Recensioni L'Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa ha aperto la 61a stagione di teatro classico con un concept ispirato agli sconfinamenti dedicati alle donne ed alla loro “superiorità” morale nei confronti degli uomini. E se l'"Alcesti" di Euripide, con la regia di Filippo Dini, sovrasta in nobiltà d'animo anche il più eroico cavaliere donando la vita per amore, con l'“Antigone” di Sofocle - che chiude la trilogia tebana di Edipo e della sua stirpe – Robert Carsen, cui è andato l'Eschilo d'oro, ci restituisce una pasionaria che sfida i rigidi steccati della legge umana
Con un concept ispirato agli sconfinamenti, l’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa, per la sua 61a stagione di teatro classico, si permette il lusso di varcare i confini stretti fra la tragedia e la commedia, ed osa “aprire le danze” con un dramma satiresco (o forse no), quell’“Alcesti” di Euripide che dal lontano 438 a.C. rappresenta un perfetto “crossover” ante-litteram dove la tragedia non è vera tragedia e la commedia si insinua nei fatti luttuosi in divenire. C’è pure chi lo ha chiamato dramma “prosatiresco” perché né una tragedia può avere un lieto fine né un dramma satiresco senza satiri in scena tale si può considerare.
Comunque sia, la messinscena di “Alcesti” firmata da Filippo Dini sul testo tradotto da Elena Fabbro, co-produzione dell’Inda con il Teatro Stabile del Veneto dallo stesso attore e regista genovese diretto, con la sua natura ibrida sostituisce, una tantum, la tradizionale commedia che il Teatro Greco siracusano solitamente ospita alla fine della stagione classica e in questo voler sparigliare le carte di un ordine tradizionale delle rappresentazioni, ha “alzato il sipario”, sabato 8 maggio, sul cartellone 2026 del più antico teatro d’Occidente.

Deniz Ozdogan (Alcesti), foto Franca Centaro
Gli sconfinamenti dell’esistenza sono dedicati dall’Inda ancora una volta alle donne ed alla loro “superiorità” morale nei confronti degli uomini. E se Alcesti sovrasta in nobiltà d’animo anche il più eroico cavaliere donando la vita per amore del marito Admeto, l’“Antigone” di Sofocle – in scena dal 9 maggio nella rilettura del regista canadese Robert Carsen a chiusura della trilogia tebana anticipata dai successi di “Edipo re” (2022) e “Edipo a Colono” (2025) – ci restituisce una pasionaria che addirittura osa sfidare i rigidi steccati della legge umana dell’autocrate di turno – in questo caso il prozio Creonte – rivendicando, con un coraggio tutto femminile, la superiorità delle leggi non scritte degli dei e della famiglia assicurando, nonostante fosse vietato pena la morte, sepoltura al fratello Polinice, ucciso dal fratello Eteocle nell’assalto a Tebe per togliere il comando al congiunto, e per questo considerato, anche da morto, nemico della patria.

Camilla Semino Favro (Antigone), foto Tommaso Le Pera
E considerato che di soglie varcate stiamo parlando, come ormai di recente consuetudine, prima ancora della prima messinscena, l’Inda si è già proiettata al prossimo futuro annunciando titoli e registi della prossima stagione 2027, la 62a. Il sindaco di Siracusa Francesco Italia, nelle vesti di presidente dell’Inda, il consigliere delegato Marina Valensise, e il sovrintendente Daniele Pitteri, hanno annunciato che dal 7 maggio al 27 giugno del prossimo anno andranno in scena “Le troiane” di Euripide per la regia del greco Theodoros Terzopoulos nella traduzione di Alessandro D’Avenia, “Filottete” di Sofocle per la regia di Luca Micheletti nella traduzione di Walter Lapini e (udite! udite!) “Uccelli” di Aristofane, la prima volta di Davide Livermore (presente a teatro) a Siracusa con una commedia, nella traduzione di Mauro Bonazzi.
E sconfinamento alla massima potenza è la notizia che il quotidiano “La Sicilia” con Monica Cartia dà oggi di un Peparini quater anche nel 2028 con il nuovo classic show su “Medea” affidato nientepopòdimeno che al premio Oscar Whoopy Goldberg, già turista aretusea lo scorso anno e neo attrice nazionalpopolare dopo il cameo dei mesi scorsi nella soap Made in Naples “Un posto al sole”.
