Andò in cucina per bere perché la sua bocca era talmente arida, piena di sabbia, che non avrebbe potuto dire un’altra parola. Quando ritornò in camera da letto Giuseppe già mezzo vestito, era piegato per terra ed imprecava sommessamente perché cercava le chiavi della macchina che gli erano cadute per terra e a tentoni cercava con le mani sotto il letto. Sara gli si avvicinò chiamandolo e tendendogli le braccia. Fu stupita da quell’affondare come nel burro della lama affilata del coltello che usava per tagliare la carne e che aveva afferrato dal cassetto. Il sangue cominciò ad uscire a fiotti mentre Giuseppe sbilanciava per lo stupore ed il dolore. Sara come se fosse costretta ad eseguire un comando indisobbedibile continuò ad accoltellarlo a caso, all’addome, al petto, alla gola. Giuseppe il cui volto aveva un’espressione di incredulità, cominciò a roteare gli occhi come se dalla penombra creata dall’abat jour coperta potesse arrivargli un soccorso poi iniziò a tossire sangue e cercava aria trovando solo la successione dei fendenti che si ripetevano con calma ferocia. Quando fu sicura che Giuseppe non si poteva più muovere Sara posò l’arma e sedette sulla poltroncina in broccato accanto al letto in preda al freddo che la scuoteva da capo a piedi. Lui era ancora vivo anche se per lei era già morto. Si allungò sul letto disfatto aspettando che il tempo passasse. La notte trascorse in una specie di delirio. Sara a fatica spogliò Giuseppe e lo caricò sul letto poi gli si coricò a fianco ed abbracciandolo divise con lui la breve agonia. Cadde in un sonno di nera pece. Fuori albeggiava sopra i tetti del paese tingendo il cielo di una nuova giornata tersa. Aprì le imposte della finestra per fare entrare l’aria fresca che avrebbe diluito l’odore rugginoso del sangue. Il mondo avrebbe continuato la vita scandendo per ognuno le ore di lavoro, le faccende domestiche, le incomprensioni, la noia del quotidiano. Dalla foschia della mente emerse la consapevolezza dell’accaduto anche se non ricordava bene la sequenza dei suoi atti.

Bloody knife dripping on clock face, opera di Jill Battaglia

Aspettò che i suoi figli uscissero per andare, la piccola a scuola, l’altro a lavorare ed era tranquilla perché sapeva che loro non sarebbero mai entrati in camera da letto quando lei dormiva. Li sentì parlare e poi la porta d’ingresso che si chiudeva alle loro spalle. Finalmente sola uscì in corridoio e chiamò al telefono il figlio grande a casa sua. «Mamma che c’è?». «Ho ucciso Giuseppe, chiama tuo padre». Lei pretendeva che quel sentimento che aveva conosciuto lui con le sue parole aveva spento la sua fiammella vitale facendole identificare la soglia dell’inferno. Si guardò allo specchio ravvivandosi con le mani i capelli che erano quelli delle erinni impastati di furore e sanguinolenta giustizia eseguita; se li acconciò alla meno peggio sistemando bene dietro l’orecchio il ciuffo che le ricadeva sugli occhi. Alla buona stese con le mani le pieghe della camicia da notte bianca piena di schizzi di sangue che sembravano fiori di papaveri rossi, strinse la sua vecchia cintura in finta pelle; i buchi però erano troppo lontani ed allora forzò il tessuto che cedette e si guardò, indossò le scarpe alte che teneva per le occasioni importanti e scese in strada per recarsi all’appuntamento. Da dietro l’angolo vide arrivare la macchina di suo marito che era accompagnato dal figlio; dietro di loro un piccolo corteo di auto veloce ma silenzioso. I basolati la facevano camminare male e rischiava di torcersi una caviglia ad ogni passo. Era contenta perché stava per raggiungere Giuseppe lì in fondo la strada appena fuori dal paese. Si accorse che le persone che già di prima mattina animavano le strade la guardavano. Le donne confabulando tra loro, gli uomini seguendola a bocca aperta; «Morire d’invidia dovete!» si rivolgeva mentalmente a quelle mentre agli uomini diceva «Vi piacerebbe avere tra le mani una come me ma io sono solo di Giuseppe». Le faceva male il polso destro; forse lo aveva sforzato troppo quando sarebbe tornata a casa gli avrebbe messo un po' di pomata al mentolo; non doveva pensarci. Era felice assaporava l’aria fresca che presagiva un inverno rigido. Forse era vestita troppo leggera ma andava bene così Giuseppe amava le trasparenze e lei glie regalava tutte. La macchina era lì ferma con lo sportello accostato e lei salì velocemente nell’attesa dell’agguato desiderato e ripetuto ogni quando si poteva, negli stessi tempi e negli stessi modi. Lo sportello si spalancò invitandola ad entrare e lei salì felice. Poi partirono con il solo lampeggiante acceso; suo marito conosceva il maresciallo dei carabinieri e aveva chiesto ed ottenuto la cortesia di non accendere la sirena.


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Pubblicato il 04 marzo 2019




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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