mercoledì 15 agosto 2018

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Giusi Norcia, la cuntista delle regge dell'Ellade

Libri e fumetti

La scrittrice ha nell’anima la sua Siracusa e anche quella grecità, espressione più nobile della città. Nel romanzo “L’ultima notte di Achille" (Castelvecchi) quella tradizione orale è diventata scrittura col ritmo della parola detta e cantata: «Il tema del mistero della vita e della morte, dell’amore, dell’incompletezza che porta all’ansia di infinito è di Achille»


di Daniela Sessa

Scrittrice, grecista e divulgatrice culturale Giusi Norcia è di Siracusa. Oltre a esserci nata, Giusi Norcia ha nell’anima Siracusa e anche quella grecità che è l’espressione più nobile della città della ninfa Aretusa. Dovreste vederla quando racconta i miti di Siracusa, cui ha dedicato un fortunato e colto Siracusa. Dizionario sentimentale della città (VandA. ePublishing): lo sguardo si accende di gioia e la voce si fa potente e soave nello stesso tempo. “Ho una passione per le parole e i dizionari e associarli alla parola sentimentale crea un cortocircuito, una sintesi della vita: utilizzare la mente e il cuore insieme. Qualcosa di proustiano”. Nel racconto dei miti, ai bambini o in carcere con i detenuti coinvolti nei suoi laboratori di scrittura e drammatizzazione (è recente lo spettacolo sul mito della caverna di Platone allestito nel carcere di Augusta), mette tanta passione e una conoscenza profonda di storie che arrivano da quella luminosa notte dei tempi. Sembra un aedo greco, il cuntista delle regge dell’Ellade.

Di quella tradizione orale Giusi Norcia è consapevole tanto da averla tradotta nella sua scrittura che ha il ritmo della parola detta e cantata.“Il mito è una mappa dell’anima, una biografia in forma di sogno. E il mito esiste solo se lo raccontiamo. La dimensione dell’oralità è per me importantissima. I siciliani e gli altri popoli mediterranei sono depositari del racconto orale. Quando noi ci sediamo a raccontare una storia , questa esperienza potrebbedurare per ore. Io lavoro secondo un ritmo che è fatto di scrittura e di rilettura a voce alta di quanto ho scritto”.

Ci diamo appuntamento al Teatro Greco di Siracusa in un mattino pieno di sole. Non poteva esserci luogo diverso per parlare con Giusi Norcia: davanti a noi la cavea del teatro antico più importante del mondo sembra echeggiare dei passi di Achille. Nel romanzoL’ultima notte di Achille appena pubblicato per Castelvecchi Editore la fascinazione dell’epica muove un intrico di sentimenti e di creature umane e divine: queste antichissime, i primi senza tempo. L’eroe dall’ira funesta, la figura più tormentata dell’Iliade di Omero, feroce di spada e dolce di cetra, viene colto dalla scrittrice in posizione quasi fetale, chiuso nel grembo della sua tenda in quella ultima notte della sua formidabile vita. Il Fato, il dio meccanico della tragedia, conduce Achille sin dalla nascita verso quella morte eroica e furiosa sotto le mura di Troia. E’ una suggestione ma sembra di vederlo sbucare dalla sua tenda, con il lampo grigio dell’anima balenato negli occhi, poi avanzare al centro della scena e aspettare lì che il suo cantore Thanatos, la morte, lo sottragga alla vita.“La morte ci dà la cadenza dei battiti della vita. La tradizione tragica ed epica voleva gli dei non contaminati dalla morte: così mi sono chiesta chi potesse stare accanto ad Achille nell’ultima notte. Ho trovato un Thanatos compassionevole la cui suggestione viene da due film, “il settimo sigillo” di Bergman e “Il cielo sopra Berlino” di Wenders. Un angelo umano”. Giusi sorride e sa di aver consegnato Achille a un’altra immortalità.

Ci sarà stato un momento in cui ha deciso che fosse proprio Achille il mito di cui scrivere. Perché Achille?
«Achille mi ha colto per certi versi di sorpresa, perché paradossalmente l’eroe della mia infanzia era Ulisse. A un certo punto Achille si è manifestato in tutta la sua bellezza che è un misto di ansia di gloria e di un desiderio di ritorno. Lui ama in modo assoluto, vive in modo assoluto. Si è presentato a me in questa assolutezza, in questa bellezza. Poi Achille è legato al mistero della morte e della vita: ho voluto indagare questo mistero. Che è il suo tema, la sua musica. In Agamennone vi è il tema del potere, in Ulisse quello dell’umanità legata a un pensiero strategico, ma il tema del mistero della vita e della morte, dell’amore, dell’incompletezza che porta all’ansia di infinito è di Achille».

