mercoledì 15 agosto 2018

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Edipo a Colono di Yannis Kokkos, la democrazia logora chi non ce l'ha

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Si può perdere il potere se non si è degni. Il cosmopolita regista greco-parigino rilegge Sofocle per il 54° Festival del teatro greco di Siracusa, non rinunciando alla centralità dell'attore, a danno di ritmo e scena. Dalla sua, però, ha Massimo De Francovich, l'Attore, che dell'ex re, cieco vagabondo verso il suo destino di morte, ne incarna la sacralità


di Lavinia D'Agostino e Gianni Nicola Caracoglia

Duemilacinquecento anni fa circa, il potere logorava chi lo aveva e chi lo bramava. Un potere esercitato spesso come tirannia, nel significato deteriore della modernità, a dirla come Aristotele, anteponendo gli interessi personali a quelli collettivi. Del potere, però, ci si può anche disfare volontariamente se ci si rende conto di essere diventati una sorta di "mostro", inadatto, non meritorio. E' il caso di Edipo che lascia Tebe quando si rende conto di aver ucciso il padre Laio e di aver sposato la madre Giocasta, pur ignaro di quanto stava facendo. Da qui la sua scelta di lasciare Tebe, il potere, e tutto, vivendo come un vagabondo, per giunta cieco per sua stessa mano, convinto, vittima e carnefice allo stesso tempo, che solo affindandosi alla volontà divina e tornando natura scomparendo nel bosco delle Eumenidi, avrebbe non solo dato senso alla sua vita, ma restituito senso di giustizia ad Atene, l'unica città che avrebbe potuto esercitare la democrazia.
Era una bella metafora quella che il novantenne Sofocle immaginò per Edipo a Colono, quando la sua Atene non viveva giorni tranquilli, impegnata com'era nel conflitto con Sparta. E per renderla per bene a teatro, il regista greco, parigino d'azione, Yannis Kokkos ha portato sulla scena del Teatro greco di Siracusa, per il 54° festival dell'Istituto nazionale del dramma antico, il suo metro teatrale, la centralità dell'attore. Un nome, quindi: Massimo De Francovich, il quale dall'alto dei suoi 82 anni è l'"attore" con la A maiuscola, uomo, voce, e filosofia. Tutto il resto, è quasi superfluo, scena compresa, eppure Kokkos è stato nella sua lunga carriera artistica essenzialmente scenografo.

Un momento dello spettacolo con Edipo e Teseo in scena - ph Gianni Luigi Carnera

Gli amanti della tradizione classica, in questo modo, sono serviti. E’ un super classico, infatti, l’"Edipo a Colono” firmato da Yannis Kokkos, secondo spettacolo del 54° Festival del teatro greco di Siracusa con la direzione artistica di Roberto Andò. Per realizzare uno dei suoi sogni di una vita, mettere in scena l'Edipo a Colono, il regista ateniese, coadiuvato nell'organizzazione dal regista palermitano Alfio Scuderi, nel teatro siracusano si è attenuto alle rigide regole della tradizione classica per la sua messinscena che, di fatto, risulta essere complementare a quella di “Eracle” di Emma Dante, andata in scena il giorno prima. Se nello spettacolo della regista palermitana, infatti, la visionarietà registica ha donato agli spettatori una tragedia ben costruita, nonostante alcuni attori non siano stati sempre all’altezza, Kokkos per la sua messinscena punta tutto sulla parola e sull’interpretazione eccellente di un grande cast, a dispetto però del ritmo e della scenografia che utilizza poco e niente.

Il coro degli ateniesi con il corifeo Davide Sbrogiò - ph Gianni Luigi Carnera

Attenendosi fedelmente al testo di Sofocle, Kokkos propone una scenografia “muta” per esprimere la sua chiave di lettura del testo sofocleo: “Una tragedia sulle frontiere materiali e metafisiche, sul mistero della libertà umana prima dell’onnipotenza degli dei, della responsabilità, della vecchiaia e della gestione politica della città, Edipo a Colono è anche un poema intimo, un viaggio mentale”. E infatti quelle “frontiere materiali” le ritroviamo proprio sulla scena, dove una torretta di avvistamento posizionata davanti a un’alta palizzata di reticolato – che richiama alla mente le reti di confine che separano l’Ungheria dalla Macedonia, corridoio di passaggio per i profughi siriani - separa Tebe (terra di guerra, vittima della guerra fratricida fra Eteocle e Polinice), da Colono (borgo alle porte di Atene, patria della democrazia), che nel corso della messinscena sarà abitata da soldati in assetto antisommossa. In linea con la scena anche i costumi firmati da Paola Mariani che, però, ricordano un po’ troppo quelli disegnati da Carlo Sala per le “Fenicie” di Valerio Binasco, messo in scena lo scorso anno.

