Libri e Fumetti Storie e memoria, dimensione esistenziale e rapporti sociali, contrasti interiori e conflitti tra madri e figlie, in questa triade concettuale vi sta il nucleo di “Corta è la memoria del cuore” - edito da Mondadori - il nuovo romanzo della scrittrice palermitana. Al centro della storia c'è Elena, figlia maggiore di Teresa che nel corso della sua vita si è chiesta tante volte perché la madre non avesse compiuto verso di lei quei gesti di amore materno consueto
Storie e memoria, dimensione esistenziale e rapporti sociali, contrasti interiori e conflitti tra madri e figlie, in questa triade concettuale vi sta il nucleo del nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa. Un libro che già nel titolo, “Corta è la memoria del cuore” – edito da Mondadori -, evoca la complessità e l’ambivalenza dell’argomento trattato. La scrittrice palermitana, con notevole capacità narrativa, dipana una storia lunga un secolo, e lo fa mostrando competenza psicoanalitica e consueta efficacia nella descrizione dinamica dei personaggi del romanzo. La vicenda narrativa ha come contesto spazio-temporale quello che un grande storico, Eric Hobsbawm , denominò come il “Secolo breve”.
L’incipit della storia di generazioni è legato a Teresa. “È intelligente e tenace”, ama leggere, si laurea, alla facoltà di Giurisprudenza incontra il suo futuro marito, Luigi, che la corteggia con lettere appassionate a cui lei oppone misura e dignità e una certa austera ironia che le apparterrà sempre. Luci ed ombre. Non vi è solo il suo silenzio in determinati contesti esistenziali a colpire, vi è un misto di rabbia e rancore che incide sulla sua personalità, atteggiamenti difficilmente spiegabili in base alle sue vicende esistenziali. Cosa nasconde il suo inconscio? Perché è così fredda nei confronti della figlia maggiore Elena?
L’enigmatica Teresa
Giuseppina Torregrossa nel romanzo la descrive così: “Le femmine della famiglia Accordo erano impastate con la rabbia. La vita era stata gentile con loro, avrebbero dovuto essere grate e invece sputavano veleno, il rancore le abitava. Di tutte, Teresa era la peggiore. Capricciosa e priva di freni inibitori, aveva un’anima carnivora, che la maschera usurata dal tempo non riusciva più a nascondere. Era capace di lanciare anatemi eterni, resistenti anche agli esorcismi. Grazie a una salute di ferro si apprestava, tra maledizioni e sortilegi, a raggiungere il traguardo dei cento anni. La sua mente era lucida come a venti e le funzioni logiche apparivano integre, ma il cuore… oh, mamma! Era duro come un blocco di calcestruzzo. Il marito era scomparso da tempo e le amiche, se mai ne aveva avute, si erano perse per strada. I figli, stanchi della sua lingua affilata, si tenevano a distanza di sicurezza. La solitudine l’aveva inasprita. Sola era, sola e condannata a vivere. Nemmeno i ricordi le tenevano compagnia, ché aveva fatto di tutto per cancellarli. Era venuta al mondo mentre per la prima volta alle Olimpiadi di Amsterdam si disputava una gara di atletica leggera femminile. Il suo vagito era risuonato insieme all’urlo di Elizabeth Robinson, che aveva vinto i cento metri piani. Sua madre, sentita la notizia alla radio, si rincuorò”.
In questo contesto complesso entra in scena Elena, la figlia maggiore di Teresa e protagonista del romanzo, che nel corso della sua vita si è chiesta tante volte, e con sofferenza interiore, perché la madre non avesse compiuto verso di lei quei gesti di amore materno consueto, dalle carezze alle parole. Divenuta madre si comporta con stile e comportamenti diversi rispetto alla sua, e mostra notevole vicinanza alla figlia.

