venerdì 20 settembre 2019

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Buon viaggio Camilleri, sei stato un veggente

Opinioni e analisi

Buon viaggio, caro Andrea. Sei stato uno scrittore e un uomo notevole, sottile e beffardo indagatore della storia isolana. Era questa la motivazione della laurea ad honorem che la Facoltà di lettere dell'Università di Catania gli conferì senza mai consegnarla. Cento libri in poco più di vent'anni! E non c'era da inchinarsi al cospetto d'un prodigio?


di Antonio Di Grado

Andrea Camilleri è morto a Roma, alle 8.20 di stamattina. Il 6 settembre avrebbe compiuto 94 anni. Così lo ricorda Antonio Di Grado, professore di Letteratura italiana nell’ateneo catanese.

***

Ho conosciuto e frequentato Andrea Camilleri. E ne ho scritto, snocciolando ricordi di un’amicizia e giudizi letterari, in uno dei precedenti “plausi e botte” (ma erano solo plausi) quando fu ricoverato. Oggi non mi rimane perciò che racimolare qualche altro ricordo, e per esempio quello di un altro ricovero ospedaliero, ma questa volta mio, anni fa, a Caltanissetta. Per attenuare la noia della degenza nissena, l'unico amico che avevo in quella città in cui (cfr. Brancati) la noia è sovrana, e cioè l'editore Giuseppe Sciascia, affettuosamente e quotidianamente mi riforniva di giornali e libri.

Andrea Camilleri

Tra questi ultimi, l'ultimo Camilleri allora uscito, il Montalbano de "L'altro capo del filo": il centesimo Camilleri!

Cento libri in poco più di vent'anni! E non c'era da inchinarsi al cospetto d'un prodigio?

Tutti eccellenti? Forse no. Nemmeno il sommo e altret tanto prolifico Simenon li imbroccava tutti; la routine e la maniera sono l'ovvio effetto di una miracolosa produttività. Ma ai miei amici e colleghi, alcuni assai cari e stimati, che fin dall'inizio hanno condannato Camilleri agli inferi dell'intrattenimento para - o pseudo - o extra-letterario, vorrei raccomandare di non sottovalutare l'intrattenimento, il giallo, il comico, troppo a lungo esclusi dal sacro recinto di una letteratura che continua a elaborare il lutto della madre di Cecilia o per il naufragio della Provvidenza, e di addentrarsi con meno sussiego nella lussureggiante vegetazione del bosco-Camilleri.
Per tranciarne di netto qualche ramo, per odorarne con sollievo qualche fiore, ma soprattutto per coglierne la generosa, irruente, inarrestabile sovrabbondanza.

E se le pagine di Andrea Camilleri in quell’occasione mi tennero compagnia e mi fecero star bene, non è anche questo che chiediamo a un libro? Coinvolgerti esaltandoti o al contrario turbandoti, allietandoti come “Il circolo Pickwick” o Alan Bennett oppure sconvolgendoti come Poe o come Kafka. Certo, anche divertendoti: e perché no? Prodigandoti gioia e benessere anziché patimento. Non fu James Hillman a parlare di “storie che curano”?

Un altro ricordo, anzi un rimpianto. Nel breve periodo in cui ne fui vicepreside, la facoltà di lettere catanese conferì a Camilleri una laurea ad honorem che purtroppo non fu mai ratificata né consegnata. Nella motivazione da me scritta si leggeva fra l’altro che in lui si premiava «non soltanto uno fra gli scrittori italiani più tradotti e apprezzati oggi nel mondo, non soltanto un “caso” letterario ed editoriale che alla qualità e allo stile riesce finalmente ad affiancare la godibilità e la popolarità, ma anche un intellettuale siciliano che all’intelligenza analitica di Sciascia ha unito l’inventiva linguistica d’uno Sterne o d’un Gadda e la macchina narrativa dei migliori giallisti del Novecento come Simenon, oggi giustamente consacrati fra i più rappresentativi scrittori di quel secolo. Sottile e beffardo indagatore della storia isolana, (…) Camilleri ha l’arte di trasmettere al pubblico più vasto quei valori etici e quell’estro creativo che tanta parte sono del patrimonio d’una facoltà umanistica, la quale – premiandolo – in lui e nei suoi felici azzardi felicemente si riconosce».

Ricordi, rimpianti. E di ricordi e rimpianti, di emozioni e speranze è gremito quel nucleo segreto, intimo e solo nostro che da qualche parte ci cova dentro e che chiamiamo anima. E che in qualche forma sopravviverà. Perciò buon viaggio, caro Andrea. Sei stato uno scrittore e un uomo notevole. E in ultimo, anche un veggente.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 17 luglio 2019
Aggiornato il 18 luglio 2019 alle 18:22



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Antonio Di Grado

Antonio Di Grado è professore di Letteratura italiana nell’ateneo catanese. A novembre 2019, però, tornerà in libertà (cioè andrà in pensione, dopo quasi mezzo secolo di appassionato insegnamento).

Ha avuto la fortuna di incontrare due grandi maestri come il filologo e italianista Salvatore Battaglia, cugino della madre, e Leonardo Sciascia; quest’ultimo lo nominò direttore della Fondazione che gli sarebbe stata intitolata.

Ha scritto un po’ di tutto, da Dante a Leon Battista Alberti, da Domenico Tempio a De Roberto, Vittorini, Brancati, Sciascia, etc. E tuttavia si definisce un dilettante, perché legge e scrive con (e per) diletto. Poco si cura della logica e della coerenza, anzi le ritiene letali. E gli ripugnano gli apparati di nozioni infalsificabili che piombano come lastre tombali sulle attese e sulle speranze dei malcapitati allievi.

All'algido saggio accademico, alle concatenazioni causali di stampo anglosassone, preferisce lo stile divagante e colloquiale, le fortuite analogie, l’indeterminazione e l’impermanenza della "causerie". Il suo modello? Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha, il cui saltello claudicante, che fu il più ubriacante dei dribbling, è quanto di più simile allo zigzag obliquo e avvolgente della conoscenza.

Così come anarchica è la sua pratica di lettore e di studioso, insofferente di canoni e "metodi", allo stesso modo sono libertarie, eretiche, dissenzienti le sue convinzioni politiche, che oscillano tra il Qohelet biblico e Tolstoj, tra Leopardi e Totò.

Nel suo passato “engagé”, è stato assessore comunale alla cultura e presidente del Teatro Stabile etneo. Vive felicemente con la moglie, la scrittrice e giornalista Elvira Seminara, e vanta due figlie: Viola, anche lei scrittrice, e Marta, psicologa. Convertito alla fede evangelica nella chiesa valdese, è ancora e sempre alla ricerca delle molteplici manifestazioni del Divino, nella sua come in altre fedi.


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