mercoledì 24 aprile 2019

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«Ho realizzato il sogno che mio padre non ha mai sognato»

Calici & Boccali

Il produttore vitivinicolo di Passopisciaro ha trasformato le sue mani da pianista in quelle di un vignaiolo, proseguendo sulle orme del padre Girolamo a cui è dedicata la sua pluripremiata azienda. Al suo lavoro, e a quello di altri pochi pionieri, ambasciatori del rinascimento della "Borgogna" di Sicilia, si deve il successo dei vini dell'Etna


di Giusy Messina

«Miglior viticoltore dell’anno. L’ho ricevuto nel 2011 ed ancora è il riconoscimento più bello. Lo dedico a mio padre Girolamo che su queste vigne è morto, a 64 anni colpito da un infarto mentre lavorava in vigna».
La voce gli si spezza in gola. E’ un attimo. Giuseppe Russo, 46 anni, è un vignaiolo non per vocazione ma per scelta. Testarda e tenace. All’età di 33 anni, dopo aver abbandonato la carriera di pianista e la possibilità di insegnare con una laurea in lettere ed il corso di abilitazione per l’insegnamento in tasca, decide di ridare vita nuova a quelle vigne a cui il padre si dedicava con passione ed abnegazione.

Giuseppe Russo

«Ricordo ancora il suo sconforto e la sua rabbia quando non riusciva a vendere al giusto prezzo quelle uve a cui aveva dedicato tempo e fatica. Le tante porte chiuse in faccia a chi come lui stava chino sulle vigne che conosceva ad una ad una, lavorando senza sosta».
L’azienda “Girolamo Russo” che Giuseppe ha dedicato al padre, ha in proprietà circa 15 ettari sul versante nord dell’Etna, a Passopisciaro (una frazione di Castiglione di Sicilia), uno dei borghi al centro della rinascita dei grandi vini rossi del Vulcano più alto d’Europa, tra i 650 ed i 780 metri di altezza.
«Dopo la morte di mio padre, mi trovai ad un bivio: vendere o continuare. Decisi di tentare, anche perché con Marco de Grazia, Andrea Franchetti ed altri produttori, sull’Etna si respirava un’aria nuova. Io non avevo proprio idea da dove dovessi iniziare - confessa -. All’iniziò mi ha aiutato mio zio Nino e per un po’ di tempo facevo una doppia vita: la mattina in vigna e poi facevo delle supplenze a scuola. Ma di una cosa ero certo: volevo capire».

Il padre Girolamo Russo a Feudo

Con umiltà e testardaggine, Giuseppe procede a tentoni, in modo empirico finchè non conosce all’inizio del 2005, l’enologo toscano Emiliano Falsini con cui inizia un percorso serio.
«Le mie prime microvinificazioni -ricorda ridendo- le provai nel garage di casa. Poi decisi che era giunto il momento di decidere: la passione per il vino prese il sopravvento e mi sono buttato anima e corpo, senza avere alcun rimpianto».
La caparbietà e l’impegno pagano ed i riconoscimenti non hanno tardato ad arrivare. Nel 2006 la prima vendemmia ed il suo San Lorenzo ’13, un Etna rosso Doc di Nerello Mascalese, dal nome della contrada alle porte di Randazzo dove vengono coltivate le uve, ottiene i Tre Bicchieri del Gambero Rosso.

Giuseppe Russo con l'enologo Emiliano Falsini

«Si erano accorti del mio lavoro di artigiano della vigna- dice con soddisfazione- e per me fu lo sprone a non mollare. Dedicarmi ai cru era la direzione giusta». Giuseppe ed i suoi collaboratori coltivano le vigne in regime biologico, secondo la tradizione contadina che ha permesso a vigneti vecchi anche di un secolo, di arrivare fino ai nostri giorni. E così’ gli antichi impianti ad alberello, insieme ai nuovi filari, vengono lavorati a mano.
Potature corte, aratura, zappatura, legatura, zolfo e rame. E ogni sciara custodisce un diverso gruzzolo di minerali che viene poi conferito nei vini. E Giuseppe, con accurata minuziosità, ne rivela l’anima. A ciascun vino, uno spartito.
«Mi sento una grande responsabilità - dice- cerco di fare le cose per bene, di non lasciare nulla al caso. Nel periodo della vendemmia gli operai passano dai vigneti infinite volte perché vengono selezionate solo le migliori uve: a volte riusciamo a raccoglierne appena 400 chili».

Le vigne dell'azienda Girola Russo a Passopisciaro

Anche Wine Spectator, la prestigiosa rivista americana del settore, nel 2011 ha premiato ben suoi tre rossi: Feudo, Feudo di Mezzo ed il ‘a Rina (in dialetto "sabbia", in omaggio a quella nera, vulcanica che si deposita in queste zone dopo un’eruzione) un blend di Nerello Mascalese al 94% e la restante di Nerello Cappuccio.
«Solo vitigni nativi- chiosa Giuseppe- non c’è proprio alcun motivo di coltivare altro perché l’Etna, al di là del fenomeno di moda, rappresenta un grande patrimonio di biodiversità ancora da esplorare, conoscere. La strada è stata tracciata da me e da altri che ci hanno creduto e ci credono. Il segreto – dice convinto- è stare attenti, non fermarsi. Abbiamo il dovere di prendercene cura, di difenderlo dalla sporcizia, dall’immondizia».

Tra lave, ceneri, ginestre, ed alberi secolari di ulivi e noccioli, Giuseppe continua a lavorare in modo certosino sul suo pentagramma di note, di profumi e sapori autentici. La banalità è bandita dalla sua “composizione”.
Oltre ai tre rossi, produce anche un Etna Rosato ed un bianco dell’Etna, un Carricante al 70 % che, in barba all’ossimoro, ha chiamato Nerina, come la madre. E Giuseppe, instancabile, è, insieme al suo vino, ambasciatore del rinascimento enologico di quella che viene definita la “Borgogna” di Sicilia, «perché- spiega- nelle aziende artigianali il produttore deve metterci la faccia».
Tra i suoi prossimi obiettivi, la ristrutturazione di un casale in contrada Feudo da destinare alle degustazioni ma anche ad un’accoglienza per poche persone, e di provare a fare nuove etichette di bianco e due di rosso.
«Non riesco a quantificare le ore che dedico al lavoro, perché non mi sembra di lavorare- dice quasi sottovoce- Mi sento un privilegiato». A ben guardare il logo della sua azienda, in bianco e nero, sembra che Giuseppe abbia voluto mettere insieme le sue passioni: la casa di famiglia, radici da cui dipartono i filari, a mò di tastiera di un pianoforte. «La musica -dice in un soffio - non l’ho mai abbandonata. Anche se ho realizzato il sogno che mio padre non ha mai sognato».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 20 agosto 2018
Aggiornato il 30 agosto 2018 alle 16:48





Giusy Messina

Palermitana, classe '63, ama profondamente la sua Isola. Il suo motto è: con leggerezza si possono dire cose importanti. Si occupa di enogastronomia, storie, luoghi e territori, per raccontare una Sicilia nascosta e preziosa. Ha collaborato con il quotidiano L'Ora, La Repubblica, Cult. Ha scritto la prima guida de Il Movimento del Turismo del Vino in Italia, per la Sicilia. È giornalista pubblicista dal 1996.


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