martedì 18 giugno 2019

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Domenico Di Mauro: «Sono l’ultimo decoratore di carretti siciliani»

Mestieri perduti

Il maestro etneo Domenico Di Mauro nella sua bottega di Aci Sant’Antonio ha conosciuto i più illustri letterati del ’900, da Levi a Fiume, da Quasimodo a Pasolini e Consolo. Oggi, a 101 anni, ha un solo rammarico: «Quest’arte scomparirà con me»


di Pietro Nicosia

Domenico Di Mauro (foto Pietro Nicosia)

Quando Domenico Di Mauro iniziava a dipingere carretti siciliani, il fascismo era al potere da pochi anni, nella pittura brillavano il colore di Matisse, l’astrattismo di Kandinskij e la metafisica di De Chirico, nella letteratura Luigi Pirandello pubblicava a puntate “Uno nessuno e centomila”, l’ultimo dei suoi romanzi. Era il 1925.

E ancora oggi, a centouno anni festeggiati il 4 aprile scorso, il maestro continua a “pittare” legni, ruote e “masciddari” nella sua casa di Aci Sant’Antonio, alle pendici dell’Etna. Un’abitudine alla quale non rinuncia, anche se, ormai non ha più committenti: né i carrettieri che portavano le merci per le polverose trazzere dell’isola; né, tantomeno, i cultori del genere, per i quali, in tempi più vicini a noi, faceva rivivere Angelica e Orlando sul campo d’Agricane, compare Alfio e compare Turiddu con i coltelli in aria nella rissa che raccontò al mondo i siciliani che s’ammazzavano per gelosia, e le scene più struggenti della Traviata o della Carmen.

In quel 1925, quando decise che decorare carretti sarebbe diventato il suo pane, il piccolo “Minicu” aveva solo dodici anni.

«Mio padre voleva iscrivermi alla scuola d’arte, ma io volevo dipingere i carretti», rivela in una stanza della sua casa che sembra un museo, con un carretto al centro e le pareti stipate di dipinti. La sua storia, lunga un secolo, sembra una di quelle favole che i nonni narrano ai nipoti. Ne parla, Di Mauro, con un sorriso sereno sulle labbra, come se raccontasse la trama d’un film, del quale il protagonista non è lui. Nella bottega dove ha lavorato per decenni, nel centro sant’antonese, è passato il meglio degli intellettuali italiani accomunati, a questo semplice artigiano, dalla passione per la pittura.

«Nella pittura del carretto ci vuole il disegno, la prospettiva, l’espressione dei visi, la cura del dettaglio. Tutto deve essere organizzato in modo armonico. Tanti dipingevano i carretti ma i più apprezzati eravamo in pochi. C’era un colosso come Giovanni Mascali ‘Giovanni u pintu’, che mi dava qualche consiglio. Ed io imparavo da lui e dai più bravi, e soprattutto dal mio maestro, mio zio Vincenzo Di Mauro».

E imparò così bene che quegli intellettuali non si spiegavano come un umile pittore di carrettini avesse un tocco così intenso per volti, panneggi, chiaroscuri, gioco delle tinte. Non se lo spiegava il pittore, e scrittore, Carlo Levi che con lui coltivò un’amicizia lunga e assidua, un’amicizia rossa come il colore dei carretti, rossa come la comune fede politica.

«Due anni sindaco e cinquanta consigliere comunale di Aci Sant’Antonio», rimarca il maestro illuminandosi nel viso incorniciato dai capelli lunghi e bianchi che escono fuori da una coppola scura, «sempre dei socialisti, perché al tempo quel partito aiutava le persone bisognose ed i lavoratori».

Politica e colori, come Carlo Levi, che voleva convertirlo alla tela ma non ci riuscì. E della sua pittura, Levi, restava estasiato proprio dalle tinte: “L’occhio gode quando vede un lavoro tuo. Tu sei come il sole che illumina la terra, e tu illumini i tuoi colori”. Questo gli diceva l’autore di “Cristo si è fermato a Eboli”, nelle frequenti visite ad Aci Sant’Antonio.

Di quegli intellettuali, Di Mauro snocciola i nomi ad uno ad uno, nomi che mettono i brividi solo a sentirli: Pierpaolo Pasolini, Salvatore Quasimodo, Salvatore Fiume, Vincenzo Consolo. Ed anche un sovrano: Re Gustavo di Svezia. Con loro parlava dei suoi carri colorati, di prospettiva e di pittura che, poi, approfondiva sui libri. E di quei nomi che hanno fatto la storia resta una traccia sulla pelle di un tamburello, una sorta di registro dove il maestro faceva firmare i suoi ospiti.

Domenico Di Mauro mostra il tamburo con le forme dei personaggi illustri (foto Pietro Nicosia)

Ma qual è l’elisir di lunga vita?, gli chiediamo cercando di carpire i segreti per raggiungere il secolo di vita, forti nella mente e nel corpo.

«Verdure, solo verdure, mezzo bicchiere di vino a mezzogiorno e mezzo bicchiere alla sera. E la pittura, niente carne, e la pittura. Quando posso mi metto nel cortile la mattina, mi metto a dipingere, e sempre qualcuno mi viene a trovare e ci facciamo una chiacchierata. E poi la pittura tiene in allenamento la mente, mi fa sentire, vivo, sveglio. Me lo diceva sempre anche Carlo Levi».

Un rammarico, un solo rammarico per questo centenario che vive con l’entusiasmo di un ragazzino: «Quest’arte è morta. Scomparirà con me e con pochi altri che son venuti dopo di me, perché nessuno dei giovani l’ha mai saputa e voluta apprendere. Ne son venuti tanti qui, ma alla fine nessuno ha imparato».

È cosciente, Di Mauro, che con lui si chiude un’epoca, l’epoca delle gesta dei paladini di Francia narrate dalle sponde di traballanti carri pieni di sale che andavano per i cortili siciliani. Carri su cui i bambini s’arrampicavano per vedere meglio come Orlando sfidava Rinaldo per l’amore della bella Angelica.


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Pubblicato il 19 gennaio 2015





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