Achille di Norcia non è l’eroe che ti aspetti. Mitiga pure la sua bestialità contro Ettore sul cui sacrificio, per dirla con Foscolo, deve invece splendere in eterno il sole. Tra Ettore e Achille, propende chiaramente per il greco. Un Achille non tradizionale?
«Questa è una domanda che mi pongo sempre. Quando scrivo di miti, il mistero è capire il legame profondo tra quanto viene dalla tradizione e quanto da noi.Una cosa è certa: Achille della tradizione è molto più complesso rispetto allo stereotipo di un eroe epico, persino ormai quasi cinematografico. Parole come “per me niente vale la vita” che lui proferisce nell’Iliade davanti alle ambascerie portano già uno struggimento, che vedresti per esempio in un’Andromaca. Non c’è solo l’Achille di Omero. Ho esplorato anche altre fonti, come Stazio, Apollonio Rodio, Euripide e Catullo, oltre ai mitografi sino all’arte figurativa. L’indagine delle fonti è affascinante, anche se poi vanno dimenticate. Sai cosa mi ha più affascinato? Riflettere sul patronimico: Achille, figlio di Peleo. Achille però è anche figlio di Teti, e quindi anche figlio del mare. Porta dunque con sé questa capacità metamorfica del mare».

La metamorfosi è la chiave del romanzo. La scrittrice diventa l’aedo Thanatos, la morte diventa “l’incavo della vita”, il mito dell’ira stessa viene trasformato.
«Il travestimento da donna di Achille è una metamorfosi: l’ho immaginato en travesti. Con la sua capacità, che è pure nella tradizione, di essere tra le cose, di essere tra i mondi. L’ira c’è, tanto che ho voluto cominciare il romanzo con la parola ira come fa Omero nell’Iliade. L’ira di Achille paralizza, è stasi che è l’opposto del movimento, dell’acqua. Ho sentito che in lui c’era il superamento di questa pietrificazione. Achille aveva bisogno di essere colto in tanti suoi aspetti. Lui è musico, è medico, è guerriero, è dio e uomo contemporaneamente. Mi ha parlato così. Forse gli eroi hanno bisogno dei loro cantori per potersi esprimere».

In “L’ultima notte di Achille” splendide sono le figure femminili, intense tutte. Ifigenia e la purezza, Clitemnestra e il sospetto, Elena e il fulgore dell’assenza “Elena è lì che mi aspetta, scriverò un giorno di lei. Elena sa aspettare perché è una dea. Elena e Achille si somigliano tanto e viaggiano in un livello intermedio tra umano e divino”. Elena e Achille scelgono anche per impulso di Eros. E le scene dell’amore tra Achille-Pirra e Deidamia o tra Achille e Patroclo sono nel segno della metamorfosi.

Con Deidamia Achille mostra una sensualità virile pur nelle vesti di donna. Quanto ha influito la sua sensibilità, il suo privato su queste scelte narrative?
Ho voluto puntare senza veli all’amore omosessuale perché così l’ho interpretato dai segni dei testi consultati. Partendo dall’amore assoluto verso Patroclo, sono tornata indietro, a momenti precedenti all’incontro con Deidamia, la fanciulla che avrebbe potuto amare Achille in tutte le forme. Nel libro ci sono le mie traduzioni di Saffo che si intravedono in filigrana, come in ogni riscrittura - e questo tipo di sensibilità. Certamente c’è la componente autobiografica come tra l’altro in ogni scrittura. Da bambina volevo tantissimo travestirmi da eroe maschile: Zorro era il mio preferito ma a noi bambine erano riservati gli abiti da damigella. In fondo con Achille ho trovato il modo per farlo».

Scrivere ha un legame strettissimo con la vita?
«E’ inevitabile. La sorgente di quello che noi pensiamo e sentiamo, gli incontri, le impressioni come fanno a non entrare in quello che scriviamo? Io ne sento il bisogno. Siamo qui in questo teatro in cui tra pochi giorni si rappresenterà “Edipo a Colono” di Sofocle. Cosa c’è di più antinaturalistico di una tragedia greca? Eppure Colono è il luogo in cui è nato Sofocle, la sua radice. Quanto Sofocle c’è in questa tragedia postuma in cui Edipo è un vecchio? Non trascurerei anche un altro aspetto, che i personaggi diventano carne e sangue. Pensavo, finito questo libro, di essermi liberata di Achille ma è ancora più presente. Ha dato voce a parti di me, sebbene non sia il mio specchio».

Ha pensato di correre un rischio scrivendo “L’ultima notte di Achille”? Un altro libro che fa del mito un’esegesi del presente: almeno altri due libri su personaggi mitologici sono stati pubblicati quasi in contemporanea al suo, che sta avendo grande attenzione da parte della critica.
«In realtà noi il mito lo abbiamo sempre riscritto, anche i classici sono in fondo delle riscritture. Ognuno si augura per il libro una propria strada per arrivare al pubblico, che è ciò che importa davvero. Rispetto al mito in sé mi stupisce il contrario cioè quando qualcuno non crede nella potenza del mito».

Qual è la potenza del mito?
«Il mito ha una forza misteriosa che deve essere preservata, come nell’amore».

