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“I Persiani”, quando Eschilo parla con la voce di Einstein. A Siracusa Ollé contro il demone distruttivo del πόλεμος

Recensioni “La guerra non si può umanizzare” diceva lo scienziato tedesco e sabato 13 giugno a Siracusa il grido “No alla guerra” è stato il leitmotiv, fra sit-in proPal fuori e la messinscena dell'opera eschiliana dentro il Teatro greco. Il regista catalano Àlex Ollé (La Fura dels Baus), calca la mano sull'accento politico, coglie echi trumpiani nella follìa della fallita invasione greca da parte dell'"invincibile" Persia di Serse (un robusto Massimo Nicolini), e dà parola, extra-testo, alle vittime. Ottimo il lavoro di squadra del coro, sofferta la regina Atossa incarnata da Anna Bonaiuto, Alessio Boni dà voce al fantasma di Dario e Giuseppe Sartori (messaggero) strappa gli applausi

“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Parola di Albert Einstein, uno scienziato che “battagliò” con tenacia contro il proliferare delle armi nucleari, posizione riassunta nel Manifesto del 1955 condiviso con il filosofo inglese Bertrand Rusell. Due pacifisti di scienza e di pensiero storicamente “schierati” contro gli eserciti contrapposti e le ingiuste morti violente per bramosia di dominio.

Sabato 13 giugno a Siracusa il grido “No alla guerra” è stato il leitmotiv. Fuori dai due ingressi del Teatro greco, dove il Comitato siracusano per la Palestina ha distribuito poesie di autori del martoriato paese mediorentale. E dentro il Teatro greco dove andava in scena la prima de “I Persiani” di Eschilo, nella lettura del catalano Àlex Ollé, uno dei direttori artistici de La Fura dels Baus, compagnia barcellonese che nel suo mezzo secolo di storia ha mischiato le carte nel rapporto tradizionale fra spazio teatrale e pubblico seguendo sei punti cardine: eccentricità, innovazione, adattamento, ritmo, evoluzione e trasgressione. Il “no alla guerra” di Ollé è partigiano come può esserlo un barcellonese di 66 anni.

Il gran tavolo del consiglio di corte a Susa, foto di Michele Pantano

E se nel 2021 Carlus Padrissa, tra i fondatori de “La Fura”, per le “Baccanti” di Euripide mise “in campo” la dinamicità e le fantasmagoriche macchine sceniche che dai catalani ci potevamo attendere, Ollé, coadiuvato alla regia da Ramon Simó Viñes, per “I Persiani” ha puntato, all’opposto, sulla estrema “autoevidenza” del racconto, grazie anche alla fluida traduzione di Walter Lapini. Disegnata da Alfons Flores, la scena de “I Persiani” è statica, immobile, dominata da un gigantesco tavolo dei grandi summit di Stato, dove il coro, nei panni dei vertici militari e politici della reggia di Susa, capitale dell’Impero persiano, incarna un dibattito estremamente πολεμικός, “polemico” perché imperniato sulla supremazia del πόλεμος, il demone distruttivo della guerra di supremazia, senza se e senza ma.
Lo sviluppo in verticale della scena del Teatro greco aretuseo, già di per sé una scelta originale, assume profondità grazie al maxi-schermo che negli sguardi ingigantiti dei protagonisti restituisce realtà interiore in bianco e nero a “burattini” che sulla scena, con un dialogo serrato a più voci, hanno solo una parola: è imbattibile l’esercito persiano anche perché in guerra c’è il re dei Persiani in persona, Serse, da tempo, anche troppo lungo, impegnato nella conquista della Grecia. Una sicumera che ha il volto del capo coro (Marco Maria Casazza) nei panni del vertice militare. C’è solo una donna in quel “board” (Elena Polic Greco) “schierata” fra gli oppositori alla missione militare di Serse.

Gli oppositori: in piedi Elena Polic Greco, seduto Francesco Migliaccio, foto di Michele Pantano

Le certezze granitiche, però, dei guerrafondai hanno vari contraltari non da poco: il germe del dubbio, intanto, che la missione di Serse con la sua flotta considerata invincibile proprio imbattibile non sia; dubbio corroborato dai drammatici presagi onirici della regina Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, una sofferta Anna Bonaiuto in tailleur rosso e occhiali neri da diva hollywoodiana sul viale del tramonto, tornata a Siracusa dopo aver vestito lo scorso anno altri panni regali, quelli di Clitennestra nell’“Elettra” firmata da Roberto Andò; infine la verve del popolo che manifesta continuamente contro la guerra fuori dal palazzo (si odono gli echi degli scontri, se ne sente anche il puzzo dei lacrimogeni).

