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Camilleri, Tiresia e l'eternità. Appuntamento a Siracusa fra cent'anni

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Tra storia e futuro, quello che si è vissuto sul palco del Teatro Greco per il Festival dell'Istituto nazionale del dramma antico è stato un evento unico, rapiti per 90 minuti dalla forza roca della voce unica dello scrittore empedoclino nel suo racconto ironico, cinico e poetico allo stesso tempo sull'indovino cieco del mito. Con un arrivederci, nello stesso posto, fra un secolo


di Gianni Nicola Caracoglia

“Take a little trip back with father Tiresias / Listen to the old one speak of all he has lived through / I have crossed between the poles, for me there's no mystery / Once a man, like the sea I raged / Once a woman, like the earth I gave / But there is in fact more earth than sea”. “Torna indietro nel tempo con padre Tiresia / Ancora il vecchio che racconta di tutto quello che ha vissuto / Sono stato ovunque, per me non c'è mistero / Quando ero uomo, come il mare mi infuriavo / Quando ero donna, come la terra donavo / In realtà c'è più terra che mare...”.

Si parte col sottofondo di “The cinema show” dei Genesis, tratto dal loro album della vita, il manifesto prog rock “Selling England by the pound” del 1973, brano con il quale Peter Gabriel e soci giocavano a mischiare le figure di due novelli Giulietta e Romeo, e gli applausi a scena aperta accolgono Andrea Camilleri come una vera rockstar che si appropria del centro della scena del teatro greco di Siracusa, sorretto dalla sua assistente Valentina Alferj che ha curato l'evento, protagonista assoluto di “Conversazione su Tiresia”, non uno spettacolo, non una conferenza, non una lectio magistralis, ma un divertissement di un uomo di 92 anni, quasi 93 (a settembre), giovane come non mai nella sua essenza (lo diceva, dopotutto, Picasso che ci vuole tempo, ma molto tempo, per diventare giovani), curioso della vita che non ha esitato a dire sì alla richiesta di Roberto Andò, direttore artistico del festival del Teatro Greco, di scrivere ed interpretare, diretto con leggera eleganza dal regista palermitano, il suo rapporto col mito.
Mito, si sa, in greco vuol dire parola, racconto, significa favola e leggenda, e un uomo come Camilleri, che del racconto ha fatto arte, non poteva sottrarsi a questo mirabile gioco della scena. L’uomo è teatro, pontifica Camilleri citando Borges, è pubblico e attore nello stesso tempo, è trama e le parole che udiamo. Camilleri ha scelto Tiresia perché lo stratagemma letterario della cecità gli dà un’opportunità unica, di donarsi al pubblico senza filtri. Dopo l’androgino Eracle burattino di Emma Dante, dopo lo ieratico Edipo di Yannis Kokkos, adesso è la volta di Tiresia, pirandellianamente uno, nessuno e centomila.

E il racconto di Camilleri, davanti ad un teatro pieno, ma non gremito, pieno di tanti amici della scena e del mondo intellettuale italiano, ha il dono della leggerezza apparente, ma gravida di significati e significanti, tipico della scrittura etnicamente sicula di Camilleri, che non dà nulla per scontato e che si diverte a dissacrare (e massacrare se serve) quello che la storia letteraria ci ha tramandato. Di un mito, innanzitutto, quello del pastore tebano Tiresia, tramutato in donna per aver ucciso un serpente maschio, poi tornato uomo dopo sette anni dopo aver ucciso l’altro serpente della coppia; e poi diventato indovino cieco vittima delle collere femminili dell’Olimpo, forse punito da Giunone, moglie di Giove, per aver osato dire che la donna sessualmente gode di più, forse punito da Atena, per averla vista nuda mentre si bagnava, forse punito da tutti gli dei perché accusato di rivelarne i segreti.


