martedì 12 dicembre 2017

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Momenti di parole

Il caporalmaggiore Saverio

Blog

Saverio fece carriera, si ritrovò al comando di quella che ironicamente chiamava “la mia sporca dozzina” che al pari di quella cinematografica annoverava un assortimento umano variegato e strampalato: il pastore Usai, i tre Podda Graziano, Sanna, Scasu, Ghisu, Cherchi, Collo, Catamalfano e Iannello che, essendo emigrato in Belgio, dava un tocco di internazionalità alla brigata


di Daniela Robberto

Gennaio 1984. Era arrivato il giorno in cui anche Saverio, l’irriverente, il difficile da intruppare, l’incarnazione di scanzonato e ingovernabile anticonformista, avrebbe dovuto fare i conto con la naja. Era questo il servizio militare di leva che a quei tempi obbligatoriamente formava i giovani maschi italici all’amore di Patria, prodiga dispensatrice di valori e severa forgiatrice dell’identità di un popolo. In quella mattina piovigginosa, dove le raffiche battenti cristallizzavano con il loro alito gelido le gocce di pioggia sui vetri delle finestre, in una Palermo dove ancora l’inverno era freddo da cappotto, vestito di tutto punto comunicava a sua madre la partenza alla volta del CAR di Trapani. Ella, che di militari se ne intendeva perché aveva sposato un ufficiale dell’Esercito, indugiava al tepore delle coltri notturne, ancora molto lontana al pensiero di levarsi che tanto aveva pochissimo da fare, ricambiava il saluto a un figlio che andava alle armi. Intingeva l’ultimo dei tre biscotti del primo caffè che la mattina sorbiva a letto ( l’ufficiale glielo aveva portato prima di andar via).Teneva nella mano sinistra appena affacciata dalle coperte, la tazzina che, di lì a poco, a causa di una impercettibile colatura esterna di caffè, avrebbe impresso come circolare sigillo il romanzo di turno sul comodino, quasi a conferma di quella lettura, mentre con l’altra mano teneva il biscottino da inzuppare nella calda e zuccherata bevanda. Dava, dalla comoda postura, il suo prezioso contributo alla nazione e, come un tempo l’oro ed il ferro venivano donati alla patria per farne munizioni e cannoni, ella parimenti si sacrificava nella persona del figlio amato, privandosene con coraggio ed afflizione.

- «Va bene; allora io vado», disse Saverio
- «si, ciao» rispose mentre l’ingorgo tra parole, caffè e biscotti, sfalsando il ritmo del primo peccato di gola della giornata, faceva precipitare il biscotto nel caldo inferno della scura bevanda.

Il frollino caduto al fondo era diventato molle poltiglia ed il suo recupero impossibile; la madre s’incupì e si dispose di malumore all’albeggiare invernale. Pur non di meno, gridò: - «Mi raccomandoooo»
E furono le ultime parole che aleggiarono dissolvendosi sulla porta di casa che si chiudeva alle spalle del figlio. Poi il rumore dell’ascensore che scendeva e portava da basso un militare in nuce, fece volare altrove i suoi pensieri. Saverio, sotto la pioggia con il borsone contenente i pochi effetti personali, si mise alla fermata dell’autobus per raggiungere la stazione centrale, prendere il treno, arrivare a Trapani, cercarsi il battaglione fanteria Col Di Lanaed, alla fine riposare tra le confortevoli ed amorevoli braccia del centro addestramento reclute. Il primo coscritto che incontrò fu tale Collo Salvatore, giovane parrucchiere siracusano, dai modi garbati e dallo sguardo gentile. Azzimatissimo nel vestire, con le valigie ancora odoranti di negozio se le trascinava dietro alla ricerca di un telefono per chiamare la fidanzatina, tranquillizzarla dell’avvenuto arrivo e rassicurarla sulla totale assenza di donne in quei luoghi. Entrati nell’enorme camerata che sapeva di creolina, fatta di letti allineati, materassi girati a cubo e sistemati tutti nell'identica linea, Saverio gli disse :- «Tu ti metti nella branda di sopra e io mi metto sotto» facendo di quel letto a castello, comune domicilio.

