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Il bis del procuratore Puleio come romanziere: «Ma non chiamatemi scrittore, ho solo voglia di raccontare storie»

Libri e Fumetti Ormai possiamo definire a pieno titolo Francesco Giuseppe Puleio un magistrato-scrittore. Dopo il debutto tre anni fa con "La città del vento", il magistrato catanese, oggi Procuratore della Repubblica di Ragusa, con la firma narrativa Francesco Pulejo è tornato nelle librerie con «I Vivi e i Morti» , pubblicato da Navarra. Il romanzo si sviluppa in Sicilia attorno ad un omicidio eccellente, quello del ginecologo Nino Serra di San Faustino, e torna il commissario Santacroce a risolvere il caso

Ormai possiamo definire a pieno titolo Francesco Giuseppe Puleio un magistrato-scrittore. Dopo il debutto narrativo tre anni fa con “La città del vento”, il magistrato catanese, da gennaio Procuratore della Repubblica di Ragusa, è tornato nelle librerie con un nuovo romanzo, «I Vivi e i Morti» (con la firma narrativa Francesco Pulejo), anche quest’ultimo titolo edito dalla casa editrice palermitana Navarra.

Procuratore Puleio, può dirsi che la dimensione letteraria è parte della sua vita sia sul piano culturale sia esistenziale e che trae spunto seppur nella modalità della reinvenzione artistica anche dal suo mondo professionale?
«La ringrazio per le sue parole, che non sono sicuro di meritare. Quello che posso dire è che sono sempre stato un appassionato lettore e che dall’amore per la lettura è venuto anche il gusto per la scrittura. Ma non mi considero uno scrittore, se non nel senso che mi è venuta voglia di raccontare delle storie. Certamente, scrivere e raccontare costituisce per me un modo per reinterpretare e organizzare esperienze, ricordi, sensazioni che traggono origine sia dal mio vissuto personale che dal percorso professionale; per ordinare nell’immaginazione quello che molto spesso è caotico e indistinto nella vita reale. Questo non vuol dire che le storie che racconto siano esatte trasposizioni di vicende reali, perché non si scrive un romanzo per raccontare la realtà, ma per trasformarla, aggiungendovi qualcosa di diverso».

Prima di entrare nel cuore del nuovo romanzo, può dirci come si trova nel suo ruolo di Procuratore della Repubblica di Ragusa, dopo diversi lustri e rilevanti inchieste condotte a Catania e in altri luoghi?
«
Sono contento e mi trovo molto bene. Conoscevo già, per avervi lavorato qualche anno fa a Modica, Ragusa e il territorio della provincia. Vi ho ritrovato persone e più in generale una collettività nella quale è piacevole operare e in cui ho la sensazione di poter contribuire allo sviluppo e al progresso di un territorio vivificato da un rispetto per la cosa pubblica e da un senso di appartenenza dei suoi componenti che, purtroppo, in molte altre parti della nostra Isola si è ormai smarrito».

Francesco Giuseppe Puleio

Quali sono state le fasi preparative del nuovo romanzo? E può raccontare ai lettori la sua metodologia di lavoro?
«Innanzitutto, devo premettere che, visti gli impegni di lavoro, posso dedicare alla scrittura soltanto dei ritagli di tempo, che ricavo soprattutto nei periodi estivi e nelle vacanze. Sono in sostanza un appassionato scrittore della domenica. Togliendo tempo al sonno, cerco poi di rivedere il lavoro fatto. Comunque, non ho un vero e proprio metodo di lavoro. Cerco di scrivere, correggere, scrivere e poi ancora correggere. All’inizio, prima della stesura vera e propria, c’è un’idea che mi ronza in testa, un embrione di storia. Questa è la fase in cui spesso mia moglie mi guarda mentre sono assorto in chissà quale fantasticheria e mi chiede a cosa sto pensando. Quando il progetto è più o meno sbozzato nelle sue linee principali, cerco di raccogliere il materiale che potrà servirmi, di documentarmi, insomma, annotando frasi, spunti, mettendo in fila dei ricordi. Poi comincio a scrivere, all’inizio senza nemmeno sapere bene come andrà a finire la storia, e apportando via via correzioni e modifiche allo sviluppo della trama. Devo dire che iniziare a scrivere è molto divertente, perché prevale la fase creativa, un senso di falsa onnipotenza cartacea. Nella fantasia, posso decidere la vita o la morte di un personaggio, attribuirgli chissà quali doti o difetti, prevedere improvvisi capitomboli e rivolgimenti della vicenda. È un’illusione, perché la prosecuzione e lo sviluppo del romanzo è invece sempre difficoltoso. Occorre cercare di far quadrare premesse e conseguenze, in modo che la trama e soprattutto i dettagli non risultino fuori posto o incongruenti. Scrivere un romanzo è un fatto cosmologico: bisogna creare un mondo con delle regole che ci si autoimpone, ma che vanno poi rispettate. È la legge di Cechov: se nel primo atto della commedia si parla di un fucile, nel terzo atto quel fucile deve sparare. Voglio dire che per scrivere un testo decente non occorre soltanto descrivere fatti e personaggi ben caratterizzati, che interessino il lettore, ma soprattutto si devono costruire vicende coerenti con le premesse e conseguenti negli sviluppi. Per questo, se all’inizio scrivere è un gioco, poi diventa una sfida con me stesso».