Un personaggio controverso, quindi, Tiresia, emblema stesso dell’identità indefinita, su cui Camilleri si diverte a tratteggiarne, con cinica ironia, il distacco dalle miserie umane ma anche divine, forte della suacecità. «Chiamatemi Tiresia – esordisce Camilleri con la forza roca della sua voce unica - per dirla come quel signore che ha scritto un romanzo sulla balena bianca, o Tiresia sono, per dirla come qualche altro, che forse conoscete», facendo una delle poche concessioni al personaggio di Montalbano, che tanta fama ha donato allo scrittore empedoclino (davanti ad un ammirato Luca Zingaretti confuso tra il pubblico). Camilleri abilmente cambia registro continuamente, passando dalla satira - «Come faceva Tiresia a distinguere un serpente maschio da uno femmina, è come distinguere oggi uno di sinistra da uno di destra» - alla erudita espressione poetica, quando cita tutti gli autori che dal passato fino al contemporaneo hanno trattato la figura di Tiresia. Chi in termini lusinghieri (Omero), chi in termini assolutamente negativi (Dante lo mette nel girone dei fraudolenti, negandone le capacità divinatorie, in effetti inaccettabili per chi viveva ne culto dell’Assoluto cristiano), cita con memoria pulita e senza pecche dai classici, greci come Esiodo, Omero o Sofocle, o latini come Ovidio, Orazio (definito poetastro), fino alla storia recente del Novecento, citando la nascita del surrealismo con “Le mammelle di Tiresia” di Apollinaire, o il carteggio fra Thomas Stearns Eliot e Ezra Pound che portò alla nascita de “La terra desolata”, l’incontro-scontro con Pierpaolo Pasolini, che riprende la figura di Tiresia nel film “Edipo re”, fino al grido di dolore di Primo Levi in “La chiave a stella”, sulla trasformazione dell’uomo in “non uomo” per volontà della barbarie nazista, celebrandone la massima finale che l’unica salvezza per l’uomo restava la poesia.


Il pubblico, che abbraccia più generazioni, rapito da tanta capacità affabulatoria, ha sottolineato più volte con l’applauso la forza delle parole. Sul palco, il polistrumentista Roberto Fabbriciani ha sottolineato, senza interferire mai, il ritmo scenico che Camilleri, pur non vedente, ha seguito senza intoppi veri, seguendo alla perfezione i tempi anche del videowall alle sue spalle.
«Devo dirivi e non vi sembri un paradosso, per carità, che da quando io non ci vedo più, vedi le cose assai più chiaramente». Dopo un’ora e mezza di stretta interconnessione tra il narratore e il narrato, nella chiusa finale si racchiude la missione della “Conversazione su Tiresia”. Camilleri: «Da cieco mi è venuta la curiosità di immensa di capire, anzi no, di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina, e allora ho pensato che venendo qui, in questo teatro, tra queste pietre, veramente eterne, sarei riuscito ad averne almeno un’intuizione. Vi chiederete cosa faccio e come vivo. Attualmente vivo a Brooklyn e campo la vita vendendo cerini, e ogni tanto faccio una comparsata al cinema. Finché un regista che doveva fare il film “La dea dell’amore” mi ha chiesto di fare Tiresia: dopo secoli persona e personaggio si sono finalmente ricongiunti». E con le immagini del noto film di Woody Allen, si chiude questo percorso d’autore, un evento più unico che raro, una eredità immateriale che Camilleri lascia a tutti, soprattutto ai più giovani, quella della stupenda curiosità poetica di una persona che non si è mai accontentata della grezza superficie dei sentimenti e delle emozioni.
E, fuori dal copione, tra gli applausi scroscianti, in una meritatissima standing ovation, Camilleri aggiunge: «Scusate, vorrei aggiungere una cosa, mi piacerebbe che ci reincontrassimo tutti quanti, qui, in una sera come questa, tra cento anni. Me lo auguro. Ve lo auguro». Ci saremo, certamente, la parola data non si discute.



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Pubblicato il 12 giugno 2018



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Gianni Nicola Caracoglia

Giornalista, amante della musica, rock soprattutto, e amante delle cose buone. Che di questi tempi sono veramente poche... I suoi articoli su SicilyMag


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