martedì 24 ottobre 2017

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Benvenuti nella Bottega dell'invisibile di Jones, il regno della fantasia

Sugnu sicilianu

Entrare nel quartier generale dell’attore, scenografo, trampoliere, regista e artigiano paternese, al secolo Salvatore Ragusa, è come scoperchiare un Vaso di Pandora contenente un’inesauribile creatività multiforme che in questo insospettabile e imprevedibile open space (un po’ casa, un po’ teatro e un po’ laboratorio) prende vita in una caleidoscopica girandola di oggetti stravaganti e colorati


di Lavinia D'Agostino

Se la fantasia risiedesse da qualche parte, sarebbe certamente a Valcorrente, alle pendici dell’Etna. Nascosta, agli sguardi più indifferenti e meno curiosi, dentro una palazzina anonima e neanche troppo bella a guardarla dall’esterno. Eppure qui, immersa in un angolo di pace, dove la natura sfoggia il suo equilibrio perfetto nella convivenza forzata con l'uomo, c’è un triangolino di paradiso dove la fantasia ha deciso di risiedere con la sua compagna prediletta: la creatività.
E’ la Bottega dell’Invisibile – un nome che porta in se più di un significato – dell’attore, scenografo, trampoliere, regista e artigiano Salvatore Ragusa, conosciuto ai più semplicemente come Jones, da lunghi anni in forze a Batarnù, la compagnia di artisti di strada che quest’anno compie 20 anni.

Salvatore Ragusa alla Bottega dell’Invisibile - ph Sicilymag

Incontriamo Jones in un caldo pomeriggio di giugno, irrompendo sulla battaglia finale di Moby Dick, romanzo che sta leggendo per l’ennesima volta ad alta voce, con i gatti a fargli da spettatori.
«Mi piace leggere, è il mio modo di viaggiare – dice subito Jones-, e mi piace farlo ad alta voce, perché la voce, i suoni, sono importanti. Quando leggo i gatti si avvicinano, come se mi ascoltassero… ogni tanto mi chiedo da cosa siano attratti».
Incontrare Jones nel suo regno, la Bottega dell’invisibile, è come scoperchiare un Vaso di Pandora che, anziché contenere tutti i mali della terra, contiene un’inesauribile creatività multiforme che in questo insospettabile e imprevedibile open space (un po’ casa, un po’ teatro e un po’ laboratorio) prende vita in una caleidoscopica girandola di oggetti stravaganti e colorati. Il genio creativo risiede qui. E non può essere diversamente.

La Casa delle Marionette della Bottega dell'Invisibile - ph Sicilymag

Tutto intorno è un susseguirsi di burattini, marionette, teatrini smontabili realizzati con pallet e carta (uno di questi ispirato a Guido Ceronetti, il poeta e drammaturgo ideatore del Teatro dei Sensibili che Jones considera uno dei suoi maestri), ma anche giganteschi automi e scenografie teatrali. Tutto realizzato rigorosamente con materiali riciclati, come anche il parquet del laboratorio, l’arredo (ci sono librerie realizzate con antiche cassette della frutta e comodini di cartone) e i mosaici con cui ha abbellito la cucina, parte della pavimentazione e il bagno.
«Li ho realizzati con le mattonelle rotte di un amico ceramista, sono gli scarti del suo lavoro. La Bottega dell’Invisibile si avvale di tante maestranze, quella di tanti amici che contatto in base al lavoro da realizzare, primo tra tutti Ignazio Vitali, un artista di Paternò con cui condivido i lavori della bottega. Io amo lavorare con i materiali di riciclo, possibilmente naturali come la carta, il legno e il ferro, che sono i miei preferiti. La verità è che produciamo troppa spazzatura che, invece, può vivere una nuova vita. Siamo in debito con la natura, trovo che sia un dovere limitare gli scarti. L’uomo ha creato un disequilibrio, abbiamo talmente tante cose, che non sappiamo più dove metterle».

Un personaggio di Colapesce della Bottega dell'Invisibile - ph Sicilymag

Girandoci ancora intorno, scorgiamo, in quella che era la tromba delle scale, la Casa delle Marionette: centinaia di maschere, ombre e personaggi, tra cui riusciamo a distinguere la volpe di U principuzzu Nico (spettacolo prodotto da La Casa dei Santi dal testo di Antoine de Saint-Exupéry, tradotto in siciliano da Giovanni Calcagno) e Marion, una marionetta dinoccolata capace di tanti movimenti, che suona i carillon e dispone di un ombrello, e che ha anche partecipato a un film di Gioacchino Palumbo.