Anna Bonaiuto è Atossa, foto Tommaso Le Pera

Nella 61a stagione di teatro classico, dedicata dall’Istituto nazionale del dramma antico al tema degli “sconfinamenti” (questo era un tema sfizioso per la maturità di oggi non certo l’obsoleto concettualmente “I confini contano” del rossobruno magiaro Frank Furedi), i confini “sconfinati” dai “Persiani” di Ollé sono diversi: intanto quello tra chi il potere lo considera un dono divino e chi è consapevole dei limiti umani; poi quello sempre più sofferto tra chi si ritiene padrone dei destini degli uomini e le persone normali che quello strapotere lo subiscono; regge tutta la tragedia lo sconfinamento della ragione di Serse, accecato dalla tracotanza del potere, “hybris” che “l’intellettuale” Eschilo fa condannare dal fantasma del padre Dario, re che preferì la grande riorganizzazione amministrativa dell’impero persiano alle nuove conquiste militari; e poi il confine sempre in bilico tra Occidente, incarnato in Eschilo dalla Grecia “modernista”, e Oriente (l’impero persiano più radicato nelle tradizioni), protagonisti di un conflitto mai ricomposto ormai da millenni.

Dialogo “a tu per tu” tra il capo coro (Marco Maria Casazza) e la regina Atossa (Anna Bonaiuto), foto Michele Pantano

Nella rilettura “furana” di Ollé le carte si rimescolano e i Persiani, nella loro spocchia di padroni del mondo, hanno l’occidentalissima e stupida arroganza tipica dell’America trumpiana (si cita pure il Ministero della Guerra), e la sconfitta nello stretto dell’isola di Salamina è un evidente richiamo alla tanto annunciata ma mai raggiunta vittoria statunitense nell’odierno stretto di Hormuz (una sconfitta di fatto) dove l’Iran di oggi (la Persia di ieri) finisce per attualizzare la resilienza e la capacità di battere Golia che nel 480 a.C. fu dei Greci guidati dal furbo (e dotato di ragione) Temistocle.

E’ una lettura tutta politica quella del catalano Ollé che nelle premesse ha tenuto a ribadire che «La tragedia viene interpretata come riflessione sull’illusione del potere perpetuo, incarnata da Atossa e Serse, desiderosi di prolungare l’egemonia imperiale di Dario». «Mio figlio non deve rendere conto al suo popolo» – è la cinica “giustificazione” della regina Atossa quando i sogni nefasti fanno presagire poco di buono per il re dei Persiani e soprattutto la sua missione militare -. Basta che si salvi e potrà regnare su questa terra».
Non aveva certo il dono del potere matriarcale l’antica Atossa, a differenza della contemporanea e compianta Elisabetta II di Inghilterra che “aleggiava” al Teatro Greco di Siracusa, per interposta persona, grazie alla presenza dell’attrice britannica, premio Oscar, Helen Mirren (in Sicilia per il Taormina Film Fest), che la immortalò sul grande schermo. Gli affari militari di Stato fanno parte della storia personale della Mirren, al secolo Ilyena Lydia Mironoff, discendente di un nobile diplomatico e militare zarista che fuggì in Europa dopo la rivoluzione comunista d’Ottobre.

Foto opportunity: da sinistra Marina Valensise, consigliere delegato dell’Inda, l’attrice inglese Helen Mirren, Francesco Italia, sindaco di Siracusa e presidente dell’Inda, e il regista e produttore Taylor Hackford, consorte della Mirren, foto di Michele Pantano

Eschilo parte dalla storia, che quella è e non cambia, Ollé alimenta la storia con la politica, che ne è il suo sangue vivo. La politica è anche il pane quotidiano della comunicazione contemporanea ed il racconto “autoevidente” che Ollé fa dell’inizio del drastico ridimensionamento dell’impero persiano, nel trionfo della parola recitata, è corroborato dalla diretta “televisiva” stile “all-news”, con le immagini in bianco e nero a sottolineare l’essenza di quegli sguardi. Il pubblico siracusano, che nel pensiero del regista catalano è parte della messinscena, fatica un po’ a prendere le misure travolto dalla tragica staticità del racconto. Ci vorrà l’irrompere sulla scena del messaggero, sofferente fiume in piena nel dettaglio della disfatta di Salamina, a creare quel movimento emotivo che riaccende la platea. Complice del rinnovato entusiasmo è anche Giuseppe Sartori, beniamino ormai da anni del pubblico dell’Inda, che al messaggero trasmette umanissimo sudore, pathos e sangue.