 

La trama del romanzo si sviluppa attorno al caso di un omicidio eccellente, il delitto di Antonino (Nino) Serra di San Faustino, ginecologo e ricchissimo proprietario terriero, cugino del vescovo. Lo può descrivere ai lettori?
«Pur essendo un personaggio che vive soltanto attraverso le indicazioni e i ricordi di chi lo ha conosciuto, visto che muore nella prima pagina del libro, Nino Serra costituisce il centro unificante della vicenda, perché costituisce il motore di tutte le complesse dinamiche personali, familiari, professionali e degli affari che si sviluppano nel romanzo e ruotano attorno a lui. È ricco, bello, affermato professionista, eppure anche lui conosce amarezze e sconfitte, alle quali non si rassegna e che saranno tra le ragioni della sua morte».

Può tratteggiare dei brevi ritratti di Eglantine Duplessis (la convivente di Serra), di Bianca Lucchesi Parri (la moglie separata) e Giulia Serra (la figlia).
«Eglantine, nonostante le apparenze, è una donna forte, con una dignità innata, a cui stanno stretti i panni ancillari che la famiglia di Serra vorrebbe ritagliarle addosso. Bianca è invece una figura grigia, sbiadita, sempre rimasta nell’ombra del marito, del quale è forse ancora innamorata. Giulia è la figlia che cerca di superare l’abbandono subito dal padre, e per questo ne ha preso affettivamente le distanze, pur accettando di avere un rapporto formale con lui».

Un ruolo cruciale lo ha il commissario Santacroce, che abbiamo visto nel romanzo precedente, dotato di capacità investigative notevoli. Può spiegare quale funzione riveste nella struttura delle sue opere?
«Santacroce è il punto d’incontro e il catalizzatore dell’attività della sua squadra e anche degli altri investigatori. Pur non essendo il protagonista assoluto del romanzo, perché non credo nell’aquila solitaria, nel superuomo che da solo risolve il problema dell’attribuzione della colpa, costituisce colui che dirige e orienta le indagini e tira le fila del racconto. Intuisce, comprende e infine anticipa quello che avviene, perché ha la capacità di leggere nel cuore delle persone. E tutto avviene, sempre, nel romanzo come nella vita, nel cuore degli uomini».

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L’ambientazione del romanzo è siciliana, ma seppur in maniera trasfigurata vi è la sua Catania, anche nei nomi e cognomi di alcuni “personaggi e maschere”. Quanto ha inciso nella sua vita, nella sua formazione, nella sua professione, e quanto incide ancora sul piano intellettuale ed umano il mondo etneo?
«Certamente tanto. Il romanzo è in primo luogo un atto d’amore verso la mia città, nella quale sono nato, sono cresciuto, mi sono formato; nella quale sono nati i miei figli e da cui sono dovuti andare via. Volevo sottolinearne bellezze e storture. E lanciare anche un grido d’allarme, nell’ambiziosa speranza, forse nell’illusione, di provare a risvegliare qualche coscienza e a invertire un declino che sembra – ahimè – inarrestabile. Non si può scrivere se non di quello che si conosce: così se io descrivo una piazza, una via, una marina o un palazzo, ho in mente una piazza una via una marina e un palazzo che ho conosciuto, che ho frequentato. Ma questo non vuol dire che la storia che racconto può svolgersi soltanto in quei luoghi e in quell’ambientazione. Io sono convinto che queste vicende potrebbero aver luogo in qualunque città della Sicilia, e forse anche in tutti i Meridioni del mondo, dove non è ancora completa e matura la formazione di una coscienza sociale».

 

Anche in questo romanzo vi è una chiave di lettura sociale, parte dal racconto delle classi alte ma in realtà riesce a delineare mondi più vasti. Inoltre, vi sono analisi sulle contraddizioni del sistema, emergono denunce critiche. Fa parte della sua concezione della letteratura?
«Scrivendo, la cosa che più mi interessa è sempre la caratterizzazione degli ambienti e lo studio dei rapporti che si instaurano fra ambienti sociali diversi e delle relazioni fra le persone. Poi io non faccio denunce, descrivo delle situazioni, dei rapporti di forza, anche delle ingiustizie, e lascio che il lettore ne tragga le conseguenze».

Nel suo ruolo ha avuto modo di confrontarsi con i potenti. Cosa è il potere o, meglio, cosa sono i poteri?
«Il potere, inteso come esercizio di autorità e assunzione della responsabilità di decidere, è un elemento necessario dell’organizzazione sociale e come tale non può essere eliminato dalla vita degli uomini. Deve essere regolamentato e, soprattutto, si deve sempre dar conto di come lo si è gestito. Cosa diversa è intendere invece il potere come la facoltà di fare quello che si vuole senza doverne pagare le conseguenze. Diventa allora un fattore di degenerazione della vita sociale. Diventa iattanza, esibizione della forza, che porta alla disgregazione del tessuto collettivo».

Sta lavorando ad una trilogia?
«Per il momento, mi accontento di questo secondo romanzo. Vedremo in seguito…».

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