lunedì 20 agosto 2018

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Io, Gian Maria, l'Etna, alla ricerca di prospettive diverse

Sugnu sicilianu

Affrontare il Vulcano col videomaker etneo Gian Maria Musarra è un percorso interiore dove, tra il serio e il faceto, tra la sua ricerca di Dio e la immanente terra, sempre nuova, sotto i piedi, la vita lascia comunque il segno. Per girare il nuovo video di Francesco Cafiso, quindi, serve un punto di ripresa esatto, da trovare insieme: «La montagna insegna ad avere pazienza»


di Sergio Mangiameli

L’appuntamento è nel castagneto dopo Pietracannone. Io capisco “lungo la strada” e vado oltre, verso il Citelli. Ma Gian Maria non c’è, e lui è più che puntuale: anticipa, come tutti gli ansiosi. I maledetti smartphone non hanno campo e dunque ritorno verso la curva. Vedo la sua testa spuntare fuori. Si sbraccia come un naufrago: ma è solo il saluto, perché lui esagera sempre.

Gian Maria: «E’ da molto che aspettasti?»

Sergio Mangiameli: «Da dieci minuti ti aspettatti…».

GM: «Sono tanti minuti, dieci, scusami».

SM: «Di che?».

GM: «Mi esprimo male a parole...».

SM: «La prossima volta fai un film per un appuntamento…».

Gian Maria Musarra, foto di Sergio Mangiameli

Lui intendeva “lungo la trazzera interna”. Vado avanti e lui corre dietro la macchina assieme al suo Rottweiler femmina. Osservo dallo specchietto. Chi è più disarticolato dei due, non so.

Arriviamo al bosco e parcheggio la mia fuoristrada.

GM: «Pensavo di perdere un femore…».

SM: «Vabbè, hai l’altro…».

Dobbiamo andare a fare un sopralluogo sul sentiero di Saro Ruspa, in alto, perché Gian Maria deve scegliere il sito più adatto alle riprese a Francesco Cafiso, il mostro del sax mondiale, per una clip estemporanea sulle lave dell’Etna.

SM: «Andiamo in macchina, così abbiamo più tempo lassù».

GM: «Va bene. Andiamo con la mia, che Sciara sbava e ti inonderespe la macchina».

Fa salire Sciara sulla sua Toyota, prende una pezza linda e profumata e le deterge il muso. Il cane mostra una pazienza infinita per un rito che conosce molto bene.

GM: «Sai, è la guarnizione che non tiene bene…».

SM: «Perché non le compri un catetere facciale?».

Le risate mandano in fuga i passeri.

Selfie ironico tra Musarra e Sergio Mangiameli

La Toyota di Gian Maria non è proprio nuova ma è l’unica macchina al mondo che, più passa il tempo, più ringiovanisce: le plastiche brillano, i tessuti centrifugati, i tappetini come garze sterili. Non ama la polvere, Gian Maria, e nemmeno i capelli lunghi, il disordine, Mario Biondi e Giovanni Allevi. Ma camminerebbe sui carboni ardenti per continuare a girare video a Giovanni Sollima, a Giuseppe Palmeri, e ora a Francesco Cafiso.

SM: «Ma tutta questa cenere, quassù, è polvere…» lo provoco.

GM: «Potrebbero pulirla, oppure buttare una bella colata di cemento, fare un resort spa con lava fluente per bagni caldi tutto l’anno».

Proseguiamo a piedi, veramente naufraghi nel mare di terra nera, tra onde cristallizzate di un’eruzione che ha rifatto la faccia di questa parte dell’Etna. E vedo i suoi capelli dal colore uguale alla sciara che ci ospita: il nero del basalto e il bianco dei licheni cotti al sole. Cominciamo a parlare di qualcosa che parte dalla nostra piccolezza di uomini e continua sull’età di mezzo che stiamo attraversando.

