mercoledì 15 agosto 2018

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Eracle, fragile e androgino paladino del teatro anti-identitario di Emma Dante

Recensioni

Né uomo, né donna, né mortale, né semidio, né tra i morti dell'Ade, né con le divinità dell'Olimpo: la regista palermitana ridisegna la tragedia di Euripide, assegnando al semidio un sensibile animo maschile in un fiero corpo femminile. Una scelta registica che ammalia (non senza riserve) per la prima del 54° Festival del teatro greco dell'Inda a Siracusa


di Lavinia D'Agostino e Gianni Nicola Caracoglia

Emma Dante è una donna di teatro. Sa fare il teatro, e la messa in scena è il suo mestiere. Lo dimostra ancora una volta a Siracusa, con “Eracle” di Euripide, che ha aperto il 54° Festival del teatro greco con la direzione artistica di Roberto Andò. Aveva dichiarato di temere l'importanza del Temenite, ma una condottiera come lei le sue battaglie le sa guerreggiare. E’ un Eracle visionario il suo, come aveva anticipato, tutto al femminile, che scardina le regole della messinscena classica per attualizzarla, rimpolpandola (anche nel testo, piuttosto scarno, e per questo poco rappresentato), e trasformandola in un’opera di facile fruizione (anche grazie alla presentazione, in apertura, di ogni personaggio), che è sì una tragedia, ma che a tratti diventa un grande fumetto in cui la regista ridicolizza la “potenza” maschile a favore della pietas, dell’umanità, dei rapporti e vincoli familiari, di quei sentimenti che rendono l’uomo un umano.

Nell’Eracle di Emma Dante la morte è tangibile. Complice la scena, bellissima, firmata da Carmine Maringola, marito della regista: un cimitero dei nostri giorni, puntellato da teschi, 250 fotografie in bianco e nero, croci che si muovono come mulini al vento. In primo piano un gioco di vasche, di “marmo” bianchissimo, piene di acqua. Un bianco intenso che diventa “etereo” al calar della sera, per effetto delle luci, sottolineano che la morte è ormai prossima, anche se tutta la vicenda è assolutamente terrena e non si svolge nell’Ade, da dove invece ritornerà Eracle, il semidio che prima salva la sua famiglia e poi, per colpa di un sortilegio divino, la sterminerà.

Il coro di vecchi con Anfitrione (Serena Barone) al centro - ph Tommaso Le Pera

La scena si apre al suono dei tamburi che anticipano un corteo luttuoso che sparge nell’aria l’incenso purificatore, per poi lasciare spazio alla famiglia di Eracle. Un vecchissimo – quasi decrepito – Anfitrione in sedia a rotelle (un’ottima Serena Barone), è il personaggio chiave di tutta la messinscena. Caratterizzato da uno spiccato accento siculo, Anfitrione è un personaggio dalle tante sfaccettature (anche comiche e grottesche oltre che drammatiche), che da solo ha tenuto in piedi tutta la scena. Con lui Megara (una tiepida ma di tutto rispetto Naike Anna Silipo), moglie di Eracle, e i suoi tre figli dai capelli lunghi. Capelli che Emma Dante concede solo ai giovani maschi (fatta eccezione per Megara/Silipo, l’unica donna–donna in scena). Si, perché tutti gli altri personaggi sono calvi. O perché sono vecchi (come Anfiitrione e i "vecchi" in abiti femminili di Tebe), o perché sono vili (come l'usurpatore Lico), comunque calvi. Una calvizie che diventa elemento indispensabile per rendere ciò che era nell’intento della regista: mettere in scena una comunità androgina prendendo ad esempio l’usanza greca di portare in scena attori di uno solo sesso. E le riesce benissimo.

Megara (Naike Anna Silipo) con i figli e le danzatrici - ph Maria Pia Ballarino

A Tebe, soggiogata da Lico (buona l’interpretazione di Patrizia Zanco), la famiglia di Eracle è condannata a morte, nonostante i vecchi della città (il coro composto dagli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico, capeggiati dal corifeo Samuel Salamone, degno di nota, nonostante qualche problema tecnico ai microfoni) li proteggano, e siano anche capaci di restituire, a suon di danze e bolle di sapone, un momento di spensierata fanciullezza a quei tre bambini il cui destino è comunque segnato.
Le danze. In questo spettacolo ce ne sono parecchie, e sono tutte molto belle. Ottimo il lavoro delle danzatrici (Sabrina Vicari, Mariella Celia e Silvia Giuffrè), smorfiose e accanite guardaspalle di Lico, ma ancor di più quello della coreografa Manuela Lo Sicco che ha movimentato la scena con balli tribali, danze meditative alla maniera dei dervisci rotanti, e persino ipnotica techno, costruiti sulle musiche di Serena Ganci (che rinnova il suo fortunato sodalizio con Emma Dante) e Marta Camuscio.

