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Esserci e non esserci: dopo Catania i Csi sanno essere yin e yang. Senza scontentare nessuno

Recensioni Esserci e non esserci sono stati i due lati della stessa medaglia della lunga storia dei Csi. Ieri sera in tremila circa alla Villa Bellini di Catania c'eravamo per assistere, forse, all'ultimo concerto di sempre della band tosco-emiliana ritrovata in questi ultimi mesi quasi per un miracolo della storia. “Chi c'è c'è, e chi non c'è, non c'è...” recita il refrain di "A tratti" e noi non potevamo che esserci: con i Csi non si assiste ad un concerto rock, si partecipa ad un rito collettivo. La domanda che tutti si pongono adesso è cosa accadrà finito questo tour?

Essere o non essere, non è necessariamente il dilemma. Perché esserci e non esserci possono essere i due lati della stessa medaglia. Ieri sera in tremila circa alla Villa Bellini di Catania c’eravamo, eccome se c’eravamo, accorsi per assistere (forse) all’ultimo concerto di sempre dei Csi, ritrovati in questi ultimi mesi quasi per un miracolo della storia. “Così vanno le cose, così devono andare” recita il refrain di “Fuochi nella notte di San Giovanni” e la reunion era nell’aria già sull’altare dell’ultimissimo rito live dei Cccp la scorsa estate a Taormina. A fugare ogni dubbio bastò poi una foto social di Ginevra Di Marco, pochi mesi dopo a ottobre, con tutti quanti insieme con il messaggio “Oggi 28 anni dopo. Tanta roba”: 28 anni dopo “Tabula rasa elettrificata”, il disco del grande successo commerciale che minò, però, alla base l’aura dei Csi come regina delle alternative band e portò alla frattura fra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni.

Esserci, quindi. Noi e loro, loro e noi. Fondamentale e necessaria la presenza, almeno dal vivo per un tour breve ma intenso – sette date in poco più di due settimane, da Montesole, nella Marzabotto santuario della Resistenza contro il nazi-fascismo (dove maturò nel 2001 il passaggio dai Consorzio Suonatori Indipendenti ai Pgr – Per grazia ricevuta), alla data finale di Catania -, per ritrovare un contatto reciproco di amorosissimi sensi con il popolo orfano di una delle formazioni più magnetiche di sempre del rock italiano.
E proprio nel 2001 il saluto finale dei Csi fu la doppia raccolta “Noi non ci saremo” che partiva dalla cover del famoso brano di Francesco Guccini che prevedeva una nuova vita, pur senza i testimoni dell’oggi, dopo la catastrofe nucleare. E tanto è successo, mille sconvolgimenti musicali, in questo quarto di secolo che ne è seguito e senza la presenza dei Csi.

Csi a Catania: Massimo Zamboni, Francesco Magnelli, Giovanni Lindo Ferretti e Ginevra Di Marco

E da Guccini, non tanto dall’omaggio al Maestro emiliano della canzone d’autore recentemente scomparso ma dal suo inno di un domani che comunque ci sarà, non poteva che ripartire il tour “In viaggio” che ha regalato all’estate 2026 la degna chiusura di un cerchio magico del miglior rock italiano dell’ultimo mezzo secolo, iniziato due anni fa con il tour di ritorno dei Cccp, seguito quest’anno dal tour del quarantennale di “17 re” dei Litfiba, e magnificato dal ritorno sul palco del Consorzio Suonatori Indipendenti. La speranza è dentro di noi e ce lo conferma “In viaggio”, brano dell’album d’esordio “Ko de mondo” del 1994 che assimila la ricerca della propria condizione esistenziale ad un “movimento” continuo che può essere spirituale e non necessariamente fisico, e solo questa canzone poteva dare il “la” ai sette concerti di questo tour, per farci “cadere di vertigine”, subito al primo brano…

Esserci e riesserci. Caso vuole che il contenitore del concerto catanese dei Csi sia “Sotto il vulcano”, organizzatore Nuccio La Ferlita in supporto locale all’agenzia nazionale Otr Live, stesso nome della rassegna che trent’anni fa, a Scordia, portò per la prima volta la band tosco-emiliana in Sicilia, grazie allo stesso La Ferlita in sinergia con Costantino Rizzotto, assessore alla Cultura dei tempi del paese etneo. L’ultimo live siciliano della band nel febbraio 1998 al Palacatania nel pieno del successo di “Tabula rasa elettrificata”. Anche nel mondo del rock, i corsi e i ricorsi della storia servono a ridarci quell’energia che ci permette di resistere alla violenza della contemporaneità.