Giuseppina Torregrossa
Teresa e il marito
E’ importante comprendere il substrato della storia narrata: “Teresa non ne poteva più di cappotti rivoltati e scarpe risuolate, non sopportava più quella vita di stenti. Doveva solo guardarsi intorno, in molti le facevano la corte. Lei aveva scartato i nati ricchi e con la strada spianata, non voleva sentirsi inferiore. Preferiva gli ambiziosi, affamati di riconoscimento, senza soldi e umiliati, che facevano carriera più dei figli di papà. Luigi Accoto le sembrò quello giusto. L’aveva osservato con attenzione, sotto il profilo sentimentale le pareva terra vergine e in più aveva carattere. Teneva testa a colleghi e professori, nelle discussioni voleva sempre l’ultima parola, un fuoco gli bruciava negli occhi”.
Luigi, lo sposo
“Era nato in famiglia proletaria, proprio come la intendeva Marx. Tanti fratelli, molti dei quali persi per strada, un padre operaio e, per la legge del contrappasso, una madre cattolica fervente. Non era molto alto, però era forte, aveva occhi e capelli scuri; teneva sempre una sigaretta tra le dita, perciò lo chiamavano il turco. Il suo corpo funzionava come un sofisticato strumento musicale e produceva melodie vibranti, ma bastava poco perché si inceppasse. Allora, nervi e muscoli tesi allo stremo, le budella attanagliate da dolorosi spasmi, scoppiata in violente filippiche. Possedeva una naturale eleganza che ancora non sapeva esprimere. La sua intelligenza era pronta, ma non era il cervello l’organo dominante, bensì il cuore, e con esso lui ragionava dei massimi sistemi. Povertà e ingiustizia li sentiva nelle viscere. Non distoglieva mai lo sguardo di fronte alla sofferenza. Un fuoco lo consumava dall’interno, avrebbe cambiato il mondo. Era volitivo, diretto, tanto da apparire sfrontato, persino prepotente. La sua aura virile attirava uomini e donne. Che era povero ce l’aveva scritto sui vestiti e sulle suole delle scarpe, consumate dall’uso”.

Teresa e il progresso
“Nutriva diffidenza nei confronti del progresso. Non era solo per riservatezza che rifiutava il telefono pubblico, ma per precauzione. Sapeva che le parole, una volta pronunciate, non avrebbe potuto più modificarle. Scrivere era più prudente, poteva ricontrollare il senso del discorso, correggere le frasi stonate, cancellare interi concetti, bilanciare le sue affermazioni. La sosteneva la convinzione che la meglio parola è quella che non si dice, e sul non detto si giocò il suo futuro. Lasciò la casa paterna non senza rammarico, ché la felicità per lei era sempre nel passato. All’altare, davanti a Dio, giurò fedeltà al marito con risolutezza. All’uscita, sottobraccio allo sposo, appariva così innocente tra i pizzi bianchi dell’abito. Le sue labbra erano appena socchiuse e lasciavano passare giusto un filo d’aria”.
Asteria, la cameriera che diviene amica di Elena
Torregrossa sa raccontare i personaggi anche facendone palesare la sensualità manifesta o latente: “Asteria era carina. I suoi occhi scuri brillavano di un inusuale riflesso nero. Aveva capelli corvini ma era così luminosa, ché la luce non è solo bianca. Le sue sopracciglia disegnavano un arco perfetto, le ciglia erano lunghe e quando sbatteva le palpebre parevano ali di farfalla. Il corpo era armonioso, i seni morbidi, i fianchi arrotondati, solo le caviglie succulente sbuffavano fuori dalle scarpe in due rotolini simmetrici. Era vanitosa, si truccava come fosse un’attrice. Teneva sempre calati fino agli zigomi un grosso paio di occhiali da sole. ‘Mi fanno sembrare seducente’ diceva a Elena, che la imitava in tutto. I maschi del paese l’avevano puntata. Alla sera si radunavano a fumare appoggiati alle ancore, echeggiavano fischi di ammirazione e serenate. Luigi se la rideva, forse qualche fantasia maliziosa albergava anche nel suo animo vacanziero”.
I personaggi si moltiplicano, le storie si intersecano, e non mancano i ribaltamenti. Un nuovo filo rosso si crea nel dialogo tra Teresa, Elena e le figlie, intese sottili e atteggiamenti che mutano ma non vengono espunte tutte le contraddizioni. L’evoluzione della narrazione è tutta da scoprire, leggendo il nuovo romanzo di Torregrossa…



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