domenica 16 giugno 2019

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Gomito di Sicilia, luci, ombre e paure sull'Occidente trapanese

Libri e fumetti

Più ombre che luci sembrano venir fuori dal racconto del mondo trapanese, tra una storia folgorante ed un presente con poche eccellenze, raccolto nel libro, edito da Laterza, del giornalista e scrittore Giacomo Di Girolamo, cronista di mafia. E' la paura a prevalere, la perdita di identità, la mancanza di progetti di sviluppo


di Salvo Fallica

Un viaggio nell'area più ad Occidente della Sicilia, un itinerario nel “Gomito di Sicilia”, emblematico titolo dell'interessante libro di Giacomo Di Girolamo, edito da Laterza, incentrato sul racconto del mondo trapanese. E' dato che le province - in realtà mai scomparse sul piano culturale, geografico ed antropologico - stanno tornando di moda, è giusto chiamare questa dimensione della narrazione con il nome che è più congeniale. Ovvero, la provincia di Trapani. Ed ogni provincia siciliana ha le sue caratteristiche specifiche ma anche le sue differenze interne, a volte presenta omogeneità territoriali e socio-antropologiche, a volte basta spostarsi di qualche chilometro e vi si trova invece in un mondo differente.

Di Girolamo è un giornalista oltre ad essere uno scrittore, e si porta dietro il suo substrato di conoscitore e cronista di mafia e criminalità organizzata. Ma in questo testo l'autore non si ferma ad una disamina di genere, spazia in maniera multidisciplinare dalla geo-storia all'antropologia. Ne vien fuori un racconto di fisica sociale che però non assomiglia a quella, ormai anacronististica, del padre della sociologia Auguste Comte con la sua carica di ottimismo cieco ed assoluto nel progresso e nella scienza, ma è ispirata da una modernità liquida alla Bauman senza però cadere nei luoghi comuni del post-moderno. Quando Di Girolamo afferra una verità e la mostra nei suoi aspetti concreti, lo fa con argomentazioni legate ai fatti. Non cade nel gioco delle interpretazioni e mostra la realtà nella sua nudità, ombre e luci. Molte più ombre che luci. A volte sembra però eccedere nel racconto del negativo. Certo, la provincia di Trapani è una delle meno dinamiche della Sicilia, i dati del Pil e le statistiche sulla disoccupazione parlano chiaro. Non vi sono imprese di eccellenza nell'hi-tech, nella chimica, nella farmaceutica, nell'industria meccanica e potremmo continuare...

Esistono delle realtà di eccellenza nei vini ed in altri ambiti dell'agricoltura innovativa che non vanno sottovalutate. Vi è un flusso di crescita nell'ambito del turismo ma la ricaduta sui territori in termini di crescita economica ed occupazione è ancora debole. I segnali positivi, seppur timidi, vanno però messi in evidenza.

L'autore riesce a cogliere con efficacia le profonde contraddizioni fra le meraviglie delle natura e l'incuria, fra le luci di un grande ed antico passato ed il declino dell'era contemporanea. E lo fa con capacità narrativa: “Eppure è qui l'origine di tutto. Lo Stagnone. Che non è mare, non è lago, non è arcipelago. E Marsala infatti non è. E' immersa nella storia ma cerca di dimenticare. E' dentro la bellezza, ma invece coltiva ossessivamente la bruttezza. Lo Stagnone c'è da quaranta secoli. Le barche hanno tanti ricordi. Ma sono le uniche a ricordare. E hanno deciso di andarsene, perché la memoria è un carico troppo pesante da portare”. “(...) Lo Stagnone non ha mai avuto padroni. Neanche re. Glielo chiesero pure a Vittorio Emanuele III, Re d'Italia, quando venne, poco prima della sua fine, nell'agosto del 1943. I pescatori fecero da guida al sovrano. Lui era meravigliato da tutta questa luce, e non credeva che anche questa fosse Italia”. Una storia che interseca momenti di vita di grandi personaggi ed aneddoti: “Pure Garibaldi venne a visitarlo, questo specchio d'acqua. Venne nell'isola di San Pantaleo (l'altro nome di Mozia) il 20 luglio 1862. Fece anche colazione con i pescatori e i contadini del luogo: pane, uova, lumache”. “Garibaldi non credeva al caso, ma ci pensava spesso a Mozia. L'aveva come un luogo dell'anima. I fenici si chiamavano così perché 'phoinix' in greco era il rosso porpora dei loro tessuti. L'abbondanza in laguna di murici, dai quali ricavavano la porpora, aveva indotto i fenici a impiantare su una delle isole dello Stagnone una mothia, una filanda. E a Garibaldi questa storia del rosso piaceva, eccome se piaceva”.