“Alcesti”, quando l’amore vince sulla morte
Può la morte irrompere a gamba tesa anche in un contesto di ricchezza e opulenza? Ad accogliere il pubblico sono alcune fanciulle placidamente impegnate a prendere il sole a bordo piscina, mentre una formale servitù in livrea si preoccupa che tutto sia lindo e ordinato. La reggia di Admeto e Alcesti, nella scena firmata da Gregorio Zurla, è il classico villone dove ciò che conta è chi sei, cosa hai e non che cosa sei. A sottolineare questo rigore formale gli eleganti costumi di Alessio Rosati.
Apollo, dio del sole e delle arti (un doratissimo Alessio Del Mastro), dall’alto della villa dà subito le coordinate di ciò che accadrà.

Alessio Del Mastro (Apollo in “Alcesti”), foto Franca Centaro
Il trombettista sardo Paolo Fresu arriva scalzo sulla scena in abito scuro e gli stessi fregi dorati del dio Apollo e con la sua colonna sonora calibrata su melodie sospese, rende suono la missione artistica e morale del figlio di Zeus, il suo senso dell’equilibro che nella reggia di Admeto, a Fere in Tessaglia, ha prevalso da quando in quella dimora vive, lui divino costretto dal padre a fare da servo in una residenza di umani.

Paolo Fresu in “Alcesti”, foto di Maria Pia Ballarino
C’è troppa quiete, quasi stantia, in queste fasi iniziali. E’ solo quando Apollo deve ricambiare l’ospitalità di Admeto, riuscendo ad ottenere dalle Moire che il re non morisse purché qualcuno lo facesse al suo posto, che entra in gioco l’aspetto tragico dell’opera che si movimenta di conseguenza. Logica vorrebbe che fossero gli anziani genitori di Admeto (un ispirato Aldo Ottobrino) a offrirsi di morire al posto del figlio, ma così non è. Sarà la moglie Alcesti a offrirsi a patto che lei resti l’unica donna di suo marito anche da morta. «Da viva sei stata la mia donna, anche da morta lo sarai» sancisce il patto familiare Admeto. «Il tempo ti consolerà, lascio la vita a te» ribadisce con voce strozzata e straziata la donna – incarnata dall’attrice di origine turca Deniz Ozdogan, intensa sì ma non troppo nel dare voce e corpo al sofferto gesto d’amore che sovverte ogni regola costituita, la quale inscena una lunga e melodrammatica agonia, con tanto di flebo strappata per dar corso alle cose.
E’ una morte drammaticissima quella di Alcesti, per asfissia: quando l’anima della donna lascia il corpo mortale, e viene carpita dalle belve feroci al servizio di Thanatos – l’ottimo Luigi Bignone, un andreottiano e gracchiante nerd con tanto di impermeabile e cartelletta da contabile dell’aldilà -, sarà un folgorante canto salmodiante, che Ozdogan interpreta intensamente, ad accompagnare il rito funebre. Come sottolineato dal regista Dini, quattro secoli prima di Cristo, una donna straordinaria si sacrifica per amore per poi tornare in vita dalla morte.
Fresu con il suo flicorno incanta suonando il canto accorato della vita che se ne va. «Ciò che ho composto per Alcesti – dice – è l’esternazione del canto interiore che diviene coreutico. Un suono puro che si addiziona e che esplode amplificando i sentimenti». Fresu discende le scale del teatro greco aretuseo come per accompagnare verso l’Ade l’anima di Alcesti, in un saluto lungo e appassionato che strappa l’applauso. Peccato che Fresu non sarà presente alle repliche: fortunato chi lo ha potuto ammirare alla prima, sarà un’assenza che si noterà.
Ed ecco, come per incanto, come nelle migliori fiabe, senza essere calato dall’alto, ma gongolante su una prosaica bicicletta, arriva il deus ex machina di Alcesti, Eracle, che giunge a Fere per prendersi una meritata pausa dalle sue leggendarie 12 fatiche e chiede ospitalità a Admeto. Dini, da buon direttore del Teatro del Veneto, affida al bravissimo Denis Fasolo, che tiene le sorti della parte comica dell’opera, le seguenti regole d’ingaggio: Eracle è un culturista veneto un po’ naif, molto sopra le righe, amante del buon vino, un po’ spaccone, come tutti i maniaci della forma fisica, ma dall’animo semplice, quindi pronto a mettersi a disposizione di chi ha bisogno. «La mia dimora non sa respingere un ospite» risponde Admeto, nonostante il lutto. «L’uomo di valore coltiva il rispetto» ribatte il coro che in una sorta di messa cantata ribadisce poi le lodi di Alcesti, la migliore donna fra tutte: «Addio figlia di Pelia, sii felice nelle case oscure di Ade dove ora abiterai».