Le piace incontrare i bambini. Per loro ha scritto sia “Archimede. Una vita Geniale” e “L’Isola dei Miti” sia il libro da parati “I doni degli dei” per l’editore VerbaVolant, ora finalista al premio Andersen.
«
Il mio libro da parati è il primo dedicato ai miti. Io ho scritto i testi mentre i disegni sono di Marcella Brancaforte. Ho scelto Atena, dea degli eroi, della sapienza, della legge: la dea che dona l’ulivo, albero mediterraneo. Un’altra storia che spesso racconto ai bambini è la storia di Perseo e della Gorgone, uno strumento per parlare del coraggio e della paura, dell’intelligenza.Trasmetto l’importanza della memoria, stuzzicando la loro emotività».

La memoria emotiva è anche della sua Siracusa, che sembra talvolta rivendicare una dimensione di polis. In questo luogo, cuore della Neapolis, ci sono un silenzio antico e l’irruzione dei rumori della città, le sirene che non sono quelle omeriche.
«E’ difficile rapportare una città di oggi a una polis perché possiamo solo immaginare. Del passato bisogna cogliere certe eredità, evitando il rischio dell’idealizzazione. Nella polis, ad Atene, per certi versi polis per eccellenza, c’erano gli schiavi, esisteva l’ostracismo, le donne avevano un posto assai marginale. Possiamo però cogliere da questa polis l’idea della dignità della politica e l’idea che la politica e la cultura non siano separate. Il teatro greco è l’espressione di quella sintesi, tra cultura e politica. Cosa recuperare dell’antico? L’attenzione alla comunità. Vittorini nelle “Città del mondo” diceva che se le città sono belle anche la gente è bella. Città belle da vedere, da vivere. A volte questa bellezza è data dalla conoscenza e dalla possibilità di valorizzare i luoghi di una città, a volte di dare voce a quelli dimenticati e nello stesso tempo aprire nuove strade interpretando il presente.Le persone che ci vivono fanno parte di questo tesoro. La funzione della scrittura è legata al tema del dialogo, della pace, dell’educazione. Valori cui una comunità arriva anche attraversando le ombre. La cultura illumina i lati oscuri di una comunità e li aiuta a superarli».

Giusi Norcia, foto Daniela Sessa

La difesa della polis di Siracusa rimanda ad Archimede, altro suo eroe. Siracusa è Archimede?
«Certamente, eppure Archimede oscilla tra memoria e dimenticanza. Sembra quasi che si divertisse a nascondersi. Quasi un paradosso che Cicerone poco più di un secolo dopo non trovasse neppure la sua tomba e quella che oggi chiamiamo tomba di Archimede non lo è. Archimede è un monito a ricordare tanti figli di Siracusa, a ritrovare ciò che ci appartiene, con memoria attiva».

Per esempio Vittorini, sul quale la sua città, che per molti versi lui stesso trascura, non ha aperto una seria riflessione sulla sua opera. C’era un premio letterario che è andato perduto…
«Il premio aveva un valore. Andrebbe rimodulato, riscoprendo il lavoro importante fatto dal punto di vista letterario intorno a quel premio. Ho l’impressione che i grandi autori siciliani vivano costantemente tra l’oblio e la memoria. Questa riflessione si estende anche ai contemporanei, richiama alla bellezza e all’importanza di fare nuove scoperte. E qui torno ad Archimede, all’altro suo lascito: il monito a riconoscere il talento».

E siamo arrivati al suo “datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”. Qual è il suo? Cosa si aspetta dal punto d’appoggio in cui si trova, dalla scrittura?
«Il punto d’appoggio è il luogo stesso in cui siamo in un dato momento. La scrittura è lo sguardo; per tornare al principio della leva, è la buona distanza indispensabile per sollevare il mondo».

L'autrice

Giuseppina Norcia è nata a Siracusa nel 1973. Dopo la laurea in Lettere classiche e un Master di II livello in Scienza e tecnologia dei media conseguiti presso l’Università di Pavia, ha collaborato con università, italiane e straniere, e lavorato per oltre dieci anni presso la Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) coordinando convegni internazionali e curando attività espositive, editoriali e didattiche. Insegna drammaturgia antica all’Accademia d’Arte del Dramma Antico, cura laboratori per ragazzi sul teatro, la lingua italiana e la trasformazione creativa dei conflitti, realizza attività e progetti sul mito e l’anima dei luoghi volti alla valorizzazione del territorio.

Ha partecipato a rassegne e festivale ideato progetti per la Pace, la Cultura e l'Educazione con particolare attenzione alla condivisione del sapere, al dialogo e all'inclusione sociale con Associazioni, Istituzioni, Musei e Ordini professionali.

È autrice dei libri “ L’Isola dei miti. Racconti della Sicilia al tempo dei Greci”(VerbaVolant, 2013); “Siracusa. Dizionario sentimentale di una città” (VandA. ePublishing, 2014);” I Racconti del Loto. Sette storie sulla felicità” (VandA. ePublishing 2014); “I doni degli dei” (VerbaVolant 2017); “Archimede. Una vita Geniale” (VerbaVolant 2017), “L'ultima notte di Achille” (Castelvecchi 2018).


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 03 maggio 2018
Aggiornato il 10 maggio 2018 alle 16:44




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