Amore Militare, disegno Mara Bonamano

Dopo circa trenta giorni di CAR, dove le reclute imparavano l’attenti, il riposo, il destrriga, a dire signorsì e a stare per ore inquadrati senza fare niente, cominciò l’addestramento associato ai fucilieri assaltatori Brigata Aosta di Palermo. E se il marciare in base ad un ritmo preciso (il nonno è stanco e non ce la fa più…..) erano apparse le dure basi della disciplina di caserma, tutto il passato fu definitivamente smantellato: le abitudini, il pensare e l’agire vennero rimpiazzati da un nuovo vivere dove anche le piccole cose del quotidiano, nel bene e nel male, assumevano dimensioni in cui ogni cosa veniva storpiata nelle intelaiature personali e nel modo di comunicare che trovava, nell’ eloquio da caserma, ampio sfogo liberatorio. Saverio fece carriera diventando caporalmaggiore. Si ritrovò al comando di quella che in modo sottilmente ironico chiamava “la mia sporca dozzina” che al pari di quella cinematografica annoverava un assortimento umano variegato e strampalato, mai potendo credere, nemmeno lui, che ci fosse qualcuno che gli potesse obbedire. Il plotone di cui era comandante di squadra era composto da un mitragliere capo arma, e dagli altri che erano i fanti d’attacco, cioè quei militari che in una guerra vera sarebbero stati i primi a lasciarci la pelle, quelli vocati alla morte perché i primi in prima linea. Era un plotone raccogliticcio, costituito da individui singolari: ognuno con una storia particolare che sciorinavano esagerandone i particolari cruenti e scabrosi, vantandone meschinità e sconcezze. Otto provenivano dalla Sardegna ed erano un'isola nell’isola; li accomunava il fatto di essere pastori e boscaioli, di essere stati praticamente catturati ad uno ad uno, dai carabinieri alla discesa dai loro alpeggi, e spediti a forza in una terra sconosciuta dove probabilmente non sarebbero mai andati.Tutti muniti dell’inseparabile “pattada”, godevano grazie a questa, del timoroso rispetto dei commilitoni e delle cauta indifferenza dei caporioni che volutamente ne ignoravano l’esistenza. Forse fu per questo che Saverio, vero monsù dell’informalità, venne messo a capo di questo difficile manipolo di uomini dalla personalità definita a colpi d’accetta, con cui riusciva con un linguaggio semplice e confidenziale a superarne la manifesta diffidenza. Mentre i giorni correvano lenti, il gruppo si ambientava mescolandosi moderatamente con gli altri commilitoni e compattandosi coeso tra loro. In questa caserma chiamata caserma della punizione, perché ogni cosa veniva conclusa con “stai punito!”, le cucine erano terra di nessuno e chi ne era in grado, o con denaro o con commercio di favori ad ampi spettro, poteva godere di porzioni spropositate, stecche di cioccolato e bustine di cordiale da barattare con sigarette o canne alla marijuana. D’altronde episodi come quello della ricetta “di piedi e patate” non potevano rimanere senza conseguenze. Tutto si svolse nel periodo estivo quando la calura soffocante non dava requie e nella calma di un primo pomeriggio di sole, una improvvisa ispezione del capitano trovò due soldati della compagnia, preposti alla preparazione del rancio, nelle cucine che tagliavano le patate destinate alla cena del comandante e le buttavano nel grosso calderone d’acqua e sale dove si rinfrescavanoi piedi scalzi e sudati. I malcapitati non ebbero neanche il tempo di tirarli fuori e sciacquarli dalla salamoia che li accompagnò sapidamente e direttamente in cella di rigore. Vi erano prevalentemente gruppi meridionali appartenenti al sottoproletariato e i commilitoni si aggregavano secondo i loro luoghi d’origine. Numeroso il gruppo dei sardi, poi quello dei pugliesi ed ancora calabresi e, naturalmente siciliani. Alla sporca dozzina appartenevano il pastore Usai, i tre Podda Graziano, Sanna, Scasu, Ghisu, Cherchi, Collo, Catamalfano e Iannello che, essendo emigrato in Belgio, dava un tocco di internazionalità alla brigata.