Giuseppe Sartori è il messaggero, foto di Michele Pantano

E mentre i dignitari di corte snocciolano i nomi dei grandi capi morti in battaglia, ciò che conta per tutti è che «Serse è vivo», come testimonia il messaggero. Atossa/Bonaiuto, se da un lato si dispera e non si capacita della inespugnabilità della Grecia da parte della “invincibile” flotta persiana, dall’altra cerca di guardare avanti: «Non si può cambiare il passato ma resta la speranza di un futuro migliore».

Anna Bonaiuto e nello schermo Giuseppe Sartori, foto di Michele Pantano

Nella visione “partigiana” di Ollé, è il popolo schiavo della tirannia l’unico che merita rispetto. Dagli spalti del teatro scende trafelata una giovane donna, in abiti contemporanei, che racconta il dramma della morte del marito Giovanni, impiegato di un supermercato trascinato in guerra dal folle disegno di Serse: «Quando Giovanni morì non pensava alla guerra ma a me». Il monologo affidato all’attrice Virginia Giannone è uno degli espedienti extra-testo che Ollé ha introdotto grazie alla collaborazione alla drammaturgia di Kiara Pipino, un voler rimarcare, in maniera cocciutamente iberica, l’attualità del racconto di Eschilo: Serse ha condotto senza giudizio e il potere del re si è dissolto come sottolinea la parte “oppositrice” del coro grazie ad Elena Polic Greco. E rincara la dose il “No alla guerra” dello striscione dei manifestanti pacifisti, arrivati quasi sulla scena.

Il monologo di Virginia Giannone, foto di Michele Pantano

Sarà l’ombra del re Dario, la cui tomba sta proprio sotto quel tavolo governativo, evocato dalla vedova Atossa, su consiglio dei dignitari di corte, a ridare una direzione ad uno sbandato palazzo del potere. Qui si dipana forse la parte più affascinante dell’opera, con il corteo in tunica bianca che invoca l’anima di Dario. Un bel canto in chiave etno-rock offre alla colonna sonora dello spettacolo di Josep Sanou – una sapiente miscela di antichi echi orientali su un contemporaneo pattern elettronico – il suo momento più alto.

Un momento dell’invocazione a Dario, foto Michele Pantano

A dare corpo e voce al fantasma di Dario è Alessio Boni, un debutto a Siracusa per lui, in abiti militari e volto dello stesso colore terragno dell’uniforme, ribadito sul grande schermo coi contorni sfocati di chi non appartiene più ai vivi. «Sciagurato», «insensato», «follìa» sono le sue parole chiave scagliate contro il figlio: Boni/Dario, con una recitazione un po’ scandita ed accademica, ricorda ad Atossa/Bonaiuto che «Zeus tiene conto dell’insolenza umana ed è un re che non fa sconti» e soprattutto, prima di tornare fra i morti, impone alla vedova di prendersi cura del loro figlio una volta tornato in patria.

Alessio Boni (ombra di Dario) e Anna Bonaiuto (Atossa), foto di Michele Pantano

E mentre il soldato sopravissuto “Mancuso Salvatore” (l’attore Gabriele Antonio Esposito), con accento siculo (la guerra riguarda tutti, nessuno escluso) nel secondo monologo extra-testo eschileo testimonia l’impossibilità per i reduci – «Assassini che hanno ucciso» – di gioire ancora della vita, nonostante il conforto di moglie e figlio, perché «nessuno torna dalla guerra», Massimo Nicolini, il Serse tornato con scorno tra la sua gente, con forza, su un globo terracqueo srotolato su quello che fu il tavolo delle decisioni del potere, dà sfogo a tutti i suoi limiti, vittima anch’egli dei suoi deliri di onnipotenza: «La tua disperazione faccia eco alla mia» è il suo messaggio ai Persiani. Ollé: «Il gran re intona il lamento funebre per i giovani persiani caduti».

Massimo Nicolini è Serse, foto Michele Pantano

Almeno a parole. Tornato in abiti civili Serse trova conforto, come da volontà paterna, nella madre Atossa che è ben felice di banchettare con lui, come se nulla fosse successo. Ma così non è stato, e a ribadirlo è il terzo monologo extra-testo dove una madre sofferente, incarnata da Simonetta Cartia, piange il figlio, di cui non si hanno notizie, fra i tanti ingannati dal potere e trascinati in guerra. «Abbiate un minimo di vergogna» è la sua parola definitiva ma alle sue spalle Serse e Atossa brindano al loro “futuro” incapaci di sentire e capire ciò che la gente comune prova.

Simonetta Cartia, foto di Michele Pantano

“I Persiani” replicherà ancora il 19, il 21, il 23, il 25, il 27 ed il 28 giugno, sempre alle 19.30, per poi essere allestito al Teatro Grande di Pompei, dal 10 al 12 luglio.

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