sabato 15 dicembre 2018

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«L'Italia è il Paese del Processo del lunedì, rischia la cretinocrazia»

Sugnu sicilianu

Nel suo "Sillabario dei malintesi", il giornalista e scrittore catanese evidenzia le contraddizioni, di ieri e di oggi, della dialettica del paradosso. Giudica eversivo il populismo oggi al potere in Italia perché abbagliato dall'idea della democrazia diretta: «Demagogia e incompetenza non sono la soluzione». E della sua Sicilia salva Palermo: «E' ridiventata capitale dell'umanesimo mediterraneo»


di Salvo Fallica

«Per il mio libro ho preso spunto dallo storico Karl Schlögel, autore di un testo importante ed innovativo nello studio della geopolitica, Leggere il tempo nello spazio. Uno studioso autorevole capace di raccontare ed interpretare in maniera originale una molteplicità di segni storici, oggetti concreti nello spazio. Riesce a far rivivere il senso del passato proprio nei luoghi dove gli eventi sono accaduti, e legge così il tempo nello spazio. E lo storico utilizza anche l'analisi linguistica. Leggere ed interpretare gli oggetti nel tempo implica lo studio della lingua e dei linguaggi, i significati delle cose che mutano e quelli che permangono. Nel mio libro Sillabario dei malintesi, sono partito direttamente dalle parole, dal loro significato in un determinato contesto storico alla loro mutazione nel tempo. Un racconto delle parole nel tempo».

Francesco Merlo

Così il catanese Francesco Merlo, giornalista-scrittore, prestigioso commentatore delle pagine de La Repubblica ed in precedenza firma di punta del Corriere della Sera, inizia ad enucleare l'ispirazione che sta alla base del suo ultimo libro, Sillabario dei malintesi. Storia sentimentale d'Italia in poche parole, edito da Marsilio. Un testo fra storia ed attualità, che lega in maniera sui generis passato e presente, e lo fa con una scrittura intensa, con una profondità filosofica. Poiché questa è la vera cifra giornalistica e culturale di Francesco Merlo, filosofia applicata al giornalismo, dunque alla vita. Nell'era dell'informazione veloce, il giornalismo è sempre di più dimensione critica, è racconto ed interpretazione. Il giornalismo è dimensione interpretativa del tempo presente, non è solo narrazione evenemenziale. Il piccolo racconto dell'evento lo trovi in contemporanea su una miriade di piattaforme, descritto sul web e sui social. Per comprendere appieno quello che è accaduto, occorre un livello più autentico di giornalismo critico. Il giornalismo vive la medesima trasformazione che lo studio della storia ha vissuto con la storiografia delle Annales nel corso del Novecento, dalla narrazione di meri eventi alla interpretazione delle mentalità collettive di Lucien Febvre ed alla storia sociale, economica ed antropologica di Marc Bloch, alla categoria della lunga durata di Fernand Braudel. Ed ora che la stessa storiografia deve fare i conti con mutazioni continue apportate dalla realtà multimediale, il giornalismo dell'era di internet e dei social deve sempre più recuperare la geostoria.

Merlo durante una diretta di Repubblica Tv

Francesco Merlo con il suo giornalismo di approfondimento e di smascheramento di stereotipi e luoghi comuni ha precorso i tempi. Con il suo linguaggio vario e ricco, racconta la molteplicità delle cose, la pluralità dei fenomeni, e proprio giocando con l'ambiguità delle parole. L'ambivalenza e l'ambiguità delle parole rispecchiano la ricchezza della fenomenologia del reale, non in senso hegeliano ma nell'ottica dei giochi linguistici del secondo Wittgenstein. Una pluralità di sistemi linguistici non astratti ma legati alla quotidianità dell'esistenza, all'interno dei quali un termine assume un determinato significato. E' l'interazione della parola con le altre e l'uso pragmatico che se ne fa che ne determina il senso. Nel tempo le parole mutano, e mutano al mutare dei contesti. Il Sillabario dei malintesi è dunque l'opera più importante di Merlo perché ne racchiude la sua attività giornalistica ed intellettuale e va compresa non in base al Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus e la teoria dell'isomorfismo fra le parole e le cose (la presunta corrispondenza oggettiva fra queste dimensioni) ma in base alla visione convenzionalistica e pragmatica del linguaggio del secondo Wittgenstein delle Ricerche filosofiche. Nel libro di Merlo esistono diversi livelli interpretativi ed ermeneutici, ed è molto godibile la parte legata al racconto del primo livello narrativo. Ma è ancor più suggestivo coglierne i nessi profondi che sono interpretazioni di fatti ed interrelazioni di eventi e stati di cose.

