sabato 25 maggio 2019

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«La fede è apertura al mondo, il bene della polis viene dai valori»

Sugnu sicilianu

Il vescovo di Acireale non si sottrae al dibattito sui migranti che infiamma l'Europa: «La questione è complessa, vanno coinvolti americani, russi e cinesi». Il presule difende il ruolo della Chiesa: «Attenti al sociale, i nostri ponti umanitari non sono astratte utopie». L'impegno della Diocesi con il progetto del parco culturale ecclesiale: «Un'opportunità di lavoro per i giovani»


di Salvo Fallica

«La questione dei migranti è una dimensione complessa, ha più volti, più aspetti ed anche più stadi. Quello dell'accoglienza della nave che arriva, seppur molto importante, è soltanto uno degli ultimi stadi conclusivi. Ma ve sono molti altri che sono allo stato attuale poco analizzati, e sono cruciali per capire uno dei fenomeni internazionali più delicati e complessi del mondo contemporaneo. Bisogna partire a monte. L'immigrazione non è solo lo sbarco e la collocazione di persone, è invece un processo che parte da lontano che va studiato nelle sue scaturigini».

Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e vicepresidente nazionale della Conferenza episcopale italiana, propone una interpretazione diversa della questione dei migranti, tema di stringente attualità. Ed in questo dialogo con Sicilymag affronta altri argomenti culturali, sociali ed etici di notevole rilevanza per i territori etnei e siciliani. Raspanti aggiunge: «La questione dei diritti umani, il rispetto della dignità delle persone, sono tutte questioni cruciali, sulle quali è nota la posizione della chiesa cattolica, di Papa Francesco e di noi vescovi. Fermarsi a questo, però, non basta, perché per tentare di trovare una soluzione ampia ad un tema importantissimo quale il fenomeno delle migrazioni bisogna analizzare una molteplicità di passaggi e di stadi. Certamente è compito dei governi trovare soluzioni politiche e sociali armoniche, ma serve uno sforzo degli intellettuali, del mondo sociale, per cercare di comprendere in maniera profonda le ragioni plurime di questo fenomeno che non ha un carattere semplicemente italiano od europeo ma interessa diversi continenti, anzi potremmo dire che riguarda il mondo nella sua globalità».

Mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale

Qual è la sua proposta?
«Una premessa: non ho le competenze per analizzare gli scenari di geopolitica internazionali, serve il contributo di studiosi ed analisti di questi ambiti per comprendere meccanismi sofisticati. Mi limito a porre all'attenzione dell'opinione pubblica e degli addetti ai lavori delle mie idee che ho maturato nel tempo. Spesso si fa l'errore di credere che il problema delle migrazioni riguardi il Nord Africa ed il Sud del Mediterraneo. È una visione parziale. Un’analisi più attenta ci mostra che non solo la provenienza dei migranti è estesa a diverse aree del continente africano e del Medio Oriente, e non riguarda solo zone in guerra ma aree caratterizzate da questioni sociali, economiche, religiose e politiche differenti. Unificare il tutto non permette di capire a fondo che non esiste una soluzione universale. È cresciuta nell'ultimo periodo l'attenzione al Sahel, una faglia geopolitica africana, luogo di tensioni e prove di forza, luogo di confine ed al tempo di transito, di passaggi e di contrasti. È un puzzle complesso ed articolato che va studiato a fondo. Alcuni passi sono stati fatti in questa direzione ma il lavoro da compiere è ancora molto lungo».

In Africa vi è una questione di utilizzo delle risorse, di enormi problemi di diseguaglianze fra ricchi e poveri...
«Certo, le risorse concentrate nelle mani di pochi accentuano il problema delle diseguaglianze, l'assenza di un ceto medio produttivo in molte parti dell'Africa è una questione dirimente, vi sono contraddizioni politiche, economiche e sociali. Problemi che hanno scaturigini storiche, anche le potenze internazionali hanno le loro responsabilità, ma pensare di attribuire colpe in maniera superficiale non risolve i problemi. La questione cruciale è creare nuove alleanze, nuove collaborazioni, nuove cooperazioni internazionali. Spesso si dice che l'Europa unita potrebbe rispondere molto meglio alle sfide ed alle contraddizioni del mondo contemporaneo. Ed in buona parte è vero, ma occorre anche avere in mente che sul piano geopolitico la questione delle migrazioni a livello internazionale potrà avere una soluzione se al tavolo del dialogo parteciperanno gli Stati Uniti, la Russia e la Cina. Sono queste le grandi potenze internazionali, coloro che possono incidere in maniera determinante. Leggiamo che la Cina sta continuando a fare grandi investimenti in diverse parti del continente africano. È immaginabile pensare di trovare una soluzione ampia, razionale, incisiva, concreta, senza dialogare con la Cina? Pongo queste domande agli esperti, spero che nasca un dibattito internazionale su questi temi. Ed auspico che vengano coinvolti molti studiosi, analisti, perché la competenza è un valore. Le soluzioni improvvisate lasciano il tempo che trovano. Magari possono dare l'illusione di soluzioni invece sono delle toppe inadeguate, destinate a cadere».