Camerata, disegno di Mimmo Scozzaro

Scaso era il re dei tosatori di pecore e si illuminava nel raccontare di come lui fosse ritenuto il migliore sul campo: il suo lavoro, che consisteva nel recarsi all’inizio della stagione estiva presso i vari allevamenti del territorio dell’Orgosolo, richiedeva grande abilità. Procedeva all’operazione con le grosse forbici ereditate dal padre e di cui curava personalmente la costante affilatura. Del genitore serbava, oltre il prezioso strumento, le regole sui modi per non danneggiare né la pecora né il vello, che si riassumevano in: «una pecora tosata, una pecora felice è». E lui le pecore le rendeva felici.
Ghisu a suo modo era anche un professionista: era campione di masturbazione, pervenendo a primati numerici irraggiungibili per gli altri, anche perché supportato da lerce pubblicazioni pornografiche a cui era sinceramente e sentimentalmente legato e da cui non si separava mai. Nonostante applicasse con posologico rigore la sua compulsiva pratica autoerotica, questa sembrava non sottrargli alcun vigore, facendolo restare una vera macchina da guerra. Anche a pieno carico di equipaggiamento mitragliatore Fal, zaino tattico, elmetto, borraccia, giberna con munizioni e baionetta, manteneva il passo costante nella marcia, e quando correva sembravanon toccare terra come Achille dalla bionda chioma.
Dei tre Podda, due erano fratelli ed il terzo cugino a loro; camminavano sempre uniti ed avevano lo stesso nome di battesimo per cui venivano chiamati Podda uno il silenzioso, Podda due il pazzo e Podda tre boscaiolo.

Podda uno parlava solo con Usai, mentre Podda due, a furia delle sue intemperanze, rimaneva sempre punito. Di lui rimase impresso a tutti quando nella camerata dei sardi entrò un commilitone del gruppo di Lecce, guerrafondaio e provocatore per inclinazione, che si faceva burla degli altri simulando di essere sonnambulo. I più timorosi ritenevano che fosse pericoloso svegliarlo durante il sonno, per cui lasciavano che questi scorrazzasse nel buio delle camerate a braccia tese in avanti, toccando tutto e scaraventando ogni cosa per terra. Il leccese era un armadio a due ante, ma fece l’errore di entrare nella camerata sarda per due notti di seguito e di avvicinarsi troppo a Podda due. Il Caporalmaggiore Saverio di quella sera ricorda solo che sentì dapprima una imprecazione, poi un invito ringhiato sommessamente a non varcare mai più quellasoglia, e infine lo schianto fragoroso di un corpo che deformava in modo irrimediabile le ante di un armadio metallico. Mai come in quella occasione fu più corretto parlare di "terapia d’urto" che risolse definitivamente i disturbi del sonno del giovane pugliese. Podda due divenne ben presto amico di Saverio che sparò tutte le sue cartucce per farlo andare in licenza dopo mesi. Riuscì a fargli scapolare l’ennesima punizione, e così Podda Graziano, il pazzo, ottenne una licenza di sette giorni e raggiunse il suo paese d’origine vicino ad Alghero, dove il vecchio genitore per lui scannò il porceddu. Tornato di domenica mattina con un grande pacco, fece occhio al caporalmaggiore di non cibarsi con la pasta scotta della mensa, ma di resistere fino a dopo il rancio che lui aveva una cosa da fargli assaggiare. Andato all’appuntamento in camerata, il caporalmaggiore vide spuntare dal grosso involucro di carta scura un intero porceddu di circa tre chili cotto “in fossa”. La pattada svolse ottimamente il suo compito, dividendo la bestiolina in due metà simmetriche che, avvolte nel morbido pane carasau ed accompagnate dal vino carnonau, costituì per il caporalmaggiore Saverio uno dei ricordi più belli del servizio militare.