Il tuo è un libro che racconta la storia dell'Italia contemporanea, legando la memoria con il presente. Da quale nodo cruciale sei partito?
«Non solo il passato serve per comprendere il presente ma è proprio dal presente che noi partiamo per comprendere il passato, per porre delle domande sul senso di quello che è accaduto ed avviene. E dato che la mia analisi è incentrata sulle parole, mi sono ritrovato con vocaboli quali rottamazione, vaffa. La prima cosa che si può notare è che si tratta di parole che possono apparire diverse e rimandare a realtà politiche diverse, invece hanno lo stesso senso. Perché rottamare non è diverso dal mandare a quel paese qualcuno. Vi è una durezza verso l'altro, un atteggiamento di distruzione dell'avversario che è simile. Per sintetizzare, ho dunque iniziato a raccogliere e raccontare le parole. Ho tentato di raccontare la storia attraverso le parole; narrando le storie delle parole si può fare la storia. Mi sono accorto però sin da subito le parole non assomigliavano alle cose che indicavano. Erano parole cariche di ambiguità, erano polisemantiche. Se per me una cosa ha un senso e per te un altro vi è la possibilità di non capirsi. Ma se allarghiamo l'orizzonte del capirci possiamo intenderci dentro una molteplicità di sensi, che poi è la dimensione del reale. Dunque mi sono messo a giocare con un sillabario, ispirandomi non solo alla storia ma anche alla letteratura. Un sillabario, non un dizionario, che non è in ordine alfabetico ma è nell'ordine in cui ho incontrato le parole (che racconto nel libro) nella mia vita. Un ordine sostanzialmente sentimentale. Dunque una storia sentimentale d'Italia».

Biografia e storia, vita e parole, sentimenti e significati. Nel libro a proposito della parola monarchia citi i tuoi genitori...
«L'aspetto esistenziale legato alla storia. Comincio con la parola monarchia perché nella mia famiglia vi era un malinteso su questo concetto. Dunque, vi era mio padre che era un uomo di destra, e nel giugno del 1946 votò per la Repubblica al Referendum. Mentre mia madre, che ha 98 anni, che è sempre stata di sinistra, nel '46 voto monarchia. Mio nonno materno era un nobile napoletano che era stato condannato all'esilio in Sicilia a causa della sua partecipazione ad un duello per amore che finì a suo vantaggio. Partendo dall'esperienza soggettiva di ognuno il termine monarchico può assumere una pluralità di significati diversi ma la cosa più interessante è il gioco degli opposti, ovvero pur partendo da una posizione ben determinata si può poi scegliere in maniera totalmente differente. E questo lo possiamo estendere più in generale, illustri democratici che hanno fatto la storia del giornalismo, della politica, dell'economia italiana, al referendum votarono per la monarchia. Perché il significato di una parola per il soggetto individuale ha un determinato valore in un determinato momento storico, non solo per la cornice in cui vive ma anche per gli stati emotivi esistenziali. Nel libro mi sono divertito a giocare linguisticamente con gli opposti e con le contraddizioni. Dalla monarchia sono così passato al referendum. Scrivendo delle parole che ho incontrato, narro dunque di storie di vita e della storia, e racconto ed interpreto i rapporti fra le parole. Una storia di malintes».