Denis Fasolo (Eracle), foto Franca Centaro
Nello switch continuo fra dramma e commedia, Dini si assicura anche un cameo in scena interpretando Ferete, padre di Admeto, colui che non volle morire al posto del figlio. Con occhiali da boss, Ferete rende omaggio alla nuora morta – «Possa tu essere felice in Ade» – suscitando l’ira del figlio che dall’alto della reggia declama il mancato rispetto da parte del padre. Lo scontro accesso fra padre e figlio è indubbiamente la parte migliore della messinscena teatrale di Dini. Ma da una fase da premiare a pieni voti, si passa quasi senza soluzione di continuità ad un’altra gravemente insufficiente. Passi il tono regionalistico di Eracle che ben accompagna l’esuberanza del personaggio, ma relegare alla macchietta vernacolare da rivista il confronto fra il servo che parla barese (Bruno Ricci) e il goldoniano Eracle, anche no. Meno male che per un attimo il pubblico viene distratto verso l’alto dal passaggio verso nord di due stormi di eleganti fenicotteri.
Nei movimenti di gruppo, diretti da Alessio Maria Romano, l’Alcesti di Dini trova la sua dimensione migliore, a partire dal corteo funebre e fino all’intenso omaggio delle donne di Fere alla tomba della loro regina. Il coro, guidato da Carlo Orlando, è composto da Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli. In scena anche gli allievi dell’Accademia d’arte del dramma antico.
Tornata in scena bendata, portata di peso dal gigante buono Eracle/Fasolo, che l’ha sottratta al regno dei morti, la piccola Alcesti/Ozdogan, senza proferire parola, ancora lacera dopo aver subito il rude trasporto agli inferi da parte delle fiere di Thanatos, dà la chiusa all’opera, omaggio muto alle tante donne che non hanno avuto la fortuna di tornare indietro dalle barbarie subite. «Penso alla tragedia di Euripide – sostiene Dini – e non posso non pensare, oggi, al percorso della donna nella storia, alla sua evoluzione, alle sue tragiche morti quotidiane, alla sua possibilità di tornare indietro dall’orrore e poter affrontare finalmente, l’oggetto del suo infinito amore».
“Alcesti” rimarrà in scena a Siracusa fino al 6 giugno per poi partire in una tournée nazionale: dal 3 al 5 luglio al Teatro Grande di Pompei; il 17 e 18 luglio al Teatro Romano per il Teatro Ostia Antica Festival e il 17 e 18 settembre al Teatro Romano di Verona per l’Estate Teatrale Veronese.
La galleria delle immagini di Alcesti
La 61a stagione classica dell’Inda
“Antigone”, una donna risolleverà il mondo antico
Welcome back mr. Carsen! Bentornato a Siracusa al regista canadese, re incontrastato della Tragedia con laT maiuscola, impegnato a portare a compimento, con la sua “Antigone”, la trilogia tebana di Sofocle, che aveva registrato due successi folgoranti nel 2022 con “Edipo re” (miglior spettacolo alle Maschere del teatro 2023 assegnate a Catania) e lo scorso anno con “Edipo a Colono”. La sfida non era da poco anche perché il pubblico del Teatro greco di Siracusa aveva ancora forte la memoria di due interpretazioni da incorniciare di Giuseppe Sartori nel ruolo di Edipo. E’ da un anno, quando la chiusura delle trilogia fu annunciata, che si ragiona su chi sarebbe caduto onere e onore di incarnare la ribelle per antomasia del teatro antico. Carsen ha scelto la napoletana Camilla Semino Favro – una carriera a tutto tondo la sua fra cinema, tv e teatro – che ha affrontato con il giusto rigore la forza al limite della tracotanza della giovane protagonista che deve affrontare la sfida più grande della sua vita, quella di trasgredire gli ordini di Creonte, il despota della sua città, Tebe, che per editto ha vietato, pena la morte, di dare sepoltura a Polinice, anch’egli figlio di Edipo come Antigone, che aveva attaccato la città per sottrarla al comando del fratello Eteocle. La prima è la prima, si sa, e l’attrice, forse condizionata dai 5 mila che dagli spalti pendevano dalle sue labbra, non sempre riesce a esternare al meglio la “mission impossible” di Antigone. Siamo certi, però, che avrà tempo e repliche per rifarsi.