Salvatore Ragusa (Jones), in scena con Marion

Jones è un artista a tutto tondo, ma dell’artista ha anzitutto la sensibilità, che abbina ad una (inusuale) positività. Il rapporto con la natura è qualcosa di cui non può fare a meno, un’esigenza talmente forte e ancestrale, da aver condizionato le sue scelte. «Non posso vivere in città, ci ho provato, ma non posso. Per un paio d'anni ho vissuto tra Milano e Roma, ma poi sento forte l’esigenza di tornare qua, io ho bisogno di questo – dice accarezzando le foglie della passiflora rampicante, mentre le galline scorrazzano indisturbate – di avere un contatto diretto con le piante, gli alberi e i fiori: il dono che ci offrono le piante per ringraziarci delle nostre cure. I siciliani amano la propria terra, ma allo stesso tempo la odiano. Non capisco perché ci sia questa dualità: da una parte siamo molto legati a questa terra, la esaltiamo quando siamo fuori, ma dall’altra non sappiamo rispettarla. L’immondizia, la sporcizia, sono solo un esempio. Ma poi cerchiamo, invano, di giustificarci. Ogni tanto penso che, davanti a chi viene da fuori, il siciliano è come l’ubriacone del Piccolo Principe, che dice di bere per dimenticare. Che cosa? La vergogna di bere».

Salvatore Ragusa in In Guerra per Amore di Pif

Pur dividendosi tra i set (dove lo abbiamo visto come Salvatore Ragusa in svariate produzioni del cinema e della televisione, tra cui gli ultimi “In guerra per amore” di Pif e la serie tv “Maltese, il romanzo del commissario") e le produzioni teatrali (anzitutto il teatro di figura, ma anche sul palcoscenico diretto da registi del calibro di Vincenzo Pirrotta e Mario Martone), Jones prima o poi torna qui, alla Bottega dell’Invisibile. Un luogo quasi “magico” che custodisce tanti lavori ma anche tanti spettacoli.
«Che sia fiction, cinema, teatro o teatro di figura, questa è la mia dimensione –continua- . Poi io sono anche un po’ complicato, oltre che autocritico. Sono convinto che per portare uno spettacolo a teatro è necessario che abbia un senso. Gli spettacoli nascono per questo: come diceva il grande cantastorie Ciccio Busacca “gli spettacoli nascono per aprire gli occhi alle persone”».

Salvatore Ragusa sul set di Maltese, il romanzo del commissario

Di certo Jones è capace di far emergere il “lato bambino” di ciascuno di noi, di tirar fuori dalle menti ingrigite dalla ripetitività quotidiana, la fantasia più colorata. E oltre che con le sue deliziose creazioni artigianali, lo fa anche attraverso i suoi spettacoli in cui miscela teatro di figura, cuntu e narrazione.
Nei suoi lavori ha messo a frutto tutta l’esperienza maturata con i Batarnù prima, e con tanti illustri esponenti del teatro nazionale e siciliano, poi: dal compianto Vito Parrinello del teatro Ditirammu ( «La persona più positiva che abbia mai conosciuto»), a Mimmo Cuticchio, solo per citarne alcuni.
Sono firmate dalla Bottega dell’Invisibile le scenografie di U Principuzzu nicu, ma anche l’allestimento della Casa del Cantastorie di Paternò e quei giganti che, diretti dalla regista Alessandra Pescetta, lo scorso 28 maggio a Calatabiano hanno rievocato la lotta di San Filippo Siriaco contro i diavoli.

Alessandra Pescetta a Calatabiano con i giganti della Bottega dell'Invisibile

Prossimamente, esattamente il 19 e 20 agosto, lo vedremo al Medfest, la Festa Medievale di Buccheri con uno spettacolo di narrazione ispirato a Don Chisciotte.
«Porterò gran parte del materiale della bottega, e invece che da Sancho Panza il nostro eroe sarà accompagnato dal suo fido cavallo – racconta Jones avvicinandosi a una testa di cavallo di dimensioni naturali –. Un cavallo speciale, perché oltre a muoversi, parla...»-

Il cavallo, non completo, della Bottega dell’Invisibile che sarà portato a Buccheri

Prima di congedarci da questo tuffo nella fantasia, un’ultima curiosità. Nonostante le similitudini col personaggio cantato da Fabrizio De Andrè, il nome Jones non proviene da “Il suonatore Jones” ispirato a “Spoon River”, piuttosto…
«E’ nato per gioco, ma ormai è il mio nome, anche a casa mi chiamano così. Tutto è nato una sera allo Sticky Fingers di San Gregorio durante un concerto degli Amanita Muscaria, avevo circa 16 anni e davo una mano a trasportare casse e strumenti. Nonostante la giovane età ero già bello grande, così Alfio Battaglia, il batterista, mi chiamò Jones, perché vedeva in me, che riuscivo a trasportare due casse da solo, mentre gli altri ne trasportavano una in due, la forza dei neri che lavorano nei campi di cotone. Da allora sono stato Jones per tutti».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 23 giugno 2017
Aggiornato il 04 luglio 2017 alle 13:28





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