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Carmine Abate: «Trasformo la ferita della partenza in ricchezza»

Libri e fumetti

Passano da Lampedusa, dopo un terribile e drammatico viaggio dall'Africa verso l'Italia, i migranti che lo scrittore calabrese descrive nel suo ultimo romanzo "Le rughe del sorriso", presentato nelle scorse settimane a Papa Francesco: «Io personalmente ho attraversato il calvario dei migranti. Nel libro ho dato dignità letteraria a personaggi reali tanto da renderli irriconoscibili a loro stessi»


di Salvo Fallica

«La mia concezione della letteratura è quella insita nelle parole di Elias Canetti, poste a epigrafe del mio nuovo romanzo, Le rughe del sorriso: “Raccontare, raccontare, finché non muore più nessuno. Mille e una notte, un milione e una notte”. Insomma, una concezione alta della letteratura, come antidoto alla morte spirituale, alla scomparsa dei valori e delle storie. La letteratura come urgenza, per chi la scrive e per chi la legge». Vi è il puro spirito del narrare nella concezione letteraria di Carmine Abate, uno dei più importanti scrittori italiani viventi, ma vi è anche una visione filosofica, antropologica e sociale. Quello che unisce la sua molteplicità di romanzi di alta qualità non è solo il fondamentale tema della migrazione ma la sua chiave ermeneutica della vita sociale nell'ottica antropologica e filosofica. Ed anche un forte collegamento fra la Storia come dimensione collettiva e la storia come memoria individuale. Questo intrecciarsi multidisciplinare vi era già in uno dei suoi romanzi di maggior successo La collina del vento, libro con il quale ha vinto il premio Campiello. Libri intrisi di antropologia sono anche Il bacio del pane, La felicità dell’attesa, lo struggente romanzo La festa del ritorno, ed ancora La moto di Scanderbeg, Tra due mari. Le rughe del sorriso, edito da Mondadori, è un romanzo che affronta un tema attuale ma l'autore non vuol fare cronaca, la utilizza come spunto per la sua creazione narrativa. E la sua letteratura racconta la realtà scavando nei meandri e negli interstizi di essa, ricreandola, mostrando aspetti dell'esistenza. Seguendo il filo della memoria collettiva e di quella esistenziale. Cosa vuol dire vivere sulla propria pelle la condizione di emigrante?

Carmine Abate, foto di Antonio Renda

«Vuol dire aver attraversato personalmente tutto il calvario degli emigranti, dalla ferita della partenza alle difficoltà d’integrazione, dallo sfruttamento al razzismo. Devo però aggiungere che io, dopo un percorso lungo e doloroso, ho superato la nostalgia lamentosa, il piangersi addosso, e cerco di vivere per addizione, prendendo il meglio dei mondi in cui ho vissuto. Insomma, ho provato a trasformare la ferita della partenza in ricchezza, consapevole di non essere uno sradicato solo perché vivo lontano dalla mia terra d’origine, ma al contrario di avere più radici, più lingue, più sguardi. Naturalmente non è facile giungere a questa consapevolezza. E se pensiamo ai migranti di oggi siamo ancora fermi al calvario ancora più drammatico di quello che ha vissuto mio padre nelle miniere francesi e mio nonno nel suo viaggio verso la Merica Bona».

Qual è la genesi del suo nuovo romanzo Le rughe del sorriso, edito da Mondadori?
«Le rughe del sorriso, come tutti i miei libri, trae origine da un’immagine forte, che in questo caso mi ha molto colpito come un pugno possente: una folla inferocita che ho visto anni fa in un quartiere periferico di Roma. Erano uomini e donne italiani che sbraitavano furibondi e lanciavano sampietrini a famiglie africane cui erano state assegnate delle case popolari. In mezzo ai migranti ho notato una giovane donna che alla violenza della folla reagiva sorridendo. Non era un sorriso di derisione oppure di sfida, ma una sorta di richiesta di comprensione, quasi una preghiera. In un primo momento mi è sembrato di conoscerla, perché assomigliava tantissimo a una giovane somala di nome Sahra, che avevo conosciuto in un centro di accoglienza in Calabria. È nata da qui l’urgenza che ha poi dato origine al romanzo. Da quelle rughe del sorriso che celavano il dolore e chissà quali segreti. Quando sono tornato in vacanza al mio paese, ho saputo che Sahra, la più bella delle nìvure, era sparita…».

Per la protagonista del romanzo, la giovane somala Sahra, si è dunque ispirato ad una persona in carne ed ossa?
«Sì, certo. Anche se poi, per rispetto della sua volontà, l’ho camuffata, come ho fatto anche con altri personaggi reali, al punto da renderli irriconoscibili persino a loro stessi. In compenso, ho dato loro dignità letteraria. E Sahra, in particolare, è diventato un personaggio straordinario, a cui i miei lettori si sono affezionati».