Naja, disegno di Mimmo Scozzaro

In una notte senza luna, in perfetto assetto di guerra la sporca dozzina con a capo il caporalmaggiore Saverio fu scaricata nel buio più totale di una contrada dell’interno della Sicilia totalmente deserta, con il solo valido aiuto di una mappa e di una piccola torcia a batteria. La consegna era precisa: raggiungere il posto dove all’alba del giorno successivo sarebbero cominciate le esercitazioni. Questo luogo era Borgo Schirò, nelle campagna di Corleone. Nato come altri borghi in varie zone della Sicilia durante il periodo fascista, voleva favorire la colonizzazione dei latifondi, consentendo ai contadini l’insediamento, al fine di scoraggiare l’abbandono delle campagne e favorire l’impianto di una realtà urbana in cui fossero presenti tutti gli elementi antropici necessari a una vita regolare. Vi era così la piccola chiesetta, le scuole elementari, una rivendita di alimentarie di tabacchi, un barbiere, il municipio, una tenenza ed un bordello. Chiaramente l’avvicendarsi degli eventi bellici fece si che il posto cadesse in rovina al pari del regime che l’aveva creato, ed allora l’Esercito ne fece sede di addestramento militare con annesso poligono di tiro. Il manipolo di militari stravolti per l’alzataccia, il freddo ed il viaggio notturno in camion, demandavano il loro prossimo futuro alle decisioni del loro capo che, mappa alle mani, avrebbe dovuto condurli a destinazione. Una volta però che furono scaricati dall’autocarro, i cui fanali posteriori sembrarono volare alla volta della caserma, si ritrovarono in una zona a loro totalmente ignota in un silenzio interrotto solo dall’abbaiare feroce di cani in lontananza. Cauti, cominciarono a procedere lungo sentieri delimitati da macchie di vegetazione scura, resa ancora più buia dall’assenza di raggi lunari. Un piede dopo l’altro, cercando di non metterlo in fallo. Pur consapevoli che si trattava in fondo di un’esercitazione, procedevano silenziosi, risparmiando fiato e commenti. Alla luce della piccola torcia elettrica in dotazione che il tenente si era mille volte raccomandato di restituire integra per come consegnata, Saverio tentava di decifrare la carta topografica scala 1: 25.000 . La totale ignoranza su come si leggesse una mappa faceva sìche questa, dapprima trattata come una reliquia perché in fondo costituiva per loro l’unica fonte del sapere, venisse via via rigirata su se stessa e passasse poi di mano in mano, accartocciata ed osservata come un trattato di fisica quantistica in mano ad uno spalatore di letame. Ciò determinò un cammino degno di un ubriaco o, come più poeticamente descrivibile, come un vascello senza nocchiero. Sta di fatto che dopo due ore di orologio, tempo in cui sarebbero dovuti giungere con comodo a destinazione, il tragittosi rivelò per come era: tragicamente errato. Il freddo, la stanchezza per l’armamentario portato sulle spalle, il dolore delle calzature rigide adattate per numero ai suoi piedi poco abituati, uniti al buio profondo, ben presto convinsero Saverio a cui non interessava molto difendere la sua leadership ad ammettere di non sapere dove fossero e, democraticamente riuniti i dodici apostoli, annunciò: «ci siamo persi».
Lo sgomento serpeggiò, assieme a qualche feroce bestemmia, contagiando quei giovani uomini in tuta mimetica costretti a giocare alla guerra. Il piccolo esercito di Franceschiello ruppe autonomamente le righe, andandosi a stravaccare qui e là, ove fosse possibile, nella piccola radura in cui si erano fermati. Improvvisamente dal gruppo diventato silenzioso, si levò precisa un’indicazione: «di llà dobbiamo andare!». Era stato il pastore Usai a parlare. Egli cronicamente estraneo a qualunque tipo di comunità che non fosse quella delle pecore, intervenne con un cipiglio vocale che non ammetteva contraddittorio. Per questo quando ripeté di nuovo «di llà dobbiamo andare!» la piccola comitiva credette subito per fede, e lo seguì ovinamente senza fare domande. Usai procedeva come un cane, annusando l’aria, ma in realtà guardava le stelle, ed in breve tutti i commilitoni ne rimasero talmente affascinati che il tratto finale di quella missione diventava soglia, strada, per un itinerario che non era più quello finalizzato ad un arrivo, ma viaggio che seguiva il percorso intellegibile delle stelle, la cui guida si svelava a quell’ominide rozzo e tarchiato che, come gli indovini di un tempo, con i suoi grugniti chiedeva, e a cui le stelle, brillanti e luminose, non riuscendo a sottrarsi, rispondevano.