Qual è il ruolo dell'Europa?
«L'Europa ha molti problemi, che derivano anche dall'indebolimento della sua identità, aver dimenticato le sue radici cristiane non è stato un fatto laico ma di radicale laicismo. Un atteggiamento ideologico privo di anima che ha dimenticato che l'Europa è nata dall'incontro della cultura greco-romana con la tradizione giudaico-cristiana. L'Europa è anche nata dall'incontro di culture fra Occidente ed Oriente, è un crogiolo di civiltà delle quali la Sicilia è uno degli esempi più originali. Comunque, non bisogna cedere al catastrofismo, l'Europa ha ancora delle importanti carte da giocare, è uno dei luoghi dove si vive di più e meglio al mondo, anche per i sistemi di welfare. Non è un caso se da diverse parti del mondo in molti vogliono venire a vivere proprio in Europa».

Diverse voci critiche si levano contro la chiesa cattolica italiana, vi accusano di aiutare più i migranti che gli italiani. Qual è la sua opinione?
«È semplicemente un falso storico, fermo restando il principio evangelico dell'aiuto al prossimo senza alcuna distinzione di cultura, religione, colore della pelle od appartenenza etnica, la chiesa cattolica è la realtà più vicina agli italiani che soffrono. Non solo ai più poveri ma anche a tanti cittadini del ceto medio che hanno perso il lavoro o si sono impoveriti per la diminuzione del reddito. La chiesa ed il mondo del volontariato non solo sono un efficace sistema di welfare ma creano anche le condizioni per il reinserimento nel lavoro delle persone. Per questo abbiamo lottato contro l'ingiusta tassa sul volontariato, ed il nostro messaggio è passato in tutta la sua chiarezza. La chiesa cattolica è vicina ai deboli ed a coloro che soffrono, cerca di dare solidarietà a tutti, ovviamente nei limiti delle proprie risorse. Anche nei casi di calamità la chiesa è sempre in prima linea».

Viene contestato alla Chiesa di essere per una linea di “accoglienza illimitata”. Come stanno le cose?
«La nostra è una posizione umanitaria ma realistica ed equilibrata. Se si pone attenzione agli interventi di papa Francesco e di noi vescovi degli ultimi anni, non si è mai parlato di accoglienza illimitata ma nei limiti delle possibilità delle società europee. L'accoglienza deve essere dignitosa altrimenti si condannano le persone alla marginalità. Noi non trascuriamo nemmeno i problemi della sicurezza. Una cosa è salvare la vita di persone in un mare in tempesta, altra cosa è l'accoglienza illimitata. Bisogna uscire dalle polemiche e costruire ponti, ma i nostri ponti umanitari non sono astratte utopie ma visioni concrete. La nostra è una posizione di responsabilità, equilibrata. E non vogliamo entrare nelle contrapposizioni politiche, che non servono a risolvere i problemi».

Nonostante le polemiche e le contrapposizioni la Sicilia rimane un'avanguardia di accoglienza. È un fatto storico?
«Certamente, il popolo siciliano è un popolo aperto al mondo, solidale ed accogliente. Vi sono luoghi del Nord, però, dove vi sono famiglie e realtà che accolgono più migranti che in Sicilia. In Italia l'accoglienza e la solidarietà sono valori diffusi. Non è questione di area geografica. Aggiungo che i migranti lasciati nella marginalità, abbandonati a sé stessi, diventano un problema di ordine pubblico e questo crea allarme sociale. Dunque, anche su questi punti occorre equilibrio. Il rispetto della legalità vale e deve valere per tutti, non vi sono scusanti che tengano».