Una storia fondata sui malintesi è il contrario di una realtà in divenire nel senso hegeliano progressivo ma la tua in realtà non è nemmeno una dialettica del negativo. La potremmo invece definire una dialettica del paradosso?
«Una bella definizione, tenendo conto che il paradosso dentro il malinteso è uno strumento. La dialettica del paradosso, degli ossimori, serve a proteggere la realtà non ad offenderla, perché la lingua è talmente bella e ricca, che riesce a dire l'indicibile. La politica è così complessa in un Paese come l'Italia, un po' tagliato fuori dalla storia, che è la lingua che la fa funzionare. L'idea di accedere alla storia attraverso le parole in realtà è una idea di ricchezza. Ad esempio, vi sono parole che sono difficilmente traducibili in altre lingue, invenzioni linguistiche che servivano ad interpretare linee politiche complesse, si pensi alla convergenze parallele di Aldo Moro. Nella dialettica del paradosso persino le parole più distanti come convergenze parallele, ricco di cultura politologica e il vaffa simbolo della politica dell'insulto, diventano simili, per il loro aspetto di impossibilità. Quando toccano la dimensione del governo diventano irrealizzabili. La complessità politico-culturale del progetto di Moro diventa irrealizzabile perché lo stesso Moro viene ucciso. Cambiando totalmente registro, il vaffa con tutta la sua retorica rottamatoria al governo ci arriva ma non può essere attuato e tradotto, perché non puoi governare mandando a quel paese gli altri. Il vaffa è un progetto irrealizzabile che mostra tutte le sue contraddizioni, chi lo ha cavalcato deve metterlo da parte per poter governare. Ed abbiamo visto come mutano gli atteggiamenti quando si conquista il potere ed i compromessi messi in atto. Le contraddizioni però restano».

Le convergenze parallele tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro

Vi è un pezzo della tua vita in questo libro?
«Non vi è alcun dubbio, nel senso che vi sono degli spunti autobiografici che mi servono ad entrare e spiegare un mondo. Ed è quello che dà un tono letterario, oltre allo stile, al libro. Ed è anche il tono letterario del mio modo di fare il giornalista. Difendo in questo libro la grammatica del giornalismo del Novecento, e quindi Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari che sono stati la mano destra e la mano sinistra del giornalismo italiano del secondo dopoguerra fino ad oggi».

Proprio nell'era della velocità dell'informazione uno stile di giornalismo come il tuo, di racconto ed analisi critica, intriso di letteratura, filosofia, costruito con un linguaggio ricco e vario, continua ad avere successo e non è affatto indebolito...
«Anzi, il giornalismo critico e di approfondimento ne è rafforzato. I siti web dei giornali ed i social avvicinano un più largo pubblico alla lettura, e la persone con non molta dimistichezza con il cartaceo cercano sui siti anche l'approfondimento. Sfatiamo alcuni miti. Non è vero che per essere letti di più serve uno stile banale, spesso si scambia semplice per banale. Dietro la semplicità vi è un grande lavoro di studio e costante esercizio. Inoltre, si può scrivere in maniera complessa e barocca come Indro Montanelli e farsi comprendere. Quella di Montanelli era una scrittura molto ricca, complicata, ma riusciva ad essere efficace. Basta leggere i suoi articoli ed i suoi libri, per accorgersene. Molti si definiscono montanelliani, citano a sproposito il vezzo delle citazioni sul giornalismo di strada. Ma Montanelli era un uomo molto colto che interpretava la vita e la storia attraverso la sua formazione intellettuale complessa. Aveva uno stile ricco, era caustico, insolente. Altro che il mero racconto del fatto, Montanelli raccontava ed interpretava, polemizzava, divideva».

Indro Montanelli

A proposito di malintesi spesso viene citato il mito del giornalismo anglosassone dei fatti separati dalle opinioni.
«Un mito che non esiste. Il giornalismo anglosassone non ha questa distinzione, è una stupidaggine che viene ripetuta senza alcun fondamento. Un luogo comune che è stato trasformato in mito. Basta leggerli i giornali anglosassoni per accorgersi che è uno stereotipo senza alcun fondamento. Un mito che è stato inventato quando si voleva mascherare la propria opinione vestendola di una obiettività che non esiste».

Come interpreti l'Italia odierna?
«Una Italia arrabbiata. Una Italia che ha perso la capacità di dare un orizzonte alla rabbia, la sinistra aveva uno scopo importante, trasformava la plebe in popolo e gli dava una prospettiva costruttiva. Una rabbia senza orizzonte si trasforma in populismo. Purtroppo il populismo italiano è eversivo, perché ha alla sua base l'idea che la democrazia rappresentativa abbia fatto il suo tempo e deve essere sostituita dalla democrazia diretta. E' una vecchia idea che non ha portato mai nulla di buono, ci hanno provato i soviet in Russia e tutti sappiamo con quali risultati. Questa è la prospettiva che deriva dalla nebulosa dei Cinque Stelle, in particolare da Casaleggio e dalla piattaforma Rousseau. La democrazia è fatta di equilibri, di pesi e contrappesi, se si elimina la democrazia rappresentativa di fatto si elimina il parlamento. La democrazia si fonda su di una classe dirigente, votata e poi controllata dall'opinione pubblica. Senza di questo rimane solo il capo al comando, un potere sciolto dal controllo del parlamento, che dialoga in maniera plebiscitaria con il popolo rappresentato da una minoranza che magari clicca a favore del leader. La democrazia ha inoltre bisogno di competenza, di una classe dirigente preparata. L'incompetenza al potere non è la soluzione, vi è il rischio del prevalere della cretinocrazia».