GM: «Quassù è l’esatta dimensione umana: infinitamente ridotta rispetto alla terra, al cielo, al cosmo. Quasi inutile, come gli animali, come Sciara, che non s’interroga e non sceglie. Il nostro peso più grande sta proprio in questo: trarre soddisfazione dalle scelte che abbiamo fatto, il doverci sentire forti nel tempo che passa, e realizzati».

Gian Maria Musarra e l'Etna, legame inscindibile

SM: «Mi fai pensare che i cinquant’anni siano zone di debolezza temporale. Come la terra ha le sue zone di debolezza crostale, in cui avvengono i terremoti e crescono i vulcani, così l’uomo, nel suo tempo, ha delle crepe in cui avvengono con facilità moti sconvolgenti, eruzioni di carattere incontenibili. I cinquant’anni».

GM: «Siamo piccoli e deboli, amico mio, ma enormi nell’anima, immortali, e forti nella mente, che può farci fare tutto. Dobbiamo scegliere ogni giorno chi essere: io, vicino al bordo dei cinquant’anni, non ho risolto niente in maniera definitiva, e, però, tutte le mattine ho un compito da risolvere. Ecco perché vengo spesso qui, in montagna: perché da quassù cerco prospettive diverse, l’inquadratura giusta, con i rapporti corretti tra questa vita, che è molto grande, e la mia».

Osservo la cenere vulcanica e i lapilli, che riempiono i ventri delle onde cristallizzate di questo mare di lava, così da apparire come impronte fossili di una pioggia di terra sulla terra stessa, nuova. E guardo oltre, la roccia vecchia coperta da serre verdissime, ricche di ginestre e querce, in cui non scorgo un solo granello di pioggia scura. Ho in mente sempre la traccia parallela tra l’uomo e la terra: tanto possono lasciare il segno gli eventi su una terra nuova, quanto su un bambino. Nei vecchi, le rughe, o gli alberi, non si contano più.

GM: «Che dici, va bene qui? Voglio riprendere Francesco (Cafiso) in soggettiva, con lo sfondo dei crateri sommitali». Si cala sulle gambe, inquadra con le dita chiudendo un occhio.

SM: «Forse dobbiamo spostarci ancora un po’ oltre…».

Sciara guarda entrambi, paziente e salivante.

GM: «Mi viene di chiedere scusa. Voglio chiedere scusa a tutti coloro a cui non ho dato la giusta cura che meritavano. Vorrei potermene andare in qualsiasi momento in pace con ciascuno di loro. Per questo prego e credo in Dio. E il mio Dio, io so che non è diverso dal tuo».

SM: «Sì, hai ragione, non è diverso, anche se io non prego e non credo alla Chiesa. E credo soprattutto all’uomo».

Risaliamo un’onda, che è quasi un cavallone e dopo troviamo il posto esatto.

Il punto esatto delle riprese di Musarra a Cafiso, foto di Roberta Scicali

GM: «La montagna ci insegna ad avere pazienza: abbiamo trovato il punto preciso. Lo abbiamo fatto in due, perché le cose migliori non si realizzano mai da soli».

SM: «Chissà che non sia la materia che dobbiamo imparare più di tutte le altre, la pazienza…».

Il giorno dopo, un giovane uomo nato a Vittoria ventinove anni fa e che è già un mito del jazz, improvvisa un’estemporanea col suo sassofono. In piedi, surfa su un’onda di una terra che ha più o meno la sua età. Uomo e lava. Francesco e l’Etna nella meraviglia della gioia di vivere. Nessun’ansia da prestazione, mai, né in montagna, né sui palchi di tutto il mondo, per Francesco: «Perché io sono sempre me stesso».

E questa nuova regia di Gian Maria Musarra, che diventerà a breve una clip mondiale di pochi minuti, che solo lui sa produrre, è musica inedita, sconvolgente e ammaliante, unica, che solo Francesco Cafiso sa comporre e suonare, dedicata al tempo della terra. Che è solo l’estemporaneo presente.

Francesco Cafiso durante le riprese di Gian Maria Musarra, foto Roberta Scicali


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 29 maggio 2018
Aggiornato il 14 giugno 2018 alle 19:36




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