In un’alternanza di ilarità e drammaticità, resa con urla di terrore (ci chiediamo se il cast arriverà a terminare le repliche con tutte le corde vocali a posto), si arriva alla sentenza definitiva di morte della famiglia di Eracle. Il punto più alto della messinscena è proprio questo: il rito purificatore, la vestizione con gli abiti mortuari della famiglia di Eracle. Megara e i suoi figli, vestiti di costumi da bagno dorati, si immergono nella vasca centrale, mentre il coro dispone ceri rossi sulle vasche più piccole, trasformandole in bare vuote pronte per essere riempite.
Una menzione speciale va proprio ai costumi di Vanessa Sannino realizzati dal laboratorio di sartoria dell'Inda (una delle belle novità di quest'anno): ricchi ed essenziali, eleganti e bellissimi, hanno saputo bene interpretare il pensiero registico visionario di Emma Dante, e assumono un ruolo importante in tutta la messa in scena.
Sul canto roco e straziante di Serena Ganci è Megara, madre fino alle viscere, attenta e premurosa, a raccontare in modo accorato, il futuro -ormai negato - che immaginava per i suoi tre figli: un futuro roseo e ricco che regala un ultimo momento di gioia e ilarità ai tre giovinetti che stanno per abbracciare la morte.

Il coro - ph Franca Centaro

Quando tutto sembra ormai compiuto, ecco Eracle (una per niente convincente Mariagiulia Colace), ritornato dall’Aldilà per volere degli dei, mossi a pietà dalle invocazioni di aiuto di Anfitrione. Chioma fluente, movenze e abito da pupo siciliano, Eracle è un “pupo” in mano agli dei nella visione di Emma Dante, ma è anche l’elemento più debole di tutta la messinscena. La Colace non ce la fa, non ha fiato, la voce è rotta e non tiene la scena. Peccato.

Ucciso Lico (Patricia Zanco) - cui segue una bellissima danza che lo rappresenta come anima nera - sono gli dei a decidere il destino degli uomini. L’incontro tra Lyssa e Iris, rappresentate come personaggi fantastici, quasi ragni dorati dalle lunghe braccia, è una surreale lotta tra il bene e il male, che culmina in una danza techno-pop, che piace. Sotto l’influsso di Lyssa e del suo rito dionisiaco, Eracle stermina la sua famiglia. E’ il messaggero (un’ottima Katia Mirabella), a raccontare l’orrore della mattanza che si è appena consumata, mentre Eracle giace, catene al collo, in preda a un sonno di morte.
Qui l’orrore lascia spazio alla commozione: il corteo funebre e la deposizione dei corpi avvolti in lenzuola bianche appena sporche di sangue, incolla il pubblico alle gradinate. Emma Dante costruisce una scena perfetta, verosimile, commovente, veritiera e, per questo, struggente, a cui fa da contraltare, ancora una volta, il canto altrettanto straziante di Serena Ganci, che supera a pieni voti quest’ennesima prova.

Mariagiulia Colace nei panni di Eracle - ph Gianluigi Carnera

Il dado è tratto. Anche questa tragedia, per volere degli dei, è compiuta. Risvegliatosi, Eracle ora può solo disperarsi e maledirsi. Ma dura poco. L’ingresso del fidato amico Teseo (Carlotta Viscovo) – personaggio speculare a Eracle, simile nell’aspetto e vestito alla stessa maniera, ma con un colore diverso - lo convincerà a lasciarsi tutto alle spalle: “Se un uomo è nobile affronta rassegnato i colpi che gli infliggono gli dei”. Perché l'abbandonarsi alle passioni è cosa "che fanno le donne", come suggerisce Teseo/Viscovo nella battuta finale della tragedia. E' la parità dei sessi di Emma Dante, nei vizi e nelle virtù, così come nei ruoli scambiati senza che nessuno possa sentirsi ursurpato nella propria missione. Né uomo, né donna, né mortale, né semidio, né tra i morti dell'Ade, né con le divinità dell'Olimpo: quello di Emma Dante è teatro anti-identitario.

Eracle, così, fugge dal dolore, non si assume la responsabilità di quella tragedia, non cerca di ripararla. Eracle salva se stesso, rassegnato ad “affrontare la vita”. E lascia al padre Anfitrione il triste compito di seppellire i morti.
“A Tebe sono morti tutti, colpiti da un unico destino”. Sul finale, quando il popolo di Tebe sfila indossando i teschi, Emma Dante dimostra tutta la sua maestria, quella di chi conosce bene tanto il teatro, quanto il pubblico, a cui regala un finale poetico, scenografico e magistralmente costruito, che colpisce dritto al cuore.
Pochi e timidi applausi a scena aperta, ma la standing ovation sul finale non manca.

Un’ultima nota va al pubblico e, soprattutto, all’organizzazione. Abbiamo trovato di cattivo gusto che sugli applausi finali un gruppetto gremito lasciasse il teatro in tutta fretta. Quello è il momento più importante per una compagnia, e le tantissime maestranze coinvolte, che hanno lavorato con fatica (bene o male, non importa) alla realizzazione di uno spettacolo. I frequentatori di teatro sanno bene che lasciare il teatro in quel momento (a meno che non si tratti di una protesta di sdegno, ma non era questo il caso) è veramente poco educato. Ma se il pubblico è sovrano, e fa più o meno ciò che gli pare, è anche vero che l’organizzazione (le maschere in primis) non avrebbe dovuto permettere l’uscita dall'Orchestra (la zona del teatro in cui è montato il palco). Non è stato bello vedere sfilare tanta gente in uscita, proprio sugli applausi, davanti al cast. Sarebbe stato più opportuno, ed elegante, indirizzarli verso le uscite laterali.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 11 maggio 2018
Aggiornato il 15 maggio 2018 alle 18:04


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