Con “Prometheus” buona la prima dell’Amenanos Festival

Recensioni L'opera di Eschilo, in scena al Teatro greco romano di Catania, ha tenuto a battesimo lo sfizioso cartellone ideato da Michele Di Dio, una tragedia classica in versione integrale dal risultato davvero convincente grazie alle idee registiche di Daniele Salvo e al cast di bravi attori. Su tutti Alessandro Albertin che è stato un Prometeo superbo e orgoglioso

Cimentarsi con una delle più belle tragedie della grecità, il Prometheus di Eschilo, nella cornice (invidiabile) del misconosciuto Teatro greco romano di Catania, con il lodevole intento di valorizzarlo e farlo risorgere a miglior vita culturale e artistica. Così ha avuto il suo bel battesimo il 4 maggio l’Amenanos festival (il titolo non a caso ci ricorda il bel fiume che scorre discreto nelle viscere della città), un ricco e sfizioso cartellone ideato dall’infaticabile organizzatore Michele Di Dio e la sua Associazione Culturale DiDe, che si snoderà per tutto il mese di maggio.

Il Prometheus di Eschilo al Teatro greco romano di Catania - ph Antonio Parrinello

Una tragedia classica a Catania in versione integrale? Finalmente sì, con un risultato davvero convincente. Nulla ha da invidiare al teatro di Siracusa, questo sito, diverso certamente, ma che, con i dovuti accorgimenti scenografici e le ottime idee registiche di Daniele Salvo (che vanta importanti collaborazioni anche con l’Inda), ha fatto da degno sfondo alla performance dei bravi attori. In primis Alessandro Albertin che è stato un Prometeo superbo e orgoglioso, in gabbia e catene per tutto lo spettacolo, ma assolutamente libero nel pensiero, modulando ad arte voce e gesti per restituirci un personaggio tormentato e generoso, che ha mutato radicalmente la sorte dell’umanità. Da brivido certi passaggi dell’opera, che è stata messa in scena fedelmente, senza inutili e dannose attualizzazioni, come nella celebrazione degli uomini divenuti grazie al titano veri uomini: “Anche prima di me guardavano, ed era cieco guardare; udivano suoni, e non era sentire; li vedevi, erano forme di sogni, la vita un esistere lento, un impasto opaco senza disegno. Era tutto un darsi da fare senza lume di mente. Finché io insegnai le aurore e i tramonti nella volta stellata: un problema, saperli! Fu mia – e a loro bene – l’idea del calcolo, primizia d’ingegno, e fu mio il sistema di segni tracciati, Memoria del mondo, fertile madre di Muse.”

Il Prometheus di Eschilo al Teatro greco romano di Catania - ph Antonio Parrinello

Una tragedia statica il Prometeo, che non è mai facile vivacizzare. Eppure le belle Oceanine, con le loro movenze sinuose, gli abiti cerulei e il fecondo dialogo con Prometeo hanno fatto davvero bella scena; e con loro una splendida Melania Giglio nell’arduo ruolo della sacerdotessa Io, drammatica vittima della vendetta del focoso Zeus, che si è mossa con destrezza e ha giocato abilmente con i vari registri vocali, passando agevolmente dall’intimo all’invasato.
Sfizioso quanto basta anche Simone Ciampi nell’ironico ruolo di Hermes, che ha concluso la performance con un pizzico di leggerezza, apparendo a sorpresa da una finestra, poi mescolandosi al pubblico sulle gradinate, prima della rutilante scena finale, animata da un potente gioco di luci.

La rupe si spacca. Prometeo e le Ninfe sprofondano. Bagliori e boati chiudono il dramma, regalando al pubblico uno spettacolo godibile, che fa ben sperare per il futuro del Teatro romano, un sito meraviglioso, che merita ancora tante e tante serate così…

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