Giacomo Di Girolamo

L'autore sottolinea però che questo è soprattutto 'il mare del popolo', 'il mare della gente'. Ne vien fuori non solo il rapporto dei pescatori con il mare ma anche quello dei contadini, una interazione mediata dalle tradizioni religiose, dalle processioni e dai costumi sociali. E sempre utilizzando la metafora delle barche, come in un itinerario a ritroso nel tempo, l'autore porta il lettore nell'epoca di mezzo, e poi nel mondo romano... “Le barche hanno visto anche le incursioni saracene, nel Medioevo... E ancora: la distruzione, le lotte, le guerre dei Romani contro Lilibeo, la colonia, quella che sarà in futuro Marsala, nota per 'facilità dell'approdo, la mitezza del clima, l'abbondanza delle sorgive'. Un passo indietro ancora. E Mozia era emporio del commercio fenicio, ponte tra la Sicilia e l'Africa. E in quello stesso mare c'era una strada, sì, una strada sotto il mare - la puoi vedere ancora oggi - che metteva in comunicazione Mozia con la contrada di Birgi”. Inevitabile il passaggio sulla contemporaneità: “Adesso spuntano costruzioni come funghi velenosi, residence, progetti di lottizzazione. Adesso la costa è una discarica, nessuno si cura della tutela. Ecco perché le barche scappano. (…) Le barche dello Stagnone non ce la fanno più. Hanno deciso di inseguire il vento”. Di Girolamo utilizza anche le metafore dei tramonti, del continuo abituarsi ai tramonti che diventano simbolo di lente od improvvise conclusioni. “Anche la nascita di questa nostra città, Marsala, è segnata da una fine, la fine di Mozia. Il tiranno di Siracusa, Dionisio I, la rade al suolo. E' il quarto secolo prima di Cristo. I sopravvissuti arrivano nelle colline di Marsala, si rifugiano nelle grotte vicino alla costa. Si nascondono, sopravvivono. Creano un nuovo insediamento. Lo chiamano Lilibeo, perché sta di fronte l'Africa, e appunto 'guarda la Lybia', come anticamente era chiamata tutta la costa del Nord Africa”.

Le saline dello Stagnone

Quel concetto di sopravvivenza sembra esser diventato una connotazione antropologica o qualcosa di simile. Scrive l'autore: “Mozia è stata distrutta nel suo periodo più grande e splendente. E' incredibile pensare come così piccola fosse al centro di grandi commerci, avesse un polo industriale, un grande porto. Mozia era una specie di Hong Kong punica. Ha attirato gelosie. Ed è stata distrutta”. Ed “ha lasciato un segno indelebile. Perché il modo che noi abbiamo di vivere sotto costa, il rimandare sempre le cose importanti, questo fermarsi un attimo prima del grande salto, forse è il marchio indelebile di quei tempi e di quella punizione”.

Secondo l'autore la paura ha prevalso su altri aspetti. Persino nei momenti di cambiamento ha prevalso “l'entusiasmo della paura: la paura che ha la povera gente di passare da dominatore a dominatore, da tiranno a tiranno. Garibaldi non vedeva la viltà e l'odio che si mascherano di festa e agitano le bandiere a salutare i nuovi padroni”. E vengono toccati anche temi di stringente attualità, quale quello dei migranti. Anche in una terra di accoglienza come quella trapanese si palesa la paura dell'altro. In luoghi dove lo straniero è da sempre hospis, ospite, la rabbia contro i “turchi” rischia di trasformarlo in hostis, il nemico. Vi sono già coloro per cui è diventato il nemico. E la parola 'ospitalità' è stata ridotta “ad igienica pratica alberghiera, destituita dal 'tu', sottratta al 'noi'. I poveri: a casa loro. E grazie per averci ricordato che siamo solo i penultimi della terra. Mica gli ultimi”.

Isola di Mozia

Il trapanese è ricco di luoghi intrisi di beni ambientali e culturali, da San Vito Lo Capo alle Isole Egadi, dai templi di Selinunte e Segesta alle Saline di Trapani e Paceco, solo per citarne alcuni.

L'itinerario giunge a Castelvetrano, e Di Girolamo elabora una tesi acuta che sfugge alla facile lettura: “Il simbolo di Castelvetrano non è Matteo Messina Denaro, il capomafia latitante del quale racconto vita, affari, relazioni ormai da venti anni e con stanchezza crescente. Il simbolo di Castelvetrano è Triscina. Il mare di Castelvetrano. O più avanti, Tre Fontane. Si tratta di interi villaggi costieri abusivi. Neanche le vie hanno un nome. Dove vivi? Via 1, Via 2, Via 3”. Cinque mila case abusive. Senza comprendere a fondo tali questioni non si capisce lo stato di profondo disagio ed arretratezza di alcune aree della Sicilia e dei tanti Sud. E' l'oblio della questione sociale, non nel senso teorico ed astratto ma nell'ambito della prassi della vita quotidiana, a caratterizzare fenomeni di disgregazione, perdita d'identità e mancanza di progetti di sviluppo. E' solo il fallimento delle classi dirigenti ad aver prodotto tutto questo, o vi sono responsabilità più diffuse? Eppure in Sicilia, soprattutto nel Sud Est dell'Isola vi sono luoghi d'eccellenza, piccole oasi che possono competere con centri del Nord-Est. Perché aggiungiamo ciò? Semplicemente per far comprendere che per capire in profondità il Meridione d'Italia dobbiamo studiare e capire i tanti Sud che compongono una realtà a macchia di leopardo.

Case abusive sul lungomare di Triscina, a Castelvetrano

Tornando al libro di Giacomo Di Girolamo va evidenziato che offre spunti davvero interessanti che vanno letti e presi in considerazione, gustandone la lettura che vive della capacità di racconto dell'autore..


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 17 maggio 2019





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