De Luca-Ismene con De Francovic-Edipo e Caronia-Antigone

Al centro della scena l’ara sacra agli dei, su cui campeggia una gigantesca statua, alta 6 metri, posizionata di spalle, che divide il regno dei vivi dal boschetto sacro alle Eumenidi. Una statua che incarna la volontà di Edipo di lasciarsi tutto alle spalle, e che guarda già al di là, a quel suo destino salvifico per lui e gli altri. Il migrante Edipo, ormai vecchio e cieco, è interpretato da Massimo De Francovich il quale non esce dai canoni del ruolo ma il suo non è solo virtuosismo, è anche incarnazione di una missione, quella dell'attore in senso classico, persona che incarna la sacralità del messaggio. De Francovich non ha certo bisogno di presentazioni, nella sua lunga carriera di attore ha interpretato i più grandi personaggi del teatro lavorando al fianco dei maggiori registi, da Franco Zeffirelli a Luca Ronconi. In questa messinscena Edipo, l’unico vestito di bianco come sono bianchi sia la sua folta barba che i suoi capelli, è l’incarnazione della libertà. Quella libertà concessa solo ai vecchi che, forti e consapevoli della loro esperienza, grazie alla loro saggezza non temono nulla, neppure l’onnipotenza degli dei: “Quello che dicono che ho fatto, l’hanno fatto a me”.

Roberta Caronia nei panni di Antigone - ph Tommaso Le Pera

Arrivato a Colono in cerca di esilio, accompagnato e sorretto dalla figlia Antigone (l'attrice palermitana Roberta Caronia, allieva dell'Accadamia Silvio D'Amico come lo fu De Francovich), Edipo sarà accolto prima da uno straniero (Sergio Mancinelli) al suono di un’armonica, e poi respinto dai vecchi abitanti (il coro, con Davide Sbrogiò nei panni del Corifeo), impauriti dal suo nome, foriero di sventura. Solo grazie alla magnanimità di Teseo (Sebastiano Lo Monaco, che entra in scena con un lungo cappotto di pelle nera accompagnato da un corteo di donne, ed esce di scena accompagnato da un lunghissimo applauso), saggio e democratico re di Atene, Edipo sarà accolto a Colono. La sacralità dell'ospite, tanto cara a Zeus, è proprio una delle qualità dell'uomo antico che manca maggiormente all'uomo moderno, sempre pronto a rigettare piuttosto che ad accogliere. Ed è proprio a Colono, dove secondo un'antica profezia terminerà i suoi giorni, che il vecchio re di Tebe incontrerà tutti i suoi figli, a partire da Ismene (la giovane attrice palermitana Eleonora De Luca, figlia dell'Accadamia Giusto Monaco dell'Inda), che gli comunica la lotta fratricida per il trono di Tebe tra i due suoi fratelli: Eteocle e Polinice.

Stefano Santospago/Creonte e Roberta Caronia/Antigone - ph Franca Centaro

E' ottima e degna di nota l'interpretazione di Stefano Santospago (meritatissimo il grande applauso a scena aperta), che è un istrionico e convincente, soprattutto nel lungo scontro con Teseo, Creonte (in doppiopetto e impermeabile crema), abile doppiogiochista come solo un chi veste un doppiopetto sa essere. Funziona anche l'intepretazione di Fabrizio Falco (Polinice), che al pari di Creonte è bramoso di potere a discapito degli affetti più sacri.

Mantenendosi sul solco della tradizione, Kokkos utilizza per la sua messinscena più di un coro: uno composto dagli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma antico - Scuola “Giusto Monaco”, uno con i senior dell’Accademia d’Arte del Dramma antico- Scuola “Fernando Balestra”, e il Coro dei Vecchi composto da Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito e Carlo Vitiello. Ma ciò che più colpisce è certamente l’elegantissimo coro polifonico che inframmezza la tragedia, con inserti cantati a cappella, nella parte finale dell’opera.

Fabrizio Falco interpreta Polinice - ph Tommaso Le Pera

Svolti gli obblighi terreni, Edipo è ora chiamato al suo gesto sacrificale da un lampo divino. A nulla valgono le parole dissuasive di Antigone e Ismene, alle quali, dall'alto della sua saggezza risponderà: “E’ la mia strada che devo compiere”.
Accompagnato dal canto (sublime) dei due cori, il vecchio Edipo si spoglia della sua giacca, metafora del peso dei dolori terreni, e si incammina, solo, verso la luce accecante che indica l'ingresso al boschetto delle Erinni, questa volta intese come Eumenidi, che benevolmente accolgono la trasformazione dell'eroe in protettore della città, riscattandosi da una vita costellata da dolori. Edipo è rientrato in se stesso. Sempre sul solco della tradizione, Kokkos affida il finale al riepilogo del messaggero (Danilo Nigrelli) e al Coro dei Vecchi. Pubblico soddisfatto, lunghissimi e sentiti applausi sul finale.

De Francovich-Edipo e Lo Monaco-Teseo

E mentre sulla scena i lampi divini annunciavano il destino di Edipo, uno stormo di uccelli migranti sorvolava il Teatro greco di Siracusa. Che sia questo passaggio di buon auspicio per un futuro di grandi prospettive per Siracusa e il suo illustre teatro. Come annunciato, l'"Edipo a Colono" di Yannis Kokkos sarà ponte fra la Sicilia e la Grecia e sarà rappresentato ad agosto al teatro di Epidauro, per il celebre festival che da più di 60 anni celebra il teatro, la danza e la musica internazionali.



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 12 maggio 2018
Aggiornato il 18 maggio 2018 alle 19:30


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