giovedì 21 febbraio 2019

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Flauto Magico, la lotta fra bene e male in una fiaba fuori dal tempo

Recensioni

Al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania la regìa di Pier Luigi Pizzi ha lasciato alle spalle l’ambientazione paesaggistica del bosco e il contesto fiabesco dell'opera mozartiana, per ambientare il tutto in epoca moderna, con accentuata sottolineatura del rito massonico


di Anna Rita Fontana

Rappresentata per la prima volta a Vienna il 30 settembre del 1791 al Teatro “Auf der Wieden” l’opera tedesca in due atti Die Zauberflote K.620, ovvero Il flauto magico, composta nel 1791 da Wolfgang Amadeus Mozart, su libretto di Emanuel Schikaneder, ha aperto la stagione lirica del Teatro Massimo Bellini di Catania, che si è avviata a gennaio (dal 20 al 27), novità assoluta nella storia dell’Ente, e si concluderà a dicembre anziché a giugno, per volere del Sovrintendente Roberto Grossi e del direttore artistico Francesco Nicolosi. Lo spettacolo si è avvalso del validissimo regista Pier Luigi Pizzi (coadiuvato da Massimo Gasparon) che ha curato anche le scene e i costumi, in un allestimento inedito del Teatro Massimo Bellini, mentre la direzione d’orchestra è stata affidata alla bacchetta accurata di Gianluigi Gelmetti.

Il Fluto magico, a sinistra Pamina, da destra Papageno, Monostatos (Andrea Giovannini) e gli uomini della notte, foto Giacomo Orlando

Pier Luigi Pizzi, foto Giacomo Orlando

Si tratta di un’opera che, nella fattispecie del Singspiel tedesco (con parti recitate in alternanza al canto) è stata concepita dal musicista salisburghese come una fiaba ambientata nell’antico Egitto, pervasa da ideali massonici, con numerosi simbolismi, più o meno evidenti. Il flauto, quale strumento prezioso, simbolo dei quattro elementi della natura (acqua, aria, fuoco e terra) aiuterà Tamino a superare le prove del suo percorso iniziatico, per giungere insieme a Pamina nel regno della luce, di verità e saggezza, accolti entrambi nel regno del Gran Sacerdote Sarastro. Ad affiancare Tamino nella sua impresa la figura bizzarra di Papageno, un cacciatore d’uccelli vestito di piume, vibrante d’amore per Papagena sul tintinnio del suo carillon, anch’esso strumento incantato, che tra le note argentine del Glockenspiel metterà in fuga Monostatos e i suoi uomini, il cui intento malvagio è quello di catturare l’uccellatore e Pamina.

Papageno (Andrea Concetti) e Pamina (Elena Galitskaya), foto di Giacomo Orlando

Gianluigi Gelmetti, foto Giacomo Orlando

La regìa di Pizzi si lascia alle spalle l’ambientazione paesaggistica del bosco (tra la vegetazione montana del primo atto e un palmeto dagli alberi d’argento e le foglie d’oro, nel secondo, con le piramidi) e il contesto fiabesco, per ambientare il tutto in epoca moderna, con accentuata sottolineatura del rito massonico. Nella versione innovatrice del regista (a tal punto da usare uno smartphone per mostrare a Tamino l’immagine di Pamina), ritenendo che si tratti di “una fiaba universale, fuori dal tempo, di estrema attualità”, ecco aprirsi la scena con lo studio di Tamino, una ricchissima libreria che può dargli l’input della conoscenza e del sapere, la qual cosa potrebbe motivare il nostro sforzo d’immaginazione nel traslare il personaggio da un mondo d’incanto ai nostri giorni.

La Regina della notte (Eleonora Bellocci) e Tamino (Giovanni Sala), foto Giacomo Orlando

E così andremmo avanti anche per la Regina della notte (madre di Pamina, e alla cui malvagità Sarastro ha sottratto la fanciulla, nella dicotomia tra il bene e il male), non più fantasmagorica sotto un cielo stellato blu notte, ma quanto mai concreta e attuale (in mise sfolgorante di nero lucido) nel consegnare alla figlia un pugnale con l’ordine di uccidere Sarastro: personaggio femminile di consistente elevatura vocale, nelle ardite impennate sovracute del soprano Eleonora Bellocci, molto applaudita accanto all’altra figura di spicco, ovvero il soprano Elena Galitskaya, che ha lasciato emergere una Pamina dalla ricca tessitura, venata di nuances espressive tra dolore, mitezza di sentimenti e sereno approdo finale, a fianco del nitido tenore Giovanni Sala, nel ruolo di Tamino.

Tamino guarda sullo smartphone l'immagine di Pamina, foto di Giacomo Orlando

La puntigliosa direzione di Gelmetti ha ben giostrato i tempi e le dinamiche, senza mai sopraffare le voci e guidando un’orchestra compatta, pronta nel sottolineare la vicenda, tra amenità fantasiose e momenti di austerità vocale: dalla spiritosa duttilità di un incisivo Papageno, interpretato da un versatile Andrea Concetti, alla cattiveria animalesca di Monostatos che ha preso corpo grazie a un disinvolto Andrea Giovannini; e soprattutto tra i bassi più che autorevoli di Karl Huml nei panni di Sarastro, a capo della schiera dei sacerdoti egizi divenuti una comunità di uomini in abito nero e livrea, sullo sfondo di un tempio classico, che ha conferito un tono ieratico al prevalere del regno del sole sulle tenebre. In armonia con l’insieme orchestrale il coro diretto da Luigi Petrozziello, e l’insieme delle voci bianche dei Tre fanciulli, nei rispettivi ruoli di Giulia Leone, Gabriella Torre e Giuliana Ciancio, affidate a Daniela Giambra. Gli altri interpreti comprendevano Riccardo Palazzo (Primo sacerdote e primo armigero), Oliver Purckhauer (oratore, secondo sacerdote e secondo armigero), Sofia Folli nelle vesti di Papagena (dapprima una vecchia), e le tre Dame Pilar Tejero, Katarzyna Medlarska e Veta Pilipenko. Applausi calorosi alla fine, per un cast e un’orchestra più che meritevoli.

Sarastro (Karl Huml) al centro fra Tamino e Pamina bendati, foto Giacomo Orlando


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 28 gennaio 2019
Aggiornato il 31 gennaio 2019 alle 21:13





Anna Rita Fontana

Ha compiuto studi umanistici al Liceo classico Cutelli di Catania e di indirizzo estetico-musicologico all’Università di Bologna, in Discipline della Musica. Ha conseguito il Diploma di Pianoforte all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, frequentando poi i corsi di interpretazione pianistica di Jorg Demus, di analisi musicale con Carlo Mosso e di canto gregoriano a Cremona con Nino Albarosa. Dal 2000 è docente di educazione musicale nelle scuole secondarie di primo grado. Giornalista pubblicista dal 1999, ha collaborato come critico musicale per diverse testate (Giornale di Sicilia, Prospettive, Globus magazine, Sicilia Journal). Oltre SicilyMag.it, attualmente collabora col notiziario on line di musica Bellininews, la rivista I Vespri e la rivista Laòs, notiziario culturale dell’Istituto teologico San Luca.


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