Csi a Catania: Giovanni Lindo ferretti, Ginevra Di Marco, Giorgio Canali e Gianni Maroccolo

E il verbo “resistere” sta da sempre alla base della musica dei Csi. Al di là delle personali opinioni sulla politica, la musica dei Csi da sempre è “Materiale resistente”, per prendere in prestito il titolo della compilation che celebrava la Resistenza, prodotta nel 1995 dal Consorzio produttori indipendenti, la dimensione “factory” discografica della band che negli anni 90 lavorò molto sul nuovo rock italiano. Musica nata con il passaggio di testimone dai Cccp – Fedeli alla linea,  dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, in un periodo storico dove sull’appenino Tosco-Emiliano la difesa dei valori della Resistenza italiana era l’ultimo appiglio della comunità in quanto tale, sempre più preda degli invidualismi sfrenati, ma che si è poi evoluta nella tenace difesa della Resistenza dei valori dell’uomo “tout court” fondando la propria poetica sulla ricerca di un’autenticità umana, spirituale e sociale in opposizione al cinismo del tardo capitalismo e all’omologazione di massa.

“Chi c’è c’è, e chi non c’è, non c’è…” nel refrain martellante di “A tratti” c’è tutto il Csi-Pensiero: “Se tu pensi di fare di me un idolo lo brucerò / Trasformami in megafono m’incepperò / Cosa fare non fare non lo so / Quando dove perché riguarda solo me / Io so solo che tutto va ma non va / Non va, non va, non va, non va”: ognuno cerchi in sé le proprie risposte e non demandi a nessuno. L’esplosione elettrica della canzone grazie alle chitarre di Massimo Zamboni e Giorgio Canali manda in visibilio il pubblico della Villa Bellini di Catania: la missione sarebbe già compiuta, basta un brano così per poter anche dire “Grazie, sono soddisfatto”.
“Chi c’è c’è, e chi non c’è, non c’è…” e noi non potevamo che esserci: con i Csi non si assiste ad un concerto rock, si partecipa ad un rito collettivo. E la pelle d’oca ci trasforma in animali irsuti… Energia a profusione e stimoli “intellettuali” à gogo per un concerto destinato a restare impresso nella memoria e così è stato.

La scaletta di Catania riprende esattamente quella del tour, pensata per dare giusta attenzione, ed in ordine cronologico, ai tre album fodamentali dei Csi, “Ko de mondo” del 1994, “Linea gotica” del 1996 e “Tabula rasa elettrificata” del 1997. La storia è storia, e va rispettata anche in questa narrazione ab initio e ad libitum. Va da sè che in un concerto non ci poteva stare un decennio di canzoni da antologia letteraria ma il bello del gioco è anche questo, ognuno avrà la sua perla assente dalla scaletta. Io personalmente avrei riascoltato con grande piacere la cover di “Lieve” dei Marlene Kuntz che i Csi inserirono nel live unplugged “InQuiete”, registrazione di un live acustico per Videomusic.
Ma va bene così. E quando arriva il momento di “E ti vengo a cercare”, la solenne sacralità della canzone (magnificata e non vilipesa come fece senza onta Tiziano Ferro) si affranca definitivamente dalla sua condizione di cover del celebre brano di Franco Battiato per il semplice motivo che il compianto cantautore siciliano è stato “eletto” dal pubblico come 8° membro della band: quando il pubblico alla fine declama a gran voce “Franco, Franco” l’emozione è immensa, anche fra i musicisti. Manda un bacio al cielo Gianni Maroccolo, una mano sul cuore è il grazie di Lindo Ferretti a Battiato: per tutto il concerto non ha aperto bocca Ferretti se non per cantare, come gli altri amici della band. E i versi della canzone “E ti vengo a cercare / anche solo per vederti o parlare / perché ho bisogno della tua presenza / per capire meglio la mia essenza” sembrano disegnati su di loro: questo tour era quantomeno necessario, per tante persone oltre che per gli artisti.

E in un tour chiamato “In viaggio”, dove nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, non poteva mancare “Depressione caspica”, elemento di fusione fra ciò che fu Cccp e ciò che diventò Consorzio Suonatori Indipendenti nel segno di parole scolpite nella pietra come “Se l’obbedienza è dignità, fortezza / La libertà una forma di disciplina / Assomiglia all’ingenuità la saggezza”.

Giovanni Lindo Ferretti, salopette in denim su camicia bianca, dall’alto dei suoi 73 anni appena compiuti ha dismesso già da tempo ruolo e postura da frontman della band, e i Csi sono un vero consorzio di suonatori indipendenti che ha ritrovato il tempo e la voglia di condividere ancora una volta il loro immenso talento. La sua voce invecchia sì ma con stile e non perde un briciolo di intensità sia nelle ballate intime come “Montesole” dei Per Grazia Ricevuta (il primo dei bis), sia nelle energiche cavalcate rock come “Unità di produzione” o la punkettara “Matrilineare”.
Al suo fianco Ginevra Di Marco, rispetto al passato non è più solo voce di supporto e colore, è cantante che esprime personalità e fascino. I due sono complici sul palco, si scambiano sorrisi, appunti, boccate di fumo di sigaretta e sorsi di vino, Ferretti quando non deve cantare si ritira in fondo al palco lasciando la scena alla magnifica cantante fiorentina.