È preoccupato per il Sud d'Italia?
«Certamente, sono preoccupato per i tanti Sud d'Italia. Noi non possiamo voltare lo sguardo dinanzi a tante persone che soffrono, tanti connazionali che non hanno un lavoro, intere famiglie ridotte alla povertà. Su questo vi sono dei gravi ritardi, errori compiuti dai vari governi. Serve una cultura del lavoro, nuovi investimenti produttivi, una seria formazione. La gente ha bisogno di un lavoro vero non di assistenzialismo. Abbiamo già avuto modo di vedere quante volte in Italia, ed in particolare nel Sud ed in Sicilia, l'assistenzialismo abbia prodotto danni al sistema sociale. All'inizio si dà l'illusione di aver risolto un problema, con il passare degli anni l'assistenzialismo condanna le persone alla marginalità rispetto ai processi produttivi, indebolisce lo spirito di dinamismo costruttivo, distoglie dalla ricerca di una via più solida. Spero che su questi temi vengano adottate serie politiche del lavoro. Altrimenti fra qualche anno vedremo l'aggravarsi delle condizioni di chi magari viene illuso per un periodo della sua vita».

Qual è la vostra azione?
«Vede, noi nel nostro piccolo, stiamo puntando sulla formazione, sulla creazione di un contesto favorevole alla nascita di nuove imprese. Nella nostra Diocesi di Acireale abbiamo dato opportunità a giovani e meno giovani, facendoli incontrare con imprenditori e manager. Formando non solo i giovanissimi ma anche coloro che non più giovani sono stati espulsi dai sistemi produttivi. Vi sono timidi segnali ma vi è ancora molto da fare. La nostra azione di volontariato sociale è dunque fusione di welfare e creazione di una visione di cultura economica innovativa, insomma il contesto razionale e concreto dello sviluppo ma le nostre risorse sono limitate. La strada è in salita, a volte gli ostacoli ci sembrano troppo grandi ma andiamo avanti guardando con fiducia al futuro. Debbo dire che diversi imprenditori illuminati, eccellenze siciliane e del Nord d'Italia dialogano con noi per aiutarci in questo percorso positivo. Se i governi a tutti i livelli, e soprattutto l'esecutivo nazionale, destinassero più fondi alla creazione delle infrastrutture materiali ed immateriali, giungerebbero risultati migliori».

Un'altra immagine di Mons. Antonino Raspanti

Come procede il parco culturale ecclesiale?
«Procede con gradualità ma già veniamo studiati anche da docenti universitari. Abbiamo dato vita al parco culturale ecclesiale della Diocesi di Acireale. Si tratta di un territorio ricco di beni storico-architettonici, monumentali ed ambientali. Un territorio pieno di una pluralità di bellezze naturalistiche e paesaggistiche, culturali, che rappresentano un unicum, dal mare Ionio all'Etna, dal barocco acese al castello di Calatabiano, alle gole dell'Alcantara, solo per citarne alcune. Non solo beni religiosi ed ecclesiastici, in primis le splendide chiese, ma percorsi naturalistici, paesaggistici e culturali, vissuti con la visione di un turismo esperienziale legato agli aspetti spirituali, estetici ed antropologici dei luoghi».

La basilica dei SS Pietro e Paolo e la Cattedrale, cuore della Diocesi di Acireale

Qual è la filosofia di fondo che anima questo progetto?
«Si vogliono unire tradizioni storiche, religiose, sociali, economiche, che valorizzino l'artigianato, l'agricoltura, i beni culturali, ed i territori nel loro insieme. Beni culturali, turismo, innovazione tecnologica. Il tutto con una visione d'insieme ispirata ai valori dei luoghi, con una chiave spirituale ed esistenziale. Inoltre, i giovani che creano le loro start-up nell'ambito del turismo e dei beni culturali possono interagire con il parco culturale ecclesiale. È un progetto in fieri, in divenire, fra i pochi in Italia. Vedo che vi è la risposta positiva di diversi giovani. Presto presenteremo nuove idee. Intanto lavoriamo sulla formazione. Spero che l'opinione pubblica supporti questi progetti di crescita. Crediamo nella cultura, nella forza dell'etica, i valori religiosi sono una guida nel mondo. Il cristianesimo è una religione incarnata, Cristo si è fatto uomo, la chiesa cattolica non può che essere vicina alle persone, agire nel sociale. Vi è una lunga tradizione del cattolicesimo sociale che va in questa direzione, il nostro compito è quello di innovarla. Viviamo in un mondo tecnologico, dobbiamo studiarlo, conoscerlo, viverlo, e stare vicini alle esigenze delle persone. La spiritualità è anche cura del mondo, degli altri, del prossimo. Il nostro compito è testimoniare e vivere il Vangelo, guardare nel volto dell'altro e riconoscerne la profonda umanità. Le fede è apertura al mondo, non chiusura. È attenzione al sociale. Testimoniare i propri valori è anche operare concretamente per costruire il bene della comunità, della polis».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 25 febbraio 2019
Aggiornato il 07 marzo 2019 alle 23:04





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