martedì 23 luglio 2019

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Momenti di parole

Gregge, l'orgoglio di essere pecora

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Guardando nei loro occhi intelligenti, la mitezza del carattere e il loro essere simili a molti di noi, a me, improvvisamente mi piacque essere pecora. Era bello stare con loro, mi accolsero facendomi spazio tra loro, capirono l’urgenza del mio voler conoscere: eravamo comunità, comunità vera, dove non si danneggiano i legami, dove si vive bene, anche da perfetti sconosciuti


di Daniela Robberto

La bianca macchia animale, docile e compatta arrancava sul fianco della scura collina siciliana e sembrava una nuvola polverosa alla ricerca di erba che in quei terreni aridi cresceva in difficoltà di acqua. Il gregge di pecore, plotone disordinato che aveva rotto le righe, inseguiva tra tutto quel pietrame l’avviso di un odore commestibile, disperdendo i suoi passi sul vasto territorio. Si spingeva oltre, portandosi pericolosamente su sporgenze impennate o rasentando il ciglio di piccoli dirupi. Qui gli zoccoli franavano una caduta di pietre calcinate dai secoli e loro agili, scuotendo le gonfie mammelle di latte, come funamboli riacquistavano l’equilibrio e tornavano con calma a brucare a testa china. Poi la rialzavano e flemmaticamente cominciavano a ruminare, con lo sguardo perso in un orizzonte vuoto lasciandosi scorrere di sopra le mani del vento tra la fitta coltre di pelo. Sembrava meditassero sul significato delle loro esistenze, su quel essere nate pecore che le faceva adattare a vivere in qualunque situazione; l’essere fiduciosi, il farsi condurre ubbidienti ovunque; il diventare caprio espiatorio di biblica memoria ed affrontare irragionevolmente il sacrificio e donare tutto di sé: lana, latte, persino la propria carne.

Noi eravamo fermi in coda con la macchina attendendo su un viadotto ferito, il verde del semaforo che desse il via alla marcia alternata nel percorso autostradale, che tanto inorridirebbe un automobilista europeo o dell’altra Italia, e che invece corrobora e consolida, pur non senza lamentele, la pazienza di un popolo abituato da sempre, ad aspettare. Per questo improvvisamente mi piacque diventare pecora: in quella pausa, nell’abitacolo caldo da culla, ruminando l’ennesimo grissino, forse un po’ assopita mi trasportai tra loro, mi feci parte del gruppo. Ero seguito di una processione religiosa, anch’io pellegrino verso una meta misteriosa, dove la liturgia del transito regala una leggera ipnosi, dove lo stato di coscienza si affievolisce e ci si abbandona al rituale collettivo di un corteo in cui il suono di campanelle e campanacci diventa tema sonoro a cui allineare cadenzato, il passo.

Assiepata nel loro convoglio lanoso, improvvisa maga Circe di me stessa, procedevo sotto la guida sicura di Feroce e Giuseppe, i cani di mannara che instancabili serravano i ranghi. Io che non avevo mai riflettuto su questi animali ora li vedevo miei consimili, mi vedevo parte di loro e scoprivo, guardando nei loro occhi intelligenti, la mitezza del carattere e il loro essere simili a molti di noi, a me. Nonostante il sole fosse caldo e il tempo sereno, in quella giornata di metà marzo, il sibilo di grecale soffiava freddo ed asciutto e le sue raffiche riempivano di vento le nostre orecchie disordinando e confondendone i pensieri. Ma noi camminavamo vicini, al caldo della sommatoria dei nostri manti.

Era bello stare con loro, nessuna fece caso a me, nessuno mi scacciò perché estranea, mi accolsero facendomi spazio tra loro, capirono l’urgenza del mio voler conoscere: eravamo comunità, comunità vera, dove non si danneggiano i legami, dove si vive bene, anche da perfetti sconosciuti. Si camminava a piccioli gruppi di femmine e piccoli, alcune gravide arrancando nel passo, altre invece avevano partorito da poco e portavano i segni di doloranti mastiti ma, nell’uno e nell’altro caso, nulla limitava il loro andare, neanche la fatica della maternità. Intimoriti dal passaggio di alcuni uccelli forse predatori che volteggiavano sopra di noi in larghe evoluzioni in quota, i piccoli belavano forte e le madri li spingevano con il muso e loro tacevano confortati.

Poi improvvisamente il gregge si arresta. Sembra un ingorgo stradale, deve essere successo qualcosa: l’agitazione, come impulso elettrico, passa rapido tra bestia e bestia e l’abbaiare forte dei cani richiama il pastore che arriva veloce. Una pecora è caduta per terra e non riesce a rialzarsi. Come in tutti anche per questa l'istinto di sopravvivenza è primario ma evidentemente prevale lo scemare delle forze; nonostante l’impegno del pastore che tenta di rianimarla, giace per terra. L’uomo non si rassegna e con impazienza la strattona, la massaggia. La burbera sollecitudine diventa ostinazione ma tutto è inutile, le forze si sono dileguate, gli stimoli alla vita non più accolti: con la testa reclinata sul collo, gli occhi sbarrati dallo sguardo allucinato sembra dire: lasciatemi stare! Allora, improvvisamente, mentre prima ognuna di noi voleva avvicinarsi quasi per sincerarsi dell’accaduto, adesso ci disponiamo in cerchio lasciandole uno spazio circolare libero, quasi per darle più aria possibile. Forse è una forma di rispettosa distanza da quel corpo che già appare gonfio, livido di morte o ancora, è strategia per ritardare l’arrivo degli aggressori naturali richiamati dall’odore della morte, dall’attrazione di questo insperato pasto.

Beliamo forte, belo anch’io, disperatamente. Il pastore, rassegnato e nervoso per la perdita economica, sollecita malamente alla marcia e riprendiamo a camminare abbandonando la nostra compagna alla sua morte che ormai come il destino naturale di tutti, diventa un fatto assolutamente intimo, incondivisibile per chi continua a vivere. Anche la macchina riprende la marcia e sobbalzo sul sedile perfettamente sveglia; mi giro sulla mia destra per individuare il mio gregge ma questo è lento ed ormai distante. Con la testa girata all’indietro ed appoggiata al finestrino chiuso, il mio respiro diventato vapore e mi rende appannata la sua immagine. Chissà quando arriveranno al loro ovile, chissà se si ricorderanno di me.

“Ti sei addormentata di botto”; “sì” rispondo, mentre penso ancora a loro. Sono orgogliosa di essere pecora: quando lascio che gli altri scambino i miei silenzi per dabbenaggine, la mia remissività per debolezza, il mio non sottolineare mai quello che noto, ma che afferro benissimo degli altri; le piccole miserie, gli abusi di fiducia. Perché non mi interessa essere lupo, perché ritengo che il significato ultimo di ogni esistenza, la dignità più alta della morte sia quella di averla fatta precedere da una vita concepita solo come realizzazione di valori in cui si crede, il filo ininterrotto della coerenza tra i pensieri ed i comportamenti, il sapere, come le mie amiche pecore, sul bordo degli innumerevoli precipizi della vita riguadagnare e mantenere sempre l’equilibrio delle proprie qualità morali.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 febbraio 2019




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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