Nel romanzo si raccontano anche gli sbarchi a Lampedusa dopo un terribile e drammatico viaggio dall'Africa verso l'Italia. Cos'è e cosa rappresenta Lampedusa per Carmine Abate?
«Un ponte tra i continenti, tra le culture. L’ho capito vedendo con i miei occhi la Porta dell’Europa, il monumento dedicato ai migranti morti in mare, quello squarcio di azzurro da una parte e dall’altra della Porta, simbolo dell’accoglienza e della libertà. Inoltre – ma questo lo possono sottoscrivere tutti coloro che hanno visitato l’isola – è uno dei posti più belli del mondo».

Papa Francesco a Lampedusa

La sua concezione letteraria sul piano laico sembra molto vicina a quella di papa Francesco, costruzione di ponti, di legami profondi sul piano culturale ed emozionale. Si rivede in questa interpretazione?
«Sì, assolutamente, pur rivendicando la mia laicità. Tant’è che ho avuto l’occasione un paio di settimane fa di incontrare Papa Francesco e donargli Le rughe del sorriso, sintetizzandogli la mia storia con le parole che lui stesso aveva pronunciato il giorno prima: “Il grido di chi deve fuggire, lasciando la casa e la terra senza la certezza di un approdo”».

La lettura antropologica, filosofica e social-culturale è un filo rosso della sua ampia produzione narrativa. Il romanzo La collina del vento (pubblicato da Mondadori), con il quale ha vinto il premio Campiello, unisce antropologia e storia, memoria individuale e collettiva. Un'opera densa di cultura che ha avuto notevole successo di critica e di pubblico. In Italia è sottovalutata la letteratura di qualità?
«Più che sottovalutata è sconosciuta al grande pubblico. E circola il pregiudizio che la letteratura di qualità sia noiosa. Quando poi questi libri, come la mia Collina del vento, vincono grossi premi con giurie popolari, allora i lettori si sorprendono della bellezza della storia e della qualità letteraria, e quei libri raggiungono le vette delle classifiche».

Altro suo capolavoro di narrativa antropologica è Il bacio del pane (Mondadori). Come racconterebbe ai lettori questo suo romanzo?
«È una breve storia che ruota attorno a un grande valore, la legalità, unito al rispetto del lavoro, qui sintetizzato simbolicamente nel titolo: il pane che cade per terra non va buttato via come una pietra qualsiasi, va baciato, rispettato, perché ci vuole troppa fatica per farlo. Ed è quello che insegna a due ragazzi di oggi un uomo misterioso, che si nasconde nel rudere di un antico mulino, nelle vicinanze della cascata del Giglietto, al mio paese. Quest’uomo braccato dalla ‘ndrangheta milanese insegna anche che uno dei modi più efficaci per combattere le mafie è appunto la legalità».

L'opera che racchiude una summa della sua narrativa, con una intensa struttura filosofica, è La felicità dell'attesa (Mondadori 2015), con evidente citazione della concezione del tempo del grande pensatore Agostino. Il tema della migrazione è coniugato in chiave antropologica e storica ed è legato alla riflessione filosofico-esistenziale. Quanto è importante nel suo itinerario interiore e narrativo?
«È il punto di arrivo e di ripartenza della mia ricerca narrativa. Un romanzo che si svolge in un presente continuo, in cui hanno un ruolo fondamentale “il presente del passato che è la memoria”, come diceva appunto Sant’Agostino, e “il presente del futuro che è l’attesa”. Insomma, la storia di nonno Carmine il Mericano che è rimasta dentro di me in maniera miracolosa è una storia del presente, anche se è iniziata nel 1903, con personaggi memorabili come Andy Varipapa, il più grande giocatore di boowling di tutti i tempi, che era nato al mio paese, o la giovane Marylin Monroe. È in questo romanzo che la mia conquista del vivere per addizione diventa pura materia narrativa, senza una sola didascalia, e la ferita della partenza viene trasformata dalle ultime generazioni di emigranti in ricchezza umana e culturale».

È molto apprezzato all'estero. Cosa vuol dire tornare da scrittore di successo in stati dove si è trovato a lavorare in passato da emigrante?
«All’inizio era una sorta di rivincita, un po’ infantile, a dire il vero. Poi ho capito che se ho raggiunto certi traguardi lo devo anche alle storie che ho vissuto in quei posti da emigrante. E da allora li ho inglobati consapevolmente e positivamente nel mio vivere per addizione».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 21 dicembre 2018





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