Sturmtruppen di Bonvi

Cherchi era di Pachino, e fu il protagonista della vicenda di Corleone: era inabile anche a guardarlo con il cannocchiale; piccolo di statura, esilissimo, fortemente miope con i suoi occhiali le cui lenti erano fondi di bottiglia. Tutti lo prendevano in giro e molti avrebbero esagerato se non ci fosse stata la presenza della pattada sarda a scoraggiare gli effetti dell’odioso nonnismo. Questa però non poté evitare ciò che accadde al poligono di tiro, che assunse quasi i toni della tragedia. Infatti durante un’esercitazione, quando toccò a Cherchi lanciare la bomba a mano, egli avanzò verso la posizione di tiro caracollando timoroso. Il caporalmaggiore Saverio intuendo la pericolosità della cosa, gli ripeté velocemente, conciso come un Bignami, le varie fasi . «Mi raccomando: afferra la granata e premi la leva della sicura senza lasciarla fino a che non sei pronto al lancio, tira la spoletta e lanciala…» poi in un esubero di raccomandazione ripetè: «tirala come se fusse ‘na pietra».
E Cherchi la lanciò. Ma non lo fece così come gli era stato detto, la lanciò passandola da una mano all’altra come se scottasse, ed in perfetta verticale. Tutti intuirono subito cosa stesse accadendo, ed ognuno a suo modo cercò riparo chi nella fuga indietro a gambe levate, chi esibendosi in tuffi laterali. L’unico che intervenne tirando a sé il lanciatore fu il caporalmaggiore Saverio che aveva la responsabilità del plotone, e per fortuna lo fece prima che la deflagrazione avvenisse tra le gambe instabili dell’imbambolato Cherchi, e residuasse ancora più male in arnese di com’era.
Salvatore Collo era il parrucchiere che il caporalmaggiore Saverio incontrò al suo arrivo al CAR. Da “cokerino da salotto” come era stato da subito definito, ben presto si rase i capelli come uno skinhead e cominciò a fumare e a drogarsi. Poiché non riusciva a sopportare la disciplina da caserma, le frequentazioni con la cella di rigore diventarono assidue, rimanendo punito sempre più spesso e guadagnandosi una serie di note, disciplinari di cui chiaramente non gliene fregava niente. Ben presto il volto della fidanzatina che lo aspettava sulla costa d’Ortigia si sbiadì nella sua mente, lasciando il posto alla corpulenta e prestante figura del sergente Cazzaniga con cui pare conduca da allora felice convivenza in quel di Milano. E cosa dire di Iannello Calogero, macellaio della provincia di Agrigento emigrato in Belgio e renitente da sempre alla leva? Era venuto in vacanza in Sicilia per le festività natalizie a trovare gli anziani nonni e circolava godendosi gli ambienti e gli odori della sua infanzia. Convinto di averla fatta franca, non si curò di occultare la sua presenza, e fu proprio nella piazza centrale del paese davanti al monumento ai caduti, che cadde nelle braccia della benemerita e coscritto a tradimento. Iannello, durante una manovra della compagnia nelle campagne di Rocca Busambra, nel bosco di Ficuzza, sulla linea d’attacco che si trovava lungo un greto di un torrente secco, si pose assieme agli altri commilitoni ad aspettare ordini. Per ingannare il tempo cominciarono a bere sin dalle prime ore della mattina del vino portato di nascosto sul camion. Iannello, distrutto perché ripensava alla sua sfortuna di essere stato beccato tre giorni prima del ritorno nella sua brasserie di Bruges, si avvinazzò a tal punto che, quando arrivò l’ordine per l’assalto alla postazione nemica, era talmente ubriaco che spalmato su una pietra prese a vomitare in modo così violento che il caporalmaggiore Saverio, dopo vari tentativi amorevoli di farlo riprendere (fu trascinato per i piedi in una pozza d’acqua stagnante ed immerso vestito al fine di farlo riprendere) si vide costretto a comunicare che avevano un ferito ancora prima dell’attacco. La battaglia, a differenza di tutte quelle che si rispettino, fu rimandata, tra le imprecazioni di ambedue i fronti, di qualche ora, per consentire all’ambulanza militare di venire a raccogliere il primo caduto ricoperto, non di sangue, ma di rosso fruttato di Rocca Busambra.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 24 novembre 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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