Disposti in linea perché nessuno sia “extrēmus inter pares” , i musicisti hanno sciorinato i brani della lunga scaletta con una freschezza invidiabile. Come in una squadra di calcio ben affiatata, da sinistra: Massimo Zamboni cuce i ricami di chitarra elettrica come egli sa fare da 4 decenni; Francesco Magnelli è il king con le sue tastiere dell’anima melodica della band; di Giovanni Lindo Ferretti e Ginevra Di Marco abbiamo detto; Giorgio Canali con la sua chitarra inquieta è sempre il cuore selvaggio e ruvido del suono della band; Gianni “Marock” Maroccolo lo ritroviamo nello stesso spazio del palco dove lo avevamo lasciato qualche settimana fa con i Litfiba, col suo sigaro sfumazzante e il suo basso granitico che il mondo ci invidia; Simone Filippi alla batteria mostra la sua fierezza reggiana.

Esserci (oggi) e non esserci (domani). La magia dei Csi sta nel cavalcare yin e yang senza scontentare nessuno. La domanda che tutti si pongono adesso è: cosa accadrà finito questo tour? Massimo Zamboni via social si chiede: e ora? 

La risposta la band la dà nel mantra “Nessuna garanzia per nessuno” che chiude “Buon anno ragazzi”, il brano che mette la parola fine al bis e al concerto, dopo quasi due ore e mezzo di musica. I fan vorrebbero addirittura un disco nuovo, l’unica cosa certa è che l’anno prossimo la band tornerà a Ulan Bator, dopo la partecipazione lo scorso 4 luglio di Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti al “PlayTime Festival” della capitale mongola, per un live che suggellerà il rapporto speciale con la Mongolia nato 30 anni fa all’alba di “Tabula rasa elettrificata”. “In Viaggio” sarà anche un film, attualmente in lavorazione, diretto da Davide Ferrario, un racconto per immagini che accompagnerà il ritorno della band in Mongolia, restituendone il senso profondo e il valore nel tempo presente.

Guarda la galleria delle foto di Michela Occhipinti

  • Csi alla Villa Bellini di Catania, foto di Michela Occhipinti

Al di là di tutto il senso del domani lo ha dato Gianni Maroccolo che a fine concerto, microfono alla mano, prima ha scherzato dicendo che all’ultimo concerto gli avrebbero fatto cantare “Intimisto” – con tanto di “magari” sottolineato da Ferretti – e poi si è fatto portavoce della band e prima di ringraziare e chiamare sul palco ad uno ad uno tutti coloro che hanno lavorato alla riuscita del tour ha sentenziato: «Nessuna garanzia per nessuno… Cosa sarà e se sarà non ci è dato di saperlo. Auspichiamoci ci sia qualcos’altro. Vedremo. Sta di fatto che questi sette concerti sono stati una meraviglia, faticosi e sono diventati una roba indimenticabile, e devo ringraziare voi e le altre migliaia di persone che sono venute negli altri sei concerti che abbiamo appena fatto. Perché un bel concerto, c’è poco da fare, puoi essere il migliore musicista del mondo, puoi avere le migliori motivazioni del mondo ma se non scatta l’energia condivisa fra noi che suoniamo e voi, questo concerto vale poco. La mia gratitudine va a voi e agli amici musicisti ritrovati dopo anni».

 

Citando Pasolini, canta Ferretti in “Irata”, tratto da “Linea gotica”, album molto segnato dalla guerra genocida in Bosnia: «Oggi è domenica, domani si muore, oggi mi vesto di seta e d’amore». Per noi che amiamo i Csi, invece, oggi è domenica e ancora domani si gode, perché per una sera abbiamo riassaporato la felicità di essere parte di una grande comunità. E, ça va sans dire, non possiamo che augurarci, in cuor nostro, che il viaggio continui…

La scaletta

Noi non ci saremo (cover di Francesco Guccini)

In viaggio

Occidente

Del mondo

A tratti

Inquieto

Cupe vampe

Linea gotica

Irata

Esco

Bolormaa

Blu

Forma e sostanza

Brace

Ongii

Unità di produzione

E ti vengo a cercare (cover di Franco Battiato)

Depressione caspica (cover dei CCCP – Fedeli alla linea)

Fuochi nella notte di San Giovanni

Bis

Montesole (cover dei Per Grazia Ricevuta)

Matrilineare

M’importa ‘nasega

Buon anno ragazzi

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