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Con gli uomini del disonore la mafia uccide anche d'inverno

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Venticinque anni dopo la strage di Capaci, in "Sicilian ghost story" Fabio Grassadonia e Antonio Piazza strappano la tragedia di Giuseppe Di Matteo dall'inferno terrestre per affidarla all'eterna fluidità della vita. Con quell'omicidio la mafia siciliana raggiunse l'apice di immoralità. Il film passa ai giovani il testimone di integrità morale in cui sperava Paolo Borsellino


di Gianni Nicola Caracoglia

Per rassicurare il bambino spaventato dagli attentati di mafia che insanguinavano Palermo, il padre “rivela” al figlio Arturo che “La mafia uccide solo d'estate”. Sta qui il cuore del film capolavoro di Pierfrancensco Diliberto, in arte Pif, dove il suo alter ego Arturo Giammaresi, sin da bambino, deve misurare l'ingenuità della sua esistenza con la crudeltà di una realtà che diventava sempre più macabra. La realtà di una Sicilia sempre più violenta e spudorata, spavaldamente criminale e impunita, che sarebbe arrivata alla cosiddetta stagione delle stragi, inaugurata dall'attentatuni, il 23 maggio 1992, e che rase al suolo a Capaci le vicende terrene di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei poliziotti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. I corpi di questi 5 martiri di una Sicilia ancora troppo compromessa con l'anti-Stato criminale furono distrutti ma 25 anni dopo le loro vite sono più vive che mai. Nonostante tutto. Come quelle di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina che neanche due mesi dopo, il 19 luglio, furono consegnati all'eternità nell'attentato di via D'Amelio.

La strage di Capaci

Purtroppo la crudeltà infinita non aveva ancora raggiunto l'apice. Poco più di un anno dopo, il 23 novembre 1993 fu rapito ad Altofonte, Giuseppe Di Matteo, un ragazzino di neanche tredici anni, colpevole solo di essere figlio di Santino Di Matteo, un mafioso che aveva “lavorato” tra le altre cose alla organizzazione dell'attentatuni di Capaci e che si era pentito rivelando nomi e collegamenti che permisero di arrivare ai responsabili di quell'eccidio. A decidere il rapimento fu Giovanni Brusca, noto come u verru, il porco della mafia palermitana, u scannacristiani per la sua ferocia, colui che ha premuto il famigerato tasto del telecomando che scatenò l'inferno di Capaci; col suo gesto voleva indurre Santino Di Matteo a smettere di parlare con i magistrati che stavano entrando dentro il marchingegno delle cosche.

Giuseppe Di Matteo divenne un martire ancora in vita e fu detenuto in condizioni di semi schiavitù per più di due anni fino a quando, l'11 gennaio 1996, fu strangolato nel bunker di San Giuseppe Jato dove era detenuto. Dopodiché il cadavere fu sciolto nell'acido. La mafia uccide anche d'inverno, altroché. E se l'inverno è il simbolo del buio della vita, d'inverno è arrivato il peggiore degli omicidi, contro un ragazzino innocente, colpevole di essere nato nella famiglia sbagliata. La mafia siciliana era andata anche contro i propri principi “morali”, colpendo un bambino e nella maniera più brutta. Quello del 1996 fu veramente l'inverno della nostra morale di siciliani.

Giuseppe Di Matteo

La straziante vicenda terrena di Giuseppe Di Matteo adesso è stata raccontata al cinema dai registi palermitani Antonio Piazza e Fabio Grassadonia nel loro “Sicilian Ghost Story” che ha aperto tra gli applausi la Semaine de la Critique a Cannes. I due registi hanno scelto di narrare il dramma mischiandolo alla favola, mettendo in campo la figura di una coetanea di Giuseppe, Luna, che per amore e per senso di giustizia non vuole arrendersi all'omertà del suo paese che non si pone neanche troppo domande sul perché il ragazzino da giorni e giorni sia sparito nel nulla.

Gaetano Fernandez è Giuseppe in Sicilian Ghost Story

Il film, artisticamente, non ha scatenato consensi unanimi e molte sono state le critiche soprattutto all'indulgenza su un racconto quasi maniacale dei dettagli di cronaca pur se amalgamati con la storia di finzione dell'ingenuo ma sincero amore adolescenziale che non riesce a salvare i corpi ma riesce a far sopravvivere le anime. La poesia dei legami inscindibili, salvata dalla bellissima scena finale, sembra quasi soccombere di fronte la gotica rappresentazione del dramma. Questo è forse il vero limite di questo film che vuole, e giustamente, rendere omaggio ad un ragazzo sottratto da adulti senza dignità, da veri uomini del disonore, al suo naturale corso della vita dove le corrispondenze di amorosi sensi sono il presupposto minimo, dove la gioia della vita è il senso di ogni universo. Anche in Sicilia. La crudeltà umana della vicenda Di Matteo, peggiore della più classica follia di Medea, è pari solo ai lager nazisti e alla pantomima delle esecuzioni dell'Isis.

Un merito questo film lo ha: Grassadonia e Piazza sono abili a giocare con i simbolismi e se da una parte tolgono (il fiato allo spettatore) dall'altro danno: speranza. I registi strappano la tragedia di Giuseppe Di Matteo dall'inferno terrestre per affidarla all'eterna fluidità della vita. L'acqua è l'elemento che tutto ricongiunge, terreni e fantasmi, sia nel più profondo degli incubi (il lago che tutto inghiotte), sia nella riemersa consapevolezza del “panta rei” del mare, del tutto scorre per cui l'uomo non fare la stessa esperienza per due volte. Giuseppe Di Matteo non può morire di nuovo.

Julia Jedlikowska (Luna) e Gaetano Fernandez (Giuseppe)

Giovanni Brusca nel frattempo si è pentito, ed ogni tanto usufruisce di permessi di pochi giorni per raggiungere la famiglia in luoghi segreti per motivi di protezione. Santino Di Matteo ha abbracciato la fede cattolica e prega per l'anima di suo figlio che non è riuscito a salvare. Due uomini che hanno scelto di passare dal disonore della mafia all'onore delle armi pentendosi. Lo Stato ha bisogno di loro per sovvertire l'anti-Stato. La società civile anche no, fortunatamente. Perché come cantava Battiato, dopo l'inverno, la primavera tarda ad arrivare ma siamo certi che arriverà: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo” (Paolo Borsellino).


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Pubblicato il 21 maggio 2017



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Gianni Nicola Caracoglia

Una laurea in Scienze Politiche, una vecchia passione (mai sviluppata) per la carriera internazionale e una grande passione (poi sviluppata) per il giornalismo, in particolare per la musica e gli spettacoli. Ho diretto per 16 anni l'agenzia Blu Media, adesso dirigo SicilyMag.it. E coltivo un sogno: prima o poi andare in Brasile. "Socialmente" sono presente su Twitter, Facebook e Instagram.


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