Creonte, un ottimo Paolo Mazzarelli che torna nel ruolo dell’autocrate tebano, non urla il suo potere ma lo schiaffa in faccia a chiunque osi contraddirlo. Il popolo di Tebe ha paura del suo tiranno e questa sudditanza estrema sulla scena ha la forza di un coro affidato alla presenza rassicurante del capo coro Rosario Tedesco e delle corifee Elena Polic Greco e Maddalena Serratore.
Flashback/1 “L’Edipo re” del 2022
Robert Carsen conquista Siracusa con la passione di Edipo, il re che non doveva sapere
Carsen riparte da Carsen e dalla sua squadra, dal suo traduttore di fiducia Francesco Morosi, dal costumista Luis Carvalho, dal compositore Cosmin Nicolae per le musiche, dal coreografo Marco Berriel per i movimenti del coro, da alcuni attori già impegnati nelle altre due rappresentazioni (Paolo Mazzarelli/Creonte, Rosario Tedesco, il capo coro, Graziano Piazza/Tiresia) e dalla ormai “iconica” (qui è il caso di usare un aggettivo abusato) scalinata, unica scenografia ammessa, vera protagonista della trilogia grazie alle scene del rumeno Radu Boruzescu. In “Edipo re” era grigia, come un freddo palazzo del potere, in “Edipo a Colono” era verde come il bosco di Colono dove l’ex re sparì fondendosi con la natura. Adesso è nero fumo, ed è crivellata dai colpi della guerra civile che Tebe ha subito con lo scontro fratricida e suicida fra i figli maschi di Edipo, Eteocle e Polinice. Boruzescu: «La scala monolitica è distrutta dalla guerra appena conclusa. Con i segni delle raffiche di proiettili, con i giovani morti che devono essere sepolti. L’agorà si trasforma in un cimitero».

Il momento iniziale dell’Antigone, foto Maria Pia Ballarino
Il muto inizio di “Antigone” è angosciante ma calamita l’attenzione: gli eserciti contrapposti depositano i loro morti sotto un tamburo funebre da campo e le luci glaciali della guerra. Solo uno avrà la sua degna sepoltura, ed è Eteocle omaggiato con tutti gli onori da Creonte. Quando arrivano sulla scena le sorelle Ismene (Mersila Sokoli) e Antigone parte il duello fra la saggezza delle donne – quella misurata di Ismene e quella folle di Antigone – e il cieco potere fine a se stesso degli uomini. «Noi siamo donne e non possiamo combattere contro gli uomini» è la timida postura di Ismene; «Io e la mia follia affronteremo questo azzardo» è la risposta impavida di Antigone.
C’è forse troppa contemporaneità nella lettura di Carsen del dittatore Creonte, uomo di principi declamati senza se e senza ma, e la cui unica parentesi di bellezza è la silente ed elegante moglie Euridice (una statuaria ed elegante Ilaria Genatiempo) al suo fianco. Impossibile non pensare a Trump e a Melania: «Chi alla patria preferisce un parente non vale nulla (…) Pensate che gli dei onorino i malvagi? (…) Se il mio ordine non viene eseguito non sono un uomo» sono le risposte del’insensibile Creonte alla “folle” richiesta di Antigone di seppellire il fratello Polinice, ed il “Got mit uns” dei nazisti o “Il “Dio, patria e famiglia” dei fascio-sovranisti è lì, servito. «Io non sono nata per condividere l’odio ma l’amore» ribatte senza peli sulla lingua Antigone.
Ed il coro, vero protagonista nella visione poetica di Carsen del palcoscenico, ammalia e conquista perché fa il coro – declama, canta, danza, piange per la cattura di Antigone «figlia infelice di un padre infelice», tutto con una voce sola e in prima persona, entità unica e indivisibile. Stupenda la scena che cita Hitchcock quando si richiamano gli uccelli che assaltano i cadaveri.