Il Vaffa Day di Bologna dell'8 settembre 2007

Che idea ti sei fatto della Lega di Salvini?
«La Lega di Salvini appartiene alla destra classica italiana, nazionalista con venature non nascoste di razzismo. Sia chiaro il paragone con il fascismo è fuori luogo, la Lega di Salvini non è fascista né di derivazione fascista. Salvini cavalca in maniera strumentale la questione immigrazione, come fanno altre destre in Europa. In politica economica ha un programma di destra, si pensi alla flat tax, che è l'esatto opposto della proposta di reddito di cittadinanza e della politica economica dei 5 stelle. In questa politica italiana piena di contraddizioni abbiamo anche un governo con al suo interno due politiche economiche, una di destra ed una di sinistra radicale. Due populismi che convivono ma con politiche ed obiettivi diversi. Questo è anche l'ulteriore dimostrazione che tutt'ora in Italia e nel mondo destra e sinistra continuano ad essere le categorie per interpretare politiche economiche, sociali e culturali. Il punto è che all'interno di uno stesso governo due visioni opposte producono forti contraddizioni».

Manifestazione romana di Lega e Casa Pound

Perché in Italia il concetto di leadership è frainteso?
«Perché in Italia non vi è leadership ma 'il comando', 'l'imperium', il bullismo. La leadership è costruzione di consenso, è guida di un processo, in Italia diversi politici l'hanno scambiata per affermare se stessi sugli altri».

Come ha fatto la "sinistra" di Renzi a dimenticarsi della questione sociale? Come ha fatto a non accorgersi che stava decostruendo un patrimonio cultural-sociale che aveva retto l'Italia nei momenti più difficili. Renzi ha rottamato parte del proprio elettorato ed ha finito per rottamare se stesso?
«La sinistra di Renzi non ha dimenticato solo la questione sociale, ha fatto errori in diversi ambiti. Ma soprattutto ha buttato all'aria una classe dirigente di sinistra, la rottamazione di Renzi è stata frutto dell'antipolitica, una operazione che si è ritorta contro lo stesso ex presidente del Consiglio. Un vero leader dovrebbe costruire una classe dirigente non distruggerla, dovrebbe saper valorizzare le persone non rottamarle. Il centrosinistra aveva personalità di rilievo, Renzi ha pensato che abbattendo tutti si sarebbe rafforzato, invece è avvenuto l'esatto contrario. La rottamazione ha la stessa valenza del vaffa, asseconda la rabbia demagogica dell'odio contro il “palazzo”. Ma il palazzo sono le istituzioni, se saltano le istituzioni salta la democrazia. L'Italia è il paese del Processo del lunedì, delle polemiche, della urla che si sovrappongono. L'Italia per rinascere deve uscir fuori dal tunnel della demagogia».

Che idea hai del futuro?
«Non ho doti di preveggenza, ma la destra in Italia può anche stare anche 20 anni al potere. Ci vorrebbe per un recupero della sinistra un Corbyn, un vecchio pieno gioventù, un vecchio seguito da molti giovani che in Inghilterra ha ridato l'orizzonte alla rabbia, ha restituito grandezza identitaria al popolo. La plebe ridiventa popolo».

La Sicilia?
«L'Isola ha in questa fase una realtà straordinaria, Palermo, che è ridiventata la capitale dell'umanesimo mediterraneo, così come Milano è la capitale dell'illuminismo europeo. Palermo è in una fase di crescita culturale, è una capitale dell'accoglienza, ha integrato molte migliaia di migranti, lavora in sinergia con enti culturali e con la chiesa. La Sicilia odierna, pur con le sue importanti differenze, dovrebbe assomigliare di più a Palermo».

L'inaugurazione al Teatro Massimo di Palermo capitale della cultura 2018

E la tua Catania?
«Vive una fase difficile, e non mi riferisco solo al presente ed agli ultimi anni. Ha davanti a sé sfide complesse...».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 agosto 2018
Aggiornato il 24 agosto 2018 alle 18:37





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