martedì 23 luglio 2019

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La piuma bianca

Il confine non esiste

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Il nano Dotto è andato via, ha abbandonato i suoi sei compagni dalla scrivania di Annamaria, la veterinaria. E' andato da don Ugo per suggerirgli un discorso funebre che si chiude con queste parole: «La pace sta nel sentire gli altri che ci sono e ci sono stati esattamente come parte di noi stessi


di Sergio Mangiameli

Fu una mattina ventosa, che Dotto se ne andò. A Milibranti, i rondoni avevano appena scarabocchiato il cielo limpido di vertigini scure, urlanti. Al dodicesimo rintocco slabbrato dallo scirocco, dalla scrivania del medico, Dotto con semplice perizia si scrollò anni di fissità, guardò con sufficienza gli altri sei nani, scrutò la boccuccia di rosa, perfettamente esatta, di Biancaneve e mosse il primo passo verso il bordo.

La dottoressa Annamaria Litello, veterinaria con simpatia verso i bambini e le favole, non si lasciò affatto sorprendere dalla cosa, e con la coda dell’occhio interrogò in silenzio il suo nano in fuga.

«Devo andare. Lei, che ha gli occhi azzurri come i miei, può capirmi».

Il nano Dotto

L’Husky si voltò di scatto, sentendosi preso in causa, avendo sentito le parole di Dotto chiaramente. Il suo giovane padrone era connesso a WhatsApp, lobotomizzato per qualsiasi forma di percezione sensoriale, che non fosse stata a cristalli liquidi.

Annamaria non gli disse «dove» né «perché». Solo un sussurro: «Torni?».

L’Husky rimase attentissimo.

Dotto allargò le piccole braccia goffe, si voltò, si diede la spinta e, con eccezionale abilità, compì un salto preciso sulla tastiera del pc e poi con due agili balzi fu sul davanzale della finestra aperta. Si tuffò nella luce e scomparve.

Quando lo sguardo di Annamaria incontrò quello dell’Husky, avvennero due cose nello stesso tempo: un ululato, come di allarme, e la caduta degli occhiali da vista sul pavimento. Il giovane lobotomizzato fece pat-pat con la mano sinistra sul petto del suo cane dagli occhi azzurri, mentre con quella destra non smetteva di zappare sillabe storte su WhatsApp.

Alla fine della visita, Annamaria passò lo sguardo sul monitor per trasferire i dati nella cartella clinica dell’Husky, ma si bloccò a leggere la frase, rimasta così, dal passaggio di Dotto.

Spense il pc, lo richiuse, lo infilò nella borsa e andò via abbassando la saracinesca, che l’ultima visita era appena finita.

Milibranti era un paese antico, dove si conoscevano tutti. Quel pomeriggio alle quattro, le campane cambiarono tocco e annunciarono il funerale della preside storica del liceo: una donna di cultura eccezionale. La chiesa era stracolma. Annamaria trovò posto nella penultima panca, a sinistra.

Quando don Ugo attaccò “Nel nome del padre, del figlio…”, Annamaria vide Dotto, tra le gambe delle persone in piedi, correre rapido verso l’altare. E poi quel che vide la obbligò a portarsi la mano destra sulle labbra, attentissima a non perdersi un momento di quel che stava per cominciare.

Solo lei poté osservare Dotto arrampicarsi sui paramenti di don Ugo, sedersi proprio sulla stola e mettersi comodo per suggerire un discorso che venne fuori fluido e dirompente come un fiume, chiaro come l’acqua.

Don Ugo parlò di cultura sensu lato, senza distinzione tra scienza e umanesimo; disse che cultura significa accettazione e unità, che non esistono le razze umane e nemmeno le preferenze di sesso per definire una persona, e nemmeno quelle di genere: che al posto suo potrebbe starci benissimo una donna, a dire messa; che il vero uomo è quello che sa onorare la propria compagna (disse proprio “compagna”), soprattutto nei momenti di tensione; che la scelta di aborto non è peccato; che dovremmo dare più ascolto ai bambini, sentire l’ambiente come casa nostra e trattare gli animali con più rispetto; disse pure di considerarci, noi uomini, arrivati nell’ultimo minuto dell’ultimo giorno dell’anno, quando il primo gennaio è nata la Terra; e poi concluse con un concetto semplicissimo: «Ci fu un tempo di quattordici miliardi e mezzo di anni fa, in cui tutti noi, l’universo e il pensiero e l’immaginazione, Tutto, era compreso in uno spazio più piccolo di un atomo e di massa infinita. La pace sta nel sentire gli altri che ci sono e ci sono stati esattamente come parte di noi stessi. Andiamo». Concluse così don Ugo.

In quel momento, l’ululato lontano finì. Dotto rotolò giù. E la messa terminò nel comprensibile subbuglio generale.

Annamaria pose lo sguardo sul vecchio marito della preside, commosso, ma quasi felice. Allargava le mani a chi si avvicinava e sorrideva in un pianto sommesso, dove qualsiasi parola adesso sarebbe annegata.

Pensò che ci sarebbe andata alla fine di tutti, a fargli le condoglianze, e rimase con gli occhi a fissare il rigo sospeso della mattina, rimasto nel pc con quella frase: “Il confine non esiste”.

Sorrise e sentì qualcosa cadere nella tasca del giaccone. Lo guardò tra le proprie dita. Tornato.

Fuori, i rondoni di Milibranti si divertivano a stupire con traiettorie impensabili.

***

Pomeriggio di aprile, liberamente tratto dall’evidente mancanza del nano Dotto dalla collezione dei Sette Nani, presente sulla scrivania di uno studio pediatrico. Si ringrazia "Paidos", periodico dell'Acp Associazione culturale pediatri della provincia di Catania


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 maggio 2019




Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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