La forza di Robert Carsen è che grazie a lui il teatro “sa” di teatro, è vivo palcoscenico narrante, al di là del tempo e delle visioni sceniche di riferimento. E se tra “Edipo re” e “Edipo a Colono” Carsen ha narrato con straziante poesia – grazie alla superba interpretazione di Giuseppe Sartori – l’evoluzione dal declino all’estasi di un uomo che ha visto stravolto il suo destino, qui in “Antigone” la narrazione è ancora più lacerante dove l’ingiustizia della condanna di Antigone sembra solo affermare la forza prevaricante dell’odio. Sarà il contrasto irreversibile con un ex fedelissimo, il figlio Emone (un bravo Gabriele Rametta) il primo grimaldello contro la coriacea ottusità di Creonte, perché per il giovane promesso sposo di Antigone cambiare opinione non vuol dire vergogna e nessuna città è di un uomo soltanto. Rincarerà la dose il veggente cieco Tiresia (ancora una volta uno strepitoso Graziano Piazza, vero idolo del pubblico siracusano): «L’uomo che cerca rimedio non è uno sciocco».
La notizia poi del suicidio di Emone davanti al cadavere di Antigone, con conseguente suicidio della madre di lui Euridice, annienta ogni residua malvagità di Creonte che risale la scalinata conscio della proria sconfitta. E come fu per Edipo, al di qua della scalinata si inseguono i tragici confini della realtà, mentre al di là si afferma la sofferta libertà di chi si rende conto troppo tardi di non aver saputo interpretare la giustizia e di aver procurato dolore e morte delle persone più care.
Flashback/2 L'”Edipo a Colono” del 2025
Un’ovazione finale ha salutato la messinscena ed ha incoronato Robert Carsen come “re” del Temenite. E non a caso a Carsen, al termine dello spettacolo, è stato consegnato l’Eschilo d’Oro 2026 con la seguente motivazione: “Per la straordinaria capacità di coniugare un rigoroso rispetto del testo classico con una visione scenica audace, originale e di respiro universale. Con il suo debutto al Teatro Greco di Siracusa, con “Edipo Re” e successivamente con “Edipo a Colono” e “Antigone”, Robert Carsen ha saputo tessere i tre drammi sofoclei dedicati a Edipo in un’opera unitaria di rara potenza visiva e intellettuale. Attraverso una regia fedele all’anima del mito ma capace di parlare al presente, ha trasformato la scena antica in uno spazio di riflessione stupefacente e contemporaneo. Per questa trilogia-capolavoro, che onora la tradizione tragica rinnovandone la forza catartica, l’Istituto nazionale del dramma antico gli conferisce l’Eschilo d’oro 2026”.
Il regista canadese, emozionato per la bella sorpresa, ha voluto ringraziare tutta la squadra che ha reso possibile la trilogia, compresi i ragazzi allievi dell’Accademia d’arte del dramma antico che hanno dato peso e sostanza al coro. Carsen: «I Greci, attraverso la loro filosofia e il loro teatro, ci insegnano ancora e ancora che possiamo spezzare i cicli di odio e incomprensione solo attraverso l’amore e la comprensione. In un mondo in cui i leader hanno deciso che la forza fa da padrona, quei valori diventano molto difficili da trovare, e abbracciarli richiede sempre più convinzione e coraggio. Antigone ha sempre riguardato il presente, forse ora più che mai…». Lo spettacolo resterà in scena fino al 5 giugno.

L’Eschilo d’oro a Robert Carsen, foto Maria Pia Ballarino
La galleria delle immagini di Antigone
Prossimi appuntamenti
Il 13 giugno debutta al Teatro Greco di Siracusa Àlex Ollé, regista catalano fra i fondatori della Fura dels Baus, che dirigerà “I Persiani” di Eschilo nella traduzione di Walter Lapini. Nel cast, tra gli altri, Anna Bonaiuto nel ruolo della regina Atossa, Alessio Boni (al suo debutto siracusano) in quello dello spettro di Dario, Giuseppe Sartori sarà il messaggero. Ultima replica il 28 giugno. Il 14, il 16, il 18, il 20 e il 26 giugno tornerà l’“Iliade”, il classic show di Giuliano Peparini con Vinicio Marchioni nel ruolo dell’aedo, Giuseppe Sartori in quello di Achille, e, novità di quest’anno, Alessio Boni in quello di Priamo.
Flashback/3 L'”Iliade” del 2025
Addio classic show: a Siracusa Peparini ingabbia l’Iliade dentro la comfort zone del teatro








































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