venerdì 20 settembre 2019

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La piuma bianca

Forse una storia d'estate

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Il mare guarda e accoglie tutto. Anche il mio ultimo gesto di raccontarmi un’intuizione estiva, inventare la sua storia, cercando come sempre lo scandaglio nuovo per il brivido finale di sorprendermi ancora. Ed emozionare ancora


di Sergio Mangiameli

Non sarà nel verde di una zona alta. Non veleggerà l’aria sottile. La montagna avrà già preso l’ultima fatica di arrivarci e così non sarà una scelta, scendere a mare. Non una resa, però: una riconsegna. Che da lì veniamo, che è soglia di riferimento da sempre per tutte le terre e le cose del mondo. La montagna è un giro che si fa su una strizzata di forze in opposizione, che si fanno accumulo. Il mare guarda – enorme più di qualsiasi catena di montagne, profondo più della cima capovolta del monte più alto – e aspetta. Che ogni punta di pietra, ciascuna vetta di terra, sia smantellata e disciolta dall’acqua, e trasportata fino a sé. Il mare guarda e accoglie tutto. Anche il mio ultimo gesto di raccontarmi un’intuizione estiva, inventare la sua storia, cercando come sempre lo scandaglio nuovo per il brivido finale di sorprendermi ancora. Ed emozionare ancora.

E’ pomeriggio avanzato. Più a sud non c’è terra. Qui il continente si ferma. Il mare ce l’ho sui piedi, mi accarezza le caviglie. Voglio scriverlo così, il mio racconto ultimo: già preso dal ritorno. Il Sole – maiuscolo, scrivetelo maiuscolo “Sole”, che è nome proprio di stella; fottetevene degli editor che s’impuntano, arrampicandosi su penose distinzioni tra sensi letterari e testi scientifici –, il Sole, dicevo, è spezzato sui riccioli d’onda, sparso, in consegna anche lui al mare, ossequio giornaliero.

Ho un tavolino essenziale, largo poco più del pc. La sedia deve essere piccola, tanto scomoda quanto impellente il bisogno.

Paesaggio spiaggia Sicilia di Giuseppe Cantatore

Ci saranno i baci di inizio e quelli mai dati, gli addii non voluti e certe indimenticabili ombre a mezzogiorno, forse. Il magnete sul frigo, il gufo in giacca e cravatta ricevuto in regalo e pegno, l’odore dell’ultima donna assaporato di sera su una panca di legno dopo una pastasciutta distratta. Forse. Il destino sentito e sfidato e poi, dopo ventitré anni, saldato; una sveglia cromata sul collo, che per ventitré anni esatti ha segnato cocciutamente le ventitré, e uno stanco macinino da caffè verde pistacchio. Forse. Figli avuti, vissuti, amati e salutati; amici accavallati, offesi, goduti, perduti. Progetti sospesi, desideri incompiuti, e visioni realizzate. Forse. La rabbia di non esserci più e la voglia di andare per raccontare anche quello che sarà, immaginando un impensabile modo per farlo. Gli inscrutabili disegni e i piccoli segni d’intesa sul suo viso, per ancorarci qui e adesso in un tempo non trasportabile, insostituibile. Nostro. Forse.

Ma sono da solo, come quando si nasce, che per certi passaggi in due si è troppi. Penso al mondo scarabocchiato e guastato dall’uomo, alla nostra maledizione di uccidere qualsiasi cosa tocchiamo, soprattutto i sentimenti degli altri. Forse. Immagino che questo pianeta troverà il modo per scrollarsi di dosso l’insetto maledetto e andare avanti con più armonia; che prima, però, si possa capire che la salvezza è l’unione sotto qualsiasi forma, che la bellezza esiste se condivisa, la passione l’unica scusa per vivere. Forse. Che non esistono le razze umane, che la culla dell’umanità è proprio il continente nero, che dio è in ogni uomo, il prossimo papa sia nero o donna, la religione sia la propria spiritualità, i diritti siano dell’uomo inteso come specie e l’omosessualità venga configurata come un colore diverso dei capelli. Forse. Penso all’arte come libera forma espressiva necessaria per ogni cultura e indispensabile per ogni società che si rispetti e si faccia ricordare; ai politici ispirati, penso, al coraggio dei silenziosi, alla tenacia dei nascosti, alla forza dell’operosità di chi non compare e intanto soffia ancora speranza per tutti; ai ragazzi, che sappiano trovare un ideale e una motivazione in più di noi; ai bambini, che possano vivere in un mondo a misura loro. Forse.

Forse.

O forse no. Niente di tutto questo. Solo una storia come un’altra, che inizi quando l’ultimo riverbero di luce sia annegato nel mare che aspetta anche questa cosa mia per addormentarsi. Come se fossi importante, come se ci fosse almeno uno – solo uno – tra di voi, che stia ad ascoltare la mia ultima storia.

C’era una volta un uomo seduto su una piccola sedia con i piedi nel mare, alla fine di un giorno d’estate e di un continente, che voleva raccontarvi…


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 01